"Nessun problema di successione. Solo le dittature o le monarchie preparano gli eredi. Noi palestinesi disponiamo di un meccanismo democratico già pronto per rimpiazzare Arafat. Il vero problema è piuttosto il governo Sharon, che ne approfitterà per rendere ancora più impossibile la vita dei palestinesi nei territori occupati". Così Ghassan Khatib minimizza le lotte di potere in atto tra i palestinesi. Ministro del Lavoro nel governo dell’Autonomia palestinese, accademico, ex direttore del Jmcc (Jerusalem Media and Communication Center, uno degli istituti di ricerca sui territori occupati più importanti), Khatib è noto per le sue posizioni moderate e indipendenti.

Come riassumerebbe il ruolo svolto da Arafat?
È stato l’unico leader capace di raccogliere consensi tra i palestinesi su due questioni centrali: una dirigenza politica unificata e l’accettazione delle risoluzioni Onu che sin dal 1947 prevedono la partizione della regione grazie alla creazione di due Stati. Arafat è stato il leader indiscusso dell’Olp, che per tanti anni ha rappresentato i palestinesi della diaspora e nei territori occupati. In quella veste nei primi anni Novanta ha trattato gli accordi di Oslo.

Ora cosa accadrà?
Non mi attendo sviluppi drammatici. Si passerà da una classe dirigente dominata dalla personalità di un grande capo carismatico alla creazione di una leadership collegiale. Perché è inutile negare l’evidenza: al momento non esiste tra noi un personaggio pari ad Arafat. I nuovi capi politici dovranno continuamente provare le loro capacità alle piazze palestinesi. In verità sia Abu Mazen, sia Abu Ala e i componenti dell’attuale consiglio di governo agiscono sulla base di un patrimonio di idee molto simile a quello del rais. Magari nei prossimi mesi adotteranno strategie diverse. Ma alla fine concorderanno sui principi fondamentali.

Ci saranno mutamenti nei rapporti con Israele?
Non dipenderanno certo da noi. Il problema maggiore è che qualsiasi speranza di avanzamento nelle trattative di pace si scontra con la volontà israeliana di violare la legalità internazionale e contrastare i termini del piano di pace formulato due anni fa dalla cosiddetta road map. Sino a che Sharon continuerà a insistere sull’occupazione e la crescita delle colonie ebraiche non sarà possibile alcun negoziato.

Ma il premier israeliano sta preparando il ritiro da Gaza.
Vedremo se lo farà davvero. In ogni caso Gaza rappresenta meno del 10 per cento dei territori occupati. Quello che conta è che nel frattempo si intensifica la presenza israeliana in Cisgiordania.

C’è chi prevede il caos tra i palestinesi.
Non lo credo proprio. Abbiamo già messo in moto i meccanismi di successione previsti dalle nostre leggi. Entro 60 giorni eleggeremo un nuovo presidente.

Non teme lo scontro tra quadri laici del Fatah e militanti islamici di Hamas e Jihad?
Non penso avverrà. Tra i ranghi palestinesi prevale il desiderio di evitare gli scontri interni.

I territori occupati sono tappezzati di manifesti inneggianti a Marwan Barguti, l’avvocato di Ramallah legato al Fatah che da due anni è stato condannato all’ergastolo da un tribunale israeliano con l’accusa di terrorismo.
È lui oggi il leader più noto. Tutti i sondaggi sino a pochi mesi fa lo davano come la figura più popolare con il 10 per cento delle preferenze, dopo Arafat che invece era sostenuto da oltre il 30 per cento. Peccato però che Barguti sia in cella.

E chi era il terzo?
Un esponente di Hamas, uno qualsiasi dopo l’assassinio di Ahmed Yassin per mano israeliana quest’estate.

Arafat stava progettando le elezioni municipali nei territori occupati entro dicembre. Le farete?
Abbiamo provato. Ma Israele fa di tutto per boicottarle. Nelle ultime settimane Sharon ha imposto la chiusura degli uffici elettorali a Gerusalemme est. Nel 1996, al tempo delle elezioni presidenziali, gli arabi della città poterono votare. Perché ora no?
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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