Vent'anni dopo, i sopravvissuti della strage di Bhopal riceveranno il saldo dei risarcimenti loro dovuti. Stiamo parlando di coloro che sono sopravvissuti al disastro della Union Carbide, che nella città di Bhopal, in India, aveva uno stabilimento di fertilizzanti e insetticidi per l'agricoltura. Nelle prime ore del 3 dicembre del 1984 una cisterna di quello stabilimento esplose, lasciando uscire un getto di 40 tonnellate di gas isocianato di metile che investì in pieno quartieri operai e slum addossati a nord della fabbrica. Cinque o seimila persone morirono quella notte stessa, molte di più negli anni seguenti: le stime variano tra 15 e 20mila vittime. Il numero ufficiale dei sopravvissuti - coloro che hanno perso coniuge o genitori o figli, o sono rimasti menomati dal gas - è di 570mila persone. La sentenza emessa martedì dalla Corte suprema indiana riguarda loro: persone che hanno subìto sofferenze indicibili e si sono arrangiate per tirare avanti senza più il salario del capofamiglia defunto o troppo malato per lavorare, donne dalla salute resa malferma che però si sono date da fare, persone diventate anziane nel frattempo, bambini divenuti adulti con tare fisiche per aver inalato quel gas: il disastro di Bhopal sta all'industria chimica come Cernobyl sta a quella nucleare.
Dal 15 novembre, le autorità cominceranno dunque a distribuire i risarcimenti. È triste che ci sia voluta una sentenza della Corte suprema per arrivare a questo esito. Due sentenze, per la precisione: alla fine dello scorso luglio la Corte aveva ordinato al governo di distribuire una somma di denaro pari a 343 milioni di dollari (o 270 milioni di euro). Rispondeva alla petizione presentata nel marzo del 2003 da Rashida Bee e Champa Devi Shukla, due straordinarie donne che dopo aver subìto la tragedia hanno saputo reagire e hanno fondato un sindacato di donne vittime della Union Carbide, e di altri 34 sopravvissuti, ciascuno in rappresentanza di una delle circoscrizioni municipali di Bhopal colpite dal gas. I soldi in questione sono ciò che resta della somma versata dalla Union Carbide nel 1989, dopo un patteggiamento con il governo indiano (accordo allora molto criticato: la multinazionale Usa se l'era cavata con 470 milioni di dollari, sette volte meno di quanto New Delhi aveva chiesto in principio in rappresentanza delle vittime; il governo indiano inoltre rinunciava a ogni futura azione civile contro l'azienda). Quei soldi furono messi in un conto in dollari presso la Banca centrale indiana, sotto il controllo della Corte suprema, e distribuiti tra i sopravvissuti: ci volle tempo, ma tra il 1995 e il `96 poco più di mezzo milione di persone ha ricevuto la somma una tantum di circa 15mila rupie a testa, pari 400 dollari di allora. Non era molto: l'equivalente di 5 anni di cure mediche per persona. Così fu distribuita appena metà della cifra versata da Union Carbide. E i soldi rimasti nel conto in dollari nel frattempo producevano interessi, senza contare che i risarcimenti erano stati distribuiti in rupie in un momento in cui il valore del dollaro era salito parecchio. Insomma: gli attivisti che si sono battuti per fare giustizia a Bhopal calcolavano un paio d'anni fa che presso la Banca centrale indiana dovevano restare 327 milioni di dollari (ora diventati 343): e hanno deciso di presentare la petizione.
La sentenza di luglio scorso dava loro ragione, ma poi tutto è sembrato di nuovo perdersi tra burocrazia e ricorsi legali. Tanto che qualche giorno fa ben duemila persone sono partite da Bhopal per andare a New Delhi e protestare davanti alla sede del parlamento dell'Unione indiana: soprattutto donne, in testa Rashida Bee e Champa Devi e tante altre come loro che avevano mariti operai in quella fabbrica e sono rimaste vedove o capofamiglia di fatto. Erano là accampate davanti al parlamento, martedì, quando hanno avuto notizia della seconda sentenza della Corte suprema: respinti alcuni ricorsi, gli alti magistrati hanno ordinato di distribuire i risarcimenti senza altri indugi. Questa volta sarà l'equivalente di 650 dollari ciascuno: non è la manna, come non lo fu il primo risarcimento, ma saranno utili.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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