È stato Giovanni XXIII a dire la indimenticabile frase "Quando incontrate un viandante non chiedetegli da dove viene. Chiedetegli dove va". È una frase saggia e benevola, che fa parte delle antiche regole benedettine. È anche un buon consiglio. Ci servirà da guida per riflettere sull’avventura che sta per cominciare in Italia. Dopo Renato Ruggiero, dopo il penoso interim di Silvio Berlusconi, dopo Franco Frattini, c’è un quarto ministro degli Esteri. È Gianfranco Fini, e cambia radicalmente le carte in tavola. È la prima volta dal ritorno della democrazia in Italia che il ministero degli Esteri è affidato al capo di un partito, che - come ricordano in queste ore i giornali del mondo - ha le sue primarie radici nel passato.
Ma di passato non parleremo, seguendo l’ammonimento di Papa Giovanni. Il viaggio di Gianfranco Fini come ministro degli Esteri comincia adesso, e dunque dobbiamo parlare della persona e del suo probabile itinerario. Fini è, mentre diventa ministro degli Esteri, capo di un partito detto convenzionalmente ‟di destra”. Ma è destra non nel senso di mercato e di liberismo. Nel suo partito si immagina che vi sia qualcosa di vero e di grande alle nostre spalle, qualcosa fondato e accaduto in un altro tempo, legato a richiami storici nessuno dei quali esiste nel presente. Anzi, bisogna bonificare il presente richiamando ‟tradizioni”, ‟valori”, ‟radici” dal passato. Il presente è inquinato, e la missione del partito di Fini è la disinfestazione. È inquinato dalla sinistra (ce ne sono tante, ma An non va per il sottile nelle definizioni). Contro tutto ciò che è sinistra la battaglia politica deve essere senza sosta, a costo di ricordare tutto il tempo tutte le possibili vittime di tutte le possibili sinistre, cercando di evitare fastidiose precisazioni storiche.
Il presente è inquinato dai pacifisti. Nei loro confronti il nuovo ministro degli Esteri italiano ha invocato la guerra, "guerra al pacifismo" ha detto. La tentazione di ricordare chi lo aveva fatto prima di lui, dai tempi del Futurismo in avanti è forte. Ma restiamo rigorosamente nei nostri giorni. È ai nostri giorni che il nuovo rappresentante dell’Italia nel mondo ha chiesto ai suoi giovani (che per fortuna fino ad ora si sono dimostrati più cauti e più saggi di lui) di fare la guerra al pacifismo.
E di nuovo ha scelto un nemico generale, senza alcun interesse a vedere e capire meglio, fra chi, per esempio, è contro la guerra in Iraq, considerata da molti nel mondo ‟un colossale errore” (decine di milioni di americani) e coloro che sono comunque e sempre per la pace, considerando la guerra un brutto e pericoloso residuo bellico, una bomba che può sempre esplodere, in mancanza di senso morale e di senso critico, fino a produrre centomila morti in Iraq. Nel nostro Paese sono un bel po’ di gente, questo popolo a cui Fini ha dichiarato guerra. Sono gli stessi che hanno letteralmente riempito l’Italia, dagli attici ai negozi, dalle case popolari alle ville, nelle grandi città e in campagna, di bandiere della pace.
Nel mondo di Fini il presente è inquinato dai no-global. È bene ricordare che i no-global che ha in mente Fini sono il fiume di gente che si è presentato al G8 di Genova, quando quel fiume era composto di volontariato, di frati e di suore, di mamme e di nonne, di ragazze e ragazzi venuti da tutto il mondo (i giovani no-global, ricorderete, sono nati americani, sono nati a Seattle) per dire che "un altro mondo è possibile". Il nostro ministro degli Esteri ha avuto subito istinto nel fiutare i suoi nemici naturali. Si è piazzato nel centro operativo della Polizia e ha fatto accadere cose che, senza di lui, Polizia, Carabinieri, Questori e Prefetti italiani non hanno mai neppure sfiorato nelle tante altre occasioni di ‟pericolo” per l’ordine pubblico. Nessuno dei violenti di Genova è stato intercettato o fermato (si trattava di poche decine di individui distruttivi, pericolosi, e misteriosi, perché nessuno li ha mai identificati) dalle migliaia e migliaia di uomini delle Forze dell’ordine. Ma centinaia di ragazzi inermi sono stati oggetto di arresti e pestaggi definiti ‟di stampo cileno” dalla stampa del mondo. Per ogni Paese in cui Fini si recherà a rappresentare l’Italia ci sarà una ragazza o un ragazzo che ricorda ancora la scuola in cui sono stati massacrati all’improvviso, di notte, mentre dormivano, la caserma in cui, senza poter far valere i propri diritti democratici e senza essere accusati di nulla, hanno subito ore e ore di disprezzo, invettive, maltrattamenti, violenza.
Ci voleva una regia, ci voleva un clima, ci voleva un punto di vista ossessivo per rendere possibile qualcosa che da decenni non accadeva nell'Italia democratica: lo sparo che ha ucciso Carlo Giuliani.

