Silvio Berlusconi venderà Mediaset? La Milano delle banche sembra crederci. E tuttavia qualche dubbio è legittimo. Non solo perché avere tre reti tv offre un vantaggio competitivo al quale nessun politico rinuncerebbe a cuor leggero, ma anche perché vendere Mediaset rappresenta un’ardua impresa: difficile trovare compratori e ancor più stabilire un prezzo. Mediaset capitalizza in Borsa circa 11 miliardi di euro. Berlusconi può esserne fiero. Da quando l’ha quotata nel luglio 1996 a metà novembre 2004, la sua gestione ha generato ricchezza per 6,4 miliardi rispetto al costo dell’investimento fatto dalla compagine azionaria nel tempo. Un esito brillante se paragonato alle prestazioni di altri grandi gruppi. E tuttavia dove trovare compratori del mestiere? Al mondo sono pochissimi e ancor meno quelli disposti a puntare oltre 10 miliardi sulla ruota di Milano Due. L’unico che, anni fa, ci aveva seriamente provato è Rupert Murdoch, ma la trattativa naufragò perché Berlusconi non si impegnò a dare compensazioni sul prezzo nel caso cambiasse il quadro regolatorio che aveva fino ad allora garantito il successo del Biscione. Questo punto rimane di grande attualità. Mediaset va, per così dire, troppo bene. La guerra dell’audience con la Rai, che al momento la vede arretrare, non provoca, in realtà, alcun danno. Anzi. Nei primi nove mesi di questo che dovrebbe essere il suo annus horribilis, Mediaset realizza un utile prima delle imposte e degli interessi dei terzi pari a 722 milioni su 2,4 miliardi di fatturato, con un incremento del 60%. Un’esplosione di profitti che deriva dall’aumento dei ricavi (13,7%) assai più forte di quello dei costi (3,8%). Nel periodo, si noti bene, Mediaset imbarca come se niente fosse 37 milioni di perdite per l’avviamento del digitale terrestre che l’anno scorso quasi non aveva. Sul piano patrimoniale, com’era facile prevedere, Mediaset cancella il debito. Al 30 settembre esibisce un avanzo di oltre 200 milioni. Poiché nei tre trimestri l’autofinanziamento disponibile, fatti gli investimenti e pagati i dividendi, ammonta a 413 milioni di euro, l’avanzo è destinato ad aumentare oppure a sostenere qualche nuova avventura o, ancora, a migliorare la già ampia remunerazione dei soci. Come si vede, avere un concorrente che può raccogliere una quantità di pubblicità minore per legge e che, per di più, dipende dalla classe politica, regala benefici economici rilevantissimi. Mediaset è la televisione che guadagna di più in Europa e, paradossalmente, è la meno apprezzata dalla Borsa: secondo stime di Lehman Brothers, capitalizza 13,5 volte l’autofinanziamento disponibile contro le 19,9 volte della BSkyB di Murdoch, la più cara. È dunque il mercato per primo a temere che il quadro regolatorio sia troppo favorevole per durare in eterno. Certo, la legge Gasparri cristallizza il primato di Mediaset e la falsa privatizzazione della Rai rende assai impervia qualsiasi riforma della tv pubblica che metta in campo un concorrente vero, senza il privilegio peloso del canone, ma con affollamenti pubblicitari uguali al Biscione. E però queste garanzie non bastano. Nel caso di un cambio di governo, infatti, la Gasparri può essere sempre modificata: basterebbe inserire, come logica peraltro vorrebbe, le telepromozioni nel conto degli affollamenti pubblicitari per tagliare i ricavi marginali e determinare una drastica riduzione dei profitti Mediaset. Oppure potrebbe venir corretta, a opera delle Autorità di Garanzia, la già accertata posizione dominante nel settore televisivo. E allora, per vendere la tv commerciale, Fininvest dovrebbe oggi assicurare le garanzie che non diede a Murdoch oppure concedere uno sconto recuperabile a scadenza sulla base dei risultati tanto più sicuri quanto più le leggi rimarranno invariate.
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Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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