Strette di mano e grandi sorrisi di fronte alle camere del Mövenpyck hotel. È stato ieri pomeriggio alle quattro e mezzo, dopo un ultimo incontro con il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit e il segretario della Lega Araba, Amr Mussa, che il ministro degli Esteri iracheno Hoshayar Zebari ha potuto finalmente segnalare a Bagdad che l’accordo era stato raggiunto. "Non ci saranno opposizioni alle elezioni. La comunità internazionale e il mondo arabo sono con noi", ha comunicato al premier Iyad Allawi. Curioso balletto diplomatico qui nel luogo considerato il cuore delle vacanze esotiche a basso prezzo sul Mar Rosso, meta anche di tanti italiani alla ricerca del sole e degli scenari offerti dalla barriera corallina in pieno inverno. Ieri si è conclusa in modo più che soddisfacente la fase preparatoria del processo di legittimazione del governo Allawi (instaurato il 28 giugno) e soprattutto del progetto di transizione verso la democrazia. "Abbiamo raggiunto l’accordo per l’approvazione della dichiarazione finale", ha annunciato trionfante lo stesso Abul Gheit ai media egiziani. Poco dopo è stato lui a presiedere il primo incontro ufficiale del summit qui a Sharm el-Sheikh. Presenti Zebari e i colleghi dei 6 Paesi confinanti con l’Iraq: Kamal Kharrazi (Iran), Abdullah Gul (Turchia), Farouk al-Shara (Siria), Hani Mulki (Giordania), Saud al-Faisal (Arabia Saudita), Muhammad al-Sabah (Kuwait). Voci diplomatiche occidentali riportano che in quella sede c’è stata qualche nuova perplessità. "Non è troppo presto tenere le elezioni il 30 gennaio? Non c’è il rischio di escludere i sunniti, specie dopo le tensioni generate dalle operazioni americane a Falluja?", hanno insistito da parte giordana e siriana. Domande sollevate anche più tardi, durante la cena allargata a tutti i partecipanti al summit. Presenti anche il segretario di Stato Usa Colin Powell, il segretario generale dell’Onu Kofi Annan, Serghej Lavrov da Mosca, Xavier Solana per la diplomazia europea, i responsabili della diplomazia di Pechino, dei maggiori Paesi europei, del G8, i rappresentanti dell’Organizzazione per la conferenza islamica. C’è stato imbarazzo a tarda sera. Quando i portavoce dell’ambasciata americana al Cairo negavano che Powell si fosse seduto allo stesso tavolo con gli inviati siriano e iraniano. Mentre i portavoce egiziani giuravano che l’incontro c’era stato "come da protocollo". Ma nessuno ha messo davvero in dubbio i 14 punti del documento finale che verrà approvato ufficialmente oggi dopo due mesi di lavoro e le cui bozze sono già state diffuse negli ultimi giorni. In sostanza si accetta la legalità del governo Allawi, che aveva già ottenuto un importante riconoscimento ancora prima della sua nascita, con la risoluzione Onu numero 1546 del 9 giugno scorso. Il documento apre le porte a una massiccia presenza delle Nazioni Unite in Iraq. Ma non specifica i tempi e le modalità. Insiste sull’opportunità delle elezioni al più presto a sulla necessità della formulazione di una nuova costituzione mirata alla nascita di un "governo eletto in modo democratico entro la fine del 2005". Restano marginalizzati gli sforzi di Francia, Russia, Germania e Cina per il riconoscimento politico di alcuni esponenti delle forze della guerriglia in Iraq e sulla richiesta di specificare la data del ritiro del contingente militare multinazionale guidato dagli americani. Il documento non va oltre un generico appello alla normalizzazione che avvicini la cessazione del mandato della forza multinazionale. Ma la critica araba alle operazioni militari americane a Falluja resta dura. "Azioni di questo genere vanno evitate a tutti i costi. L’Iraq non si può pacificare con la guerra", ha ribadito Amr Mussa. Nello stesso momento Allawi da Bagdad ribadiva che "proprio grazie all’attacco contro i covi del terrorismo è possibile preparare la strada delle elezioni e della democrazia". Dichiarazioni che rivelano un’altra delle critiche più gravi da parte irachena e statunitense ad alcuni dei Paesi della regione, specie Iran e Siria: l’accusa di aver permesso e in alcuni casi fomentato l’entrata in Iraq di elementi armati con l’obiettivo di destabilizzare il dopoguerra. "Dov’erano i nostri vicini quando avevamo bisogno di loro?", ha detto Allawi, ribadendo però di essere pronto a collaborare.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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