Questa è dunque la persona. Da vice premier non ha detto o fatto alcun gesto per impedire o diminuire la forte frattura che divide italiani da italiani, anzi si è scrupolosamente impegnato a esasperarla. Ha assecondato in ogni dettaglio la propensione per la illegalità che è il marchio di questo governo, le indifendibili leggi ad personam per salvare l’imprenditore-Primo ministro da processi per gravi reati privati commessi prima della politica e che non hanno niente a che fare con la politica, le malefatte della Lega Nord, firmando insieme a Bossi la peggiore legge sull’immigrazione in un Paese democratico. La xenofobia rozza e paleo-nazista della Lega Nord e di personaggi che sarebbero brutto folklore se non fossero potere, non ha trovato mai alcuna obiezione in An, come non l’ha trovato il progetto di frantumare l’Italia, le sue istituzioni, buttando all’aria la Costituzione e i diritti dei cittadini. Fini lascia, mentre parte per il mondo, la sua legge sulla droga. Prevede ‟le maniere forti” per dissuadere i ragazzi dallo spinello, se necessario la prigione. È un altro argomento che gli sarà molto utile nelle conversazioni ‟fuori onda” con i suoi colleghi europei. Perché, come la legge Bossi-Fini sugli immigrati, anche la legge Fini che rifiuta ogni distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti, fra spinello e cocaina, è unica in Europa, la sola, come la Bossi-Fini, a rifarsi a concezioni e ispirazioni etiche di tempi autoritari. Susciterà dovunque la dovuta meraviglia. Non ci sono altre tracce di Fini, vice-presidente del Consiglio e statista italiano, oltre quelle elencate. Abbiamo dunque concluso il capitoletto sulla illustrazione della persona. Domandiamoci ora quali compiti lo aspettano.

Teoricamente i punti di riferimento di un ministro degli Esteri sono tre: l’interesse nazionale, l’impegno e i legami con le aree e i Paesi che hanno a che fare con l’interesse nazionale, e le alleanze. Molti aggiungono, a questo punto, le zone del sottomondo povero che restano tagliate fuori dalla rete dei grandi rapporti internazionali. L’Italia di Berlusconi non ha mai dato segni di preoccupazione per problemi di questo genere, per esempio il Darfur e le sue centinaia di migliaia di morti di violenza e di fame. Finora, per l’Africa, ha proposto solo campi di concentramento in cui ammassare coloro che vorrebbero emigrare o sono stati rimpatriati prima che potessero chiedere diritto di asilo.
Ma andiamo con ordine. L’interesse nazionale è il cuore della politica estera di un Paese. Qual è l’interesse nazionale dell’Italia? È molto difficile che un uomo politico che ha lavorato finora con tanto impegno e acrimonia alla divisione e contrapposizione tra gli italiani (al punto da proporre ‟la guerra” tra coloro che prediligono la pace e coloro che preferiscono il percorso virile del combattimento) possa rappresentare tutti noi e una nostra idea comune dell’interesse dell’Italia.
Per esempio, è nell’interesse nazionale italiano partecipare a una guerra che non è mai stata votata dal Parlamento italiano, perché camuffata sotto le mentite spoglie di ‟missione di Pace”, privando il nostro Paese di una utile, preziosa funzione di co-autore del ritorno alla pace e di credibile partecipazione alla ricostruzione dell’Iraq?
Pietro Ingrao, riferendosi a un titolo del nostro giornale che faceva notare esplicite e bellicose invocazioni alla guerra del presidente del Senato Pera ha deciso, dalle pagine di ‟Liberazione” , di inviare un appello al Capo dello Stato per chiedergli come si possa essere ‟in missione di pace” con la nostra presenza militare in una guerra che ha già fatto centomila morti senza violare l’art. 11 della nostra Costituzione. Quell’articolo segna, dal 1948, l’identità morale ma anche giuridica del nostro Paese. Dunque definisce uno dei punti più delicati ed essenziali del nostro interesse nazionale: mai più avventure di guerra, dopo la distruzione completa del nostro Paese ad opera del fascismo e del nazismo.
Quell’articolo, nella Costituzione, c’è ancora, non è un ornamento. Come può rappresentarlo Fini che ha subito sentito il richiamo e il fascino della guerra? S’intende che è interesse nazionale italiano partecipare alla guerra contro il terrorismo. Ma ormai nessuno cerca più di far passare ‟il colossale errore” della guerra in Iraq come un capitolo della guerra al terrorismo. Se mai è stato un poderoso rilancio dell’odio e del mortale pericolo del terrorismo nel mondo.
Dunque sulla guerra e la pace, temi fondamentali per la sicurezza e la sopravvivenza, Fini rappresenterà il suo partito e un po’ di Casa delle Libertà, ma non quel 78 per cento di italiani che si sono costantemente espressi contro la guerra.
L’Europa? Su quattro ministri degli Esteri che l’Italia ha avuto finora, uno, Ruggiero, è stato cacciato per il suo intenso e persuaso