Centinaia di persone singhiozzanti si sono affollate ieri davanti alla principale caserma di Pattani, capoluogo provinciale del sud della Thailandia: scorrevano una lunga lista di nomi alla ricerca di figli, fratelli, parenti. La tensione è fortissima, dopo quello che ormai anche i giornali locali definiscono "il massacro": 84 persone uccise (più una deceduta ieri in ospedale), di cui 6 sparate e 78 morte mentre erano agli arresti, soffocate durante il viaggio in camion verso la caserma. Nel pomeriggio le autorità militari hanno annunciato che 32 corpi restano non identificati. Hanno anche detto che i quasi 1.200 uomini ancora agli arresti "stanno bene": ma nessuno si è sentito rassicurato. Neppure il primo ministro Taksin Shinawatra è stato molto rassicurante, quando ieri ha parlato al parlamento di Bangkok. Ha espresso "rincrescimento", ha detto che l'episodio "è stato un incidente durante il trasporto, accaduto perché il tempo e la situazione erano pressanti. C'erano pochi veicoli disponibili, erano un po' stipati". Il quotidiano ‟The Nation” denuncia il "disprezzo per i diritti umani" mostrato dal premier. La Commissione asiatica per i diritti umani (Ahrc) ha chiesto una pronta indagine, e anche gli Stati uniti. Ma lui, il premier, ha respinto le critiche.
È Taksin che nell'aprile scorso ha proclamato la legge marziale e ordinato di schiacciare le proteste nelle province del sud confinanti con la Malaysia settentrionale, con popolazione in maggioranza musulmana (nella Thailandia buddista) di ceppo etnico malese. Ieri ha detto che gli interrogatori delle persone ancora detenute "faranno luce" sull'accaduto e ha perfino aggiunto che le forze di sicurezza hanno usato "maniere gentili" - ha detto che molti sono morti anche perché "indeboliti dal digiuno del ramadan".
Le organizzazioni per i diritti umani parlano di "uso eccessivo della forza", e suona un eufemismo. Oltre 440 persone sono morte nelle province musulmane della Thailandia dall'inizio di quest'anno, da quando sono cominciati episodi che il governo ha via via bollato di "criminali" - ma che assomigliano tanto a un movimento generalizzato di protesta contro il governo centrale con riedizione del vecchio separatismo islamico attivo. L'episodio più sanguinoso era stato il 28 aprile, quando militari e polizia hanno lanciato un'operazione contro dei ribelli ("banditi", disse il governo: ma portavano la bandana verde come i martiri islamici): aveva anche assediato la più importante e antica moschea di Pattani e ucciso tutti: bilancio, 102 morti. È allora che il governo ha proclamato la legge marziale in quelle province e assicurato che il problema sarebbe presto stato "eliminato".
Lunedì le cose erano cominciate con la protesta di centinaia di persone dopo che i militari avevano arrestato sei funzionari di villaggio sospettati di aver passato le armi di ordinanza a "militanti" (nonostante la verità ufficiale sui "criminali", i comandi militari ammettono da tempo di aver di fronte ribelli separatisti). La protesta è finita solo quando la polizia ha sparato proiettili veri (da cui i primi 6 morti) e lacrimogeni, e proceduto agli arresti.
"Questo è un tragico massacro di persone che stavano protestando pacificamente, e questo avrà un forte effetto sui sentimenti dei thailandesi del sud", ha commentato nella vicina Malaysia Mohamad Hatta, dirigente del Parti Islam se-Malaysia (Pas): è il partito islamico che ha avuto una forte crescita negli anni `90, anche se ora è molto ridimensionato sul piano nazionale: ma è al governo nella provincia del nord della Malaysia che confina con la Thailandia. "Quest'ultimo episodio creerà ancora più instabilità e insoddisfazione e siamo molto preoccupati che la gente si solleverà contro il governo".
Che la repressione contribuirà a infiammare gli animi è facile previsione. Ieri il Pattani United Liberation Front (Pulo) ha diffuso un comunicato via internet minacciando guerra a Bangkok: "La loro capitale sarà bruciata così come Pattani è stata briciata. Il loro sangue scorrerà". Il Pulo non ha "braccio armato", a detta di tutti gli esperti: è però uno di tre gruppi noti negli anni `70 e `80 per una violenta campagna a favore di uno stato separato, un piccolo regno musulmano tra Thailandia e Malaysia che dovrebbe richiamarsi al Sultanato di Pattani - uno dei primi regni musulmani nel sud-est asiatico, rimasto a lungo indipendente e annesso alla Thailandia solo un secolo fa. L'ondata separatista sembrava pacificata negli anni `90, anche grazie a un'accorta politica di conciliazione. Ora si riaffaccia: reazione a un controllo centrale sempre più duro su queste province povere rispetto alla media del paese. E' una spirale viziosa: più il governo usa il pugno di ferro, più i musulmani si sentono discriminati, più trovano spazio religiosi dai toni estremi - mentre molti temono una saldatura con la rete regionale nota come Jemaah Islamiyah.
Per ora però il problema è del tutto interno. "La situazione laggiù non può che diventare più sanguinosa", ha commentato ieri Nideh Waba, presidente di un'associazione di teologi musulmani, al Bangkok Post : "I militanti responsabili delle violenze nella provincia risponderanno duramente al massacro con attacchi suicidi". Mentre in nome della lotta ai "criminali" si moltiplicano arresti arbitrari, torture, desaparecidos, denunciano organizzazioni interne e Amnesty International. Così una spirale viziosa è innescata.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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