Se vuoi goderti gratuitamente il bene più prezioso del mondo, e cioè il tempo, vieni qui. Perché qui il tempo si dilata all’infinito, come se non esistessero più scadenze, appuntamenti, orologi da tener d’occhio, bollette da pagare, figli da accudire. Qui il tempo è roba tua, puoi farne quel che vuoi. Devi solo avere un progetto di lavoro, essere accreditato da un curriculum più che rispettabile, presentare tre referenze, e una volta che sei arrivato osservare gli orari sacri del pranzo e della cena. Il resto appartiene solo a te, per un mese e anche più. Te lo garantisce James Harrison, presidente della Fondazione Bogliasco, che dal ‘96 ospita scrittori, critici letterari, musicisti, artisti, filosofi, storici, archeologi, architetti, geografi, registi, coreografi, studiosi di comunicazione. Da tutto il mondo: 328 finora. Più precisamente: quasi duecento dagli Stati Uniti, poi: Svizzera (32), Francia (11), Gran Bretagna (9). E poi: da Israele alla Germania, dalla Russia all’Egitto, dalla Finlandia a Hong Kong, dall’Argentina alla Tunisia. Tutto il mondo è qui e pochi lo sanno. Gli italiani (finora 45) sembrano quasi indifferenti (essendo la sede italiana, il Centro si sarebbe aspettato più domande "casalinghe"): "Se gli italiani rispondono senza grande entusiasmo è perché - spiega il direttore per l’Europa, Pasquale Pesce - questo è un modo di favorire la creatività tipicamente anglosassone. Noi non siamo abituati... E poi c’è il fatto che gli scrittori e gli studiosi già affermati in Italia ritengono offensivo dover fare domanda. Pretendono di essere invitati". Uno scenario da Truman Show in versione Riviera, ma autentico. Un’oasi di pace, sul golfo Paradiso, nel verde della macchia mediterranea, tra ulivi e pini marittimi. Bogliasco è il primo paese che si incontra muovendosi da Genova verso Levante, ex borgo di pescatori tagliato fuori dal traffico metropolitano. Pochi sanno che qui si incontrano, tra gennaio e maggio e tra settembre e dicembre, i detentori della creatività contemporanea. Una domanda e il gioco è fatto. O quasi. Perché la tua domanda, una volta inoltrata, passerà al vaglio di una commissione di Saggi, rigorosamente tenuta anonima, poi verrà inviata al centro operativo di New York, cui spetta l’ultima decisione. Qui non c’è guerra che riesca a interferire nella concentrazione, i televisori in genere rimangono spenti, qualcuno chiede l’”Herald Tribune”, giusto per restare attaccato al mondo. C’è sì un collegamento internet 24 ore su 24, ma per lo più il web serve a lavorare. Il tutto suddiviso in tre ville immerse nel parco e chiuse da sobri muretti di cinta: al massimo quindici ospiti in contemporanea, non di più altrimenti si perde il gusto degli spazi e della tranquillità. Villa dei Pini, un edificio inizio Novecento, è il cuore pulsante; più in alto: Villa Orbiana e Villa Rincon. Tutto ciò che ha lasciato, morendo, Leo Biaggi de Blasys, un avvocato svizzero, delegato della Croce Rossa Internazionale, che vi ha vissuto per una quarantina d’anni. A ricordarlo è la vice-presidentessa e padrona di casa Anna Maria Quaiat. Che non ignora i problemi economici e dunque tiene a sottolineare l’aiuto che in questi anni è stato offerto dalla Fondazione Carige e dalla Compagnia San Paolo. Va bene la solitudine. Ma la parola chiave pronunciata da Pasquale Pesce è: interazione. Gli illustri borsisti devono "interagire". Per questo sono invitati a pranzare e cenare insieme, sul grande tavolo di Villa dei Pini. La sera è gradita la cravatta per gli uomini. Questione di forma. Ma durante il giorno si può anche rimanere scalzi. Come succede alla pittrice australiana Anne Middleton, calzamaglia nera, nel suo