La foglia di curry è uno degli ingredienti più noti sia della cucina indiana, sia della medicina tradizionale Ayurveda sviluppata appunto in India. E' una fogliolina verde dalla forma simile a quella degli agrumi: in cucina si usa fresca e ha sapore inconfondibile (attenzione: la polvere gialla nota come curry ormai comune anche nella cucina "internazionale" non c'entra nulla con la pianta: è una miscela di spezie macinate che ne imita il sapore). La pianta si chiama Murraya Koenigii, ha delle bacche nere come frutto, è originaria dell'India. Nella tradizione mecidinale indiana ha diversi usi: aiuta la digestione, riduce il colesterolo, cura eruzioni cutanee e punture di animali, aiuta a controllare il diabete... Ed è questa sua proprietà che ha risvegliato l'interesse di ricercatori e industrie farmaceutiche: così la foglia di curry potrebbe diventare l'ultimissimo caso di "biopirateria" subìto dall'India. L'annuncio è della settimana scorsa: ricercatori del dipartimento di farmacia del King's College di Londra hanno detto, durante un simposio scientifico, che estratti della foglia di curry contengono qualcosa che limita l'azione di un enzima della digestione chiamato alfa-amilase pancreatica, che interviene nel trasformare gli amidi in zuccheri che poi vanno nel sangue. Il problema dei diabetici è che non producono naturalmente abbastanza insulina, sostanza che controlla il rapido aumento di zuccheri nel sangue durante la digestione (e infatti oggi il diabete si controlla con regolari iniezioni di insulina). La sostanza che rallenta il lavoro dell'enzina alfa-amilasi dunque potrebbe dunque fornire un'ottima cura per il diabete. Certo, le ricerche del King's College sono ancora nella fase iniziale: è ormai chiaro che l'uso fatto dalla medicina tradizionale ha un "fondamento scientifico", ma i ricercatori devono ancora isolare la sostanza o composto della foglia di curry che bloccare quell'enzima; solo allora si potrà procedere a sperimentazioni cliniche. È una ricerca promettente però: tanto che è sponsorizzata dalla multinazionale farmaceutica statunitense Merck Research Laboratories.
La trafila è quella vista in molti altri casi: una pianta originaria di qualche paese del Sud del mondo, usata da sempre per qualche proprietà terapeutica, viene studiata da qualche università occidentale o nei laboratori di qualche industria farmaceutica; i ricercatori ne identificano i principi attivi benefici; l'università o l'industria si assicurano un bel brevetto e la casa farmaceutica comincia a sfornare un farmaco e a incassare. Ma nessun vantaggio né royalty va alle popolazioni o comunità tradizionali che hanno conservato quel preciso sapere. Del resto è perfino impossibile rivendicare la primogenitura di quel sapere: se nel subcontinente indiano tutti hanno sempre usato la curcuma per curare le eruzioni cutanee, chi sarà l'inventore della "curcumina"? Certo, anche ricercatori indiani stanno studiando le proprietà della foglia di curry: nel migliore dei casi, potrebbero arrivare primi a un brevetto.
Questo è il meccanismo noto come "biopirateria". Come difendersi? Molti attivisti accusano i rispettivi stati di non difendere il proprio patrimonio di risorse naturali, incluse le piante medicinali, e i saperi tradizionali ad esse legati. Quello cinese è l'unico governo che ha sistematicamente brevettato i prodotti della sua medicina tradizionale. Il governo indiano in passato ha fatto ricorsi per difendere "nomi" nazionali come il riso basmati: questione di prestigio. Ma serve una difesa più sistematica, dicono molti attivisti. Istituzioni scientifiche nazionali hanno avviato "inventari" della flora e fauna autoctone, e il governo parla di una "biblioteca digitale della conoscenza tradizionale". Il Forum per le Biotecnologie e la sicurezza alimentare - che riunisce scienziati, biotecnologi, economisti, agricoltori e ha sede a New Delhi - dice che una simile biblioteca renderà ancora più facile il saccheggio della biodiversità indiana.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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