Credo sia giunto il momento di dedicare agli italiani un pensiero riconoscente. Qualunque popolo governato con il cinismo, gli spettacoli da circo, le clamorose affermazioni e negazioni, la protervia e l’indifferenza, le false promesse di Silvio Berlusconi e della sua gente, con pretoriani che si dedicano alle minacce da un lato, e brave persone che dicono cose decenti ma poi sostengono e votano tutto, ma proprio tutto ciò che vuole il padrone, qualunque popolo avrebbe perso ogni fiducia nelle istituzioni e nella politica. Penso ai bravi tedeschi e ai testardi francesi. Nessuno gli farebbe ingoiare giorno dopo giorno cinque Tg che descrivono successi e glorie del regime, mentre l’impoverimento rapido e drammatico del Paese viene registrato in tutte le famiglie, e l’immagine dell’Italia nel mondo diventa più umiliante ogni giorno.
Nessuno si lascerebbe insultare dalla ripetizione a mitraglia della frase "siamo in ordine con il programma, finora abbiamo mantenuto tutti i nostri impegni" mentre non uno di quegli impegni è stato mantenuto (salvo le leggi ad personam e quelle anti tribunale già approvate alla svelta con il buon lavoro di deputati che sono avvocati e avvocati che sono addirittura presidenti della Commissione Giustizia). Nessuno si sarebbe piegato alla volontà del leader, espressa attraverso un giornalista del servizio pubblico, di non incontrare mai il suo avversario in televisione, secondo le normali regole democratiche. Non lo accetterebbe perché è una offesa ai cittadini.
Però non è dello scandalo di Berlusconi e del suo governo che vogliamo parlare, ma dello straordinario comportamento degli italiani di fronte a tre anni di un simile modo di governare.
Cominciamo dal peggio. L’Italia è stata dominata da persone come Bossi, Calderoli, Borghezio, Gentilini. Sono quelli che hanno creato (insieme a Fini) la più odiosa legge europea sulla immigrazione (e la più dannosa per le imprese). Sono quelli che hanno personalmente (Borghezio) dato la caccia, di notte, con squadre punitive, agli immigrati, arrivando al punto ( c’è una condanna del Tribunale di Torino) di incendiarne i giacigli. Sono coloro che hanno versato urina di maiale su un terreno di Lodi destinato dal Comune a una moschea. Sono coloro che il giorno di inizio del Ramadan hanno dichiarato: "Questa gente non deve avere neppure un appartamento per pregare". L’Europa giudica i leghisti italiani con disprezzo. I giornali italiani fingono di non saperlo. Nei talk show televisivi i personaggi appena nominati vengono accolti come persone normali. Nessuno, credo, ha dimenticato la raccomandazione di Calderoli, allora vice presidente del Senato, alle ragazze padane: "Uscite munite di forbici da giardiniere per essere pronte a castrare ("zac, fino in fondo", precisava) gli immigrati che vi minacciano".
Eppure, ecco il titolo d’onore che va tributato agli italiani, questo Paese, così umiliato agli occhi del resto d’Europa, non è diventato razzista. Nonostante il traino possente che Berlusconi, con tutti i suoi mezzi mediatici, ha dato alla Lega, distribuendo loro anche pezzi di Rai, l’Italia non è diventata xenofoba, e questo si deve esclusivamente ai cittadini che hanno tenuto duro e si sono ostinati a restare dalla parte della civiltà, compresi molti che in passato avevano votato Berlusconi.
Anche la vicenda di Buttiglione è esemplare. I vari Tg di Berlusconi e i giornali complici prima hanno nascosto l’evento e poi si sono affannati a spiegare che si trattava di una questione di fede. Buttiglione aveva incontrato ostilità ed era stato discriminato perché è un credente. Si è parlato di lobby che danno la caccia ai cattolici. In un Paese cattolico ciò avrebbe potuto scatenare tensione e ostilità, tenuto conto anche della portata razzista della parola "lobby". Il tentativo è clamorosamente fallito. I cattolici italiani non si sono prestati. Buttiglione è stato respinto perché è Buttiglione, il ministro di Berlusconi, un tipo di persona che non ha corso in Europa.
Un esempio costante di cattiveria, disprezzo e malevolenza è venuto decine di volte dalle figure più in vista dello Stato devastato dalla Casa delle Libertà. Lo stesso Buttiglione si è occupato delle ragazze madri, definendole "donne non buone", il ministro della Giustizia ha mostrato costantemente astio e sprezzo verso i carcerati (sono dieci in una cella e lui si domanda divertito se si aspettavano "il Grand Hotel"), ma anche astio e sprezzo verso i magistrati, la cui decisione di continuare a essere indipendenti francamente lo esaspera. E ha incluso nel suo insulto tutta l’opposizione alla Camera e al Senato, dichiarandola "una perdita di tempo" contro cui intende ricorrere al voto di fiducia, pur di far approvare una pessima legge sulla riforma della Giustizia.
