Ogni sciopero e ogni mobilitazione collettiva intendono promuovere quella che, nel linguaggio sindacale, si definisce una "piattaforma": un pacchetto di richieste sulle quali aprire il negoziato o procedere nella lotta. In questi giorni, è stata avanzata una piattaforma, che con le rivendicazioni sindacali ha una parentela assai lontana, ma la cui singolarità costituisce il motivo della sua forza e, insieme, della sua "invisibilità". Leggiamola: "Lanciamo un appello ai presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato e al presidente del comitato Carceri della Camera affinché si stabilisca un calendario certo per riprendere la discussione sull’ipotesi di un provvedimento di indulto e amnistia... Affinché - prosegue il testo - siano avviate al più presto le procedure necessarie (...) per immediate modifiche legislative che consentano una limitazione degli abusi che si compiono nell'uso della custodia cautelare; e PER immediate modifiche legislative che impongano un'applicazione piena ed integrale della 'legge Gozzini' e di tutte le misure alternative in TUTTI i tribunali di Sorveglianza e per TUTTI i detenuti, siano essi italiani o stranieri, malati o in buona salute, ristretti nelle sezioni normali o in quelle speciali."
Intorno a questo pacchetto di rivendicazioni, una protesta incondizionatamente pacifica si sta espandendo a macchia d'olio, in questi giorni e in queste settimane, nelle carceri italiane. I detenuti, secondo le esilissime notizie offerte dai mezzi di informazione, stanno "scioperando". E se è vero, come è vero, che lo sciopero è un'astensione collettiva dal lavoro finalizzata all'ottenimento di vantaggi salariali o sociali, viene da chiedersi in cosa mai consista uno sciopero quando è attuato da una persona reclusa: da chi, cioè, non lavora (solo il 20% dei detenuti svolge una qualche attività: nella stragrande maggioranza dei casi, collegata al mantenimento e alla riproduzione del carcere stesso). Dunque, si tratta dello sciopero di chi, per definizione, non ha strumenti di pressione (bloccare la produzione), capaci di indurre la controparte a trattare. E, tuttavia, è uno sciopero che mobilita migliaia di persone e modifica le condizioni interne alle carceri italiane. L'azione in atto, partita dagli istituti siciliani e campani e da Regina Coeli e Rebibbia, coinvolge attualmente circa 90 carceri sugli oltre 200 sparsi nel paese: e prevede lo sciopero dei "lavoranti" (quei pochi, appunto) e, poi, lo sciopero della fame "a scacchiera" di gruppi di detenuti che destinano il vitto a organismi di solidarietà sociale e rinunciano all'acquisto di beni di primo consumo; il rifiuto dell'ora d'aria o il suo prolungamento; lo "sciopero della televisione" o il completo silenzio per intere giornate; la "battitura" delle grate delle celle e delle finestre in vari momenti del giorno; la richiesta di pieno funzionamento dell'amministrazione interna ed esterna, per evidenziare il collasso della giustizia e dei suoi uffici: e per denunciare la mancata applicazione delle leggi (specie in materia di misure alternative).
Per capirci: a Regina Coeli sono state presentate al tribunale di Sorveglianza e alla procura della Repubblica oltre 2.000 istanze, tra richieste di sospensione della pena, domande di grazia, di scarcerazione con revoca, di colloquio, di visita del magistrato di Sorveglianza…E, per ogni istanza rigettata, i detenuti presenteranno reclamo presso il Tribunale della Libertà.
Questo è quanto sta accadendo, nella pressoché totale indifferenza della classe politica e del sistema dell'informazione. Ed è una mobilitazione particolarmente onerosa per chi la attua, in quanto chi è privato della libertà personale, quando sciopera non fa che rinunciare a quei diritti minimi (l'ora d'aria, la spesa, il cibo, la televisione, il colloquio con gli avvocati o con i familiari…) che rendono appena sopportabile la sua detenzione: e la cui fruizione è spesso ardua, talvolta negata, sempre faticosa. È un atto di radicale rinuncia, quello dei detenuti, teso a denunciare la gravità delle condizioni della vita in carcere, attraverso una pratica di lotta che trova nell'autoprivazione la sua principale forma espressiva. Si intende, così, evidenziare l'eccezionale insostenibilità di una situazione già insostenibile di norma. I detenuti assumono, in tal modo, un ruolo di tutori di un bene collettivo (la giustizia, appunto) e la loro azione acquista il senso di un gesto di pubblica moralità.
Tanto più importante, questa iniziativa, perché la prossima finanziaria taglierà quasi il 20% delle risorse destinate al carcere e, in particolare, all'edilizia, all'informatizzazione e all'ammodernamento degli istituti di pena; e ridurrà le spese relative all'istruzione scolastica e all'assistenza sanitaria. Tutto ciò mentre l'affollamento si fa ogni giorno più soffocante: e, invece di promuovere un maggiore ricorso alle misure alternative, si opera per ridurre l'utilizzo di esse. Il risultato è che nelle carceri ci si uccide di più, si muore di più, ci si ammala di più. Il vero nodo della questione, probabilmente, è una riforma capace di restituire al carcere il suo ruolo di risorsa ultima, e di extrema ratio, sottraendolo all'attuale funzione di strumento ordinario e quotidiano di sanzione e di "disciplinamento" e controllo sociale.
Il ministro Castelli ammette che quella degli istituti di pena è una situazione fatta di "luci e ombre"; ma non manca di sottolineare che "facendo i debiti scongiuri, questo è il primo governo durante il quale non ci sono state rivolte". Le cose non stanno affatto così. È da tempo che nelle carceri italiane non ci sono "rivolte": da quando, esattamente da quando, alcune norme intelligenti e razionali (pochissime, ahinoi, dopo "la Gozzini") hanno introdotto dentro il "buco nero" della detenzione una opportunità di emancipazione. Ovvero la possibilità di immaginare e sperare e agire affinché la propria esistenza - l'intera esistenza: compresi errori e sanzioni - non si riduca a quella cella chiusa. Tornare indietro sarebbe un fallimento per tutti. Per chi sta in galera, ma anche - e non è un paradosso - per chi non sta in galera.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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