L’ingresso dei privati nella Rai verrà illustrato nei prossimi giorni dal ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, che è il soggetto venditore delle azioni. Ma i termini dell’operazione sono già stati anticipati, di fatto, dal direttore generale Flavio Cattaneo di fronte alla Commissione parlamentare di vigilanza. Ebbene, tutto si può dire tranne che il collocamento presso il pubblico di una quota di stretta minoranza del capitale della Rai sia una privatizzazione, o anche solo che ne rappresenti l’inizio. Ancor più improprio sarebbe parlare della Rai così "privatizzata" come di una public company perché i soci non potranno avere più dell’1%. Nelle società a proprietà diffusa non c’è mai un azionista, per di più pubblico come il Tesoro, con la maggioranza assoluta e un Parlamento che nomina gli amministratori. Eppure qualcosa sta accadendo. Precisando correttamente di parlare a titolo personale perché a vendere sarà poi il ministero, Cattaneo ha spiegato che il modo più serio e trasparente di far entrare i privati in Rai è un’offerta pubblica delle azioni finalizzata alla loro quotazione in Borsa: perfetto. Cattaneo ha aggiunto che la Rai non ha bisogno di soci industriali: legittimo orgoglio aziendale se la Rai farà solo radio e tv; orgoglio un po’ arrischiato (come tutte le autarchie) se si dovessero affrontare progetti multimediali. O anche progetti di tipo industrial-tecnologico quale fu, a suo tempo, il tentato accordo con gli americani della Crown Castle per la gestione delle antenne. Cattaneo ha infine dichiarato che la "sua" Rai non dovrebbe vendere né reti né rami d’azienda. E qui veniamo alla sostanza. È vero che i vecchi boiardi difendevano fatturato e organici, perché da quei numeri dipendeva il loro potere. Ma il presidio dell’azienda non è sempre dettato da simili ragioni. Diventa addirittura un dovere quando ci sia chi mira ad acquisire le parti migliori di un gruppo a prezzi stracciati, magari facendo la retorica delle privatizzazioni, che è uguale e contraria a quella statalista. Bisogna verificare caso per caso. E la Rai rappresenta un caso speciale: mezzo servizio pubblico radiotelevisivo e mezzo emittente commerciale. Prima della quotazione in Borsa, si dovrà dar conto di quanto ricavano e quanto spendono le due metà della Rai. Ma come? Il direttore generale ha avviato la contabilità separata del servizio pubblico nell’ambito di un bilancio che resta unico. L’esperienza delle liberalizzazioni dice che le contabilità separate, anche con le migliori intenzioni del mondo, rivelano sempre meno dei bilanci di società distinte: di una Rai servizio pubblico, monopolio pagato dal canone, e di una Rai commerciale, attività in concorrenza finanziata dalla pubblicità. L’esperienza aggiunge che, una volta attribuiti i servizi pubblici a società distinte, queste cambiano proprietà. Terna e Snam Rete Gas sono l’esempio. I conservatori, di ogni colore politico, dicono che alla Rai una simile operazione sarebbe tecnicamente impossibile. Ma non è la verità. La separazione societaria è possibilissima, purché la si voglia. Il pubblico capirebbe finalmente, confrontando i palinsesti, che cos’è servizio pubblico e che cosa non lo è. Il canone verrebbe commisurato in modo non esoterico. La Rai commerciale avrebbe il diritto di chiedere gli stessi limiti di affollamento pubblicitario di Mediaset, che oggi sono assai più vasti. E il suo valore ne sarebbe accresciuto. Se la separazione contabile fosse egualmente attendibile, la Rai dovrebbe esigere, davanti all’Antitrust, l’adeguamento degli spazi pubblicitari a quelli del concorrente, evitando di spalmare gli spot sulle tre le reti per evitare facili contestazioni. La legge Gasparri prescrive la separazione contabile, ma non impedisce il resto. I vantaggi sarebbero evidenti per i cittadini. E probabilmente anche per le casse dello Stato, che vendendo una Rai in grado di competere ad armi pari con Mediaset nella raccolta della pubblicità potrebbe guadagnare una cifra più alta di quella, pur ragguardevole, che otterrà collocando la Rai così com’è. Ma quanto resterebbe in carica oggi un consiglio di amministrazione che imboccasse una simile strada riformatrice? E quanto se al governo andasse l’Ulivo? Il realismo consiglia una risposta pessimista. Perché la maggioranza schiacciante della classe politica - da Rifondazione comunista a Forza Italia dove milita il primo azionista di Mediaset - non ha dato fin qui segni di voler scambiare le piccole certezze, che le derivano dalla presa sulla radiotelevisione pubblica, con l’ambizione liberale di aumentare la concorrenza nell’informazione e nell’industria culturale.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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