Il vicepresidente del Consiglio Fini ha annunciato ai suoi giovani (dunque alla parte più esposta ai cattivi esempi, ai messaggi di odio) "guerra al pacifismo", e ha spiegato loro il malanimo, la viltà e il rischio mortale di coloro che si oppongono alla guerra. Il presidente del Senato ha fatto la sua parte: da storico ha spiegato che l’antifascismo è un fardello che pesa inutilmente sulle spalle dell’Italia. Da filosofo si è dato da fare per accreditare l’idea che in democrazia ci deve essere una sola verità (presumibilmente quella del vincitore) e che il ‟relativismo”, atteggiamento di pensiero che accetta di considerare alla pari le verità degli altri, è un cancro da cui fuggire, anzi è ciò che mina le basi della democrazia. Da seconda carica dello Stato ha invocato più volte la guerra di civiltà contro l’islamismo. Ha invitato rudemente l’Italia "a svegliarsi", e a combattere. È seguito il paziente silenzio degli italiani.
Sono in molti a non aver dimenticato che il ministro Lunardi, qualche tempo fa, aveva consigliato di "convivere con la mafia", in un Paese che ha già pagato tanto sangue al crimine organizzato. È l’Italia in cui si progetta la devastazione di 43 Articoli della Costituzione per ripulire la strada del premier dai detriti della democrazia, dopo aver tentato di rimuovere antifascismo e Resistenza, e avere equiparato i reduci di Salò (quelli che davano una mano ai tedeschi in via Tasso, nel ghetto di Roma, nella caccia ai partigiani, nelle impiccagioni e fucilazioni degli antifascisti, nel prelievo casa per casa degli ebrei italiani) a tutti gli altri combattenti, compresa la pensione. La pensione per i cacciatori di partigiani e di ebrei.
Come si vede il danno è grande. Questo è il solo governo di un Paese che fa opera di corruzione sui suoi governati, servendosi di un rigido regime mediatico nel quale non passano se non frammenti di informazione libera, e rispetto al quale anche i grandi organi di informazione apparentemente indipendenti (che però hanno visto rimossi direttori e personaggi di primo piano sgraditi al regime) appaiono prudenti, intimiditi, e alternano la finzione del non sapere alla strategia del tenersi alla larga dalle questioni più vergognose fingendo di non aver visto, sentito o capito. Se si aggiunge a tutto ciò l’impegno, ben condotto, dato il controllo dei media, di accusare sistematicamente chi si oppone, chi svela il gioco, chi racconta ciò che non si deve raccontare, di essere complice dei terroristi, si ha l’immagine di un Paese sottoposto a una tempesta di informazioni false, propaganda di Stato, esaltazione continua e concitata del governo, denigrazione, disprezzo e denuncia dell’opposizione.
Certo, a una simile trama, ha risposto il lavoro costante e tenace della opposizione di tutto il centrosinistra in Parlamento. Ma poiché la forma di imposizione comunicativa del regime Berlusconi resta fortissima, occorre dare atto ai cittadini italiani - tutti, anche coloro che a suo tempo avevano preferito un uomo che appariva ricco e sorridente, piuttosto che mentitore e incattivito come si è rivelato - di essersi difesi con buon senso, civiltà e una buona dose di incredulità che ha cominciato a crescere mentre cresceva il regime delle informazioni false.
Le ultime tre tornate elettorali, e soprattutto i sette seggi su sette conquistati dal centrosinistra nelle recenti elezioni suppletive, dicono molto della resistenza italiana al regime. Non è nata la xenofobia che voleva Bossi, non è cominciata la rissa omofobica su cui puntavano i sostenitori di Buttiglione. Il Paese, bombardato di segnali tremendi sulla immigrazione, ha continuato a pensare, come tutti i Paesi civili, che ci vogliono regole ma non prigioni, che le religioni di tutti vanno rispettate, che non si spara sui gommoni dei naufraghi. Il crimine organizzato è sempre un grave pericolo, ma i cittadini continuano a onorare i giudici caduti, a rispettare la libertà dell’ordine giudiziario, a credere nelle denigrate istituzioni repubblicane, a sostenere la Costituzione.
E sono in tanti a pensare che è meglio la legge e le sue regole piuttosto che i fuorilegge e gli ineleggibili al governo. Oltretutto cominciano a misurare la gravità del danno nelle esperienze quotidiane, nel costo della vita, nella devastata immagine italiana nel mondo, che vuol dire anche denigrazione dei nostri prodotti. Ogni giorno svela una bugia. Ogni giorno questi cittadini italiani che hanno resistito contano il tempo da qui alle elezioni. Lì, non da Vespa, si potrà finalmente parlare.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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