studio di Villa Orbiana, davanti a due tele cariche di giganteschi tentacoli di polipo che andranno a formare un’ampia Porta del Paradiso in costruzione. Italiano appena masticato: "Qui il cibo è terrifico - dice (in senso buono, ovviamente) - atmosfera tranquilla, conversazione piacevole, in queste sette settimane ho fatto anche un po’ di yoga in terrazza". Pesce vuole che gli artisti si sentano "finalmente privilegiati". Possono usare la cucina come e quando vogliono, farsi un caffè, aprire il frigorifero, gettarsi sul letto, prendere il sole in balcone, passeggiare sulla scogliera se sono stanchi del lavoro. Alla fine presenteranno il frutto del loro soggiorno: sotto forma di pubblicazione, di saggio, di installazione, di spartito, di opera d’arte. Il pranzo è servito verso l’una. Risotto ai funghi, formaggi, insalata. Tutti intorno al grande tavolo di Villa dei Pini, con una vetrata che guarda verso Portofino e Camogli. La scrittrice tedesca Beate Rygiert è qui con suo marito, Daniel Bachmann, scrittore pure lui, pure lui di Stoccarda. Beate sta lavorando al suo quarto romanzo, una storia d’amore che si intreccia con due segreti di famiglia svelati a poco a poco da una serie di lettere. Daniel, che per lo più produce documentari televisivi e radiodrammi, è qui per terminare un romanzo: è la ricostruzione di una vicenda familiare accaduta durante la guerra a Schramberg, una cittadina (la sua) della Foresta Nera, sede della fabbrica di orologi Junghans dove molti prigionieri dei nazisti furono costretti ai lavori forzati. Beate parla di un "gruppo molto interessante di artisti", con cui la sera dopo cena si scambiano opinioni e punti di vista sul proprio lavoro. E indica una signora seduta di fronte che sta sorseggiando il caffè. È la scrittrice di origine sudafricana Lynn Freed, docente di letteratura inglese alla California University. Dice che questo "wonderfull" angolo di Liguria, che somiglia a certi paesaggi della California, favorisce la sua ispirazione e "fa rilassare lo spirito", perché l’importante è "essere strappato alla quotidianità". L’incontro con gli altri artisti "ci fertilizza reciprocamente". Anche James Green, che non è uno scrittore ma uno storico del movimento operaio, si sente "fertilizzato". Insegna all’Università di Boston ed è arrivato a Bogliasco con il proposito di portare a termine un libro sul 4 maggio 1886, il drammatico giorno degli scontri a Chicago tra anarchici e polizia, che fu alla base della festa dei lavoratori. Ma il suo libro, già messo in programma dalla Pantheon di Random House per la primavera 2006, avrà un impianto romanzesco, pur fondandosi su documenti storici. Accanto a Green, sui divani di Villa dei Pini, ci sono lo storico del teatro Arnold Aroson e un altro signore, sulla cinquantina, in maniche di camicia e scarpe da ginnastica. È Richard Festinger, un noto compositore di origine polacca e di nazionalità statunitense. Progetto: composizione di un quintetto per l’Empyrean Ensemble dell’Università di California. "Il gioco dell’immaginazione - dice - è simile per tutte le arti, per questo ritengo stimolante poter scambiare idee con gli scrittori e con i pittori". Festinger lavora dalle nove del mattino, rigorosamente al computer ("da cinque anni, per comporre ho buttato la matita") fino alle 17. Poi: passeggiata, cena, conversazione e in serata riprende il lavoro. Il paesaggio ligure, lontano dai rumori di San Francisco, lo aiuta: "Somiglia alla California, ma ha qualcosa di più drammatico, insomma l’ideale". I suoi colleghi italiani saranno contenti di saperlo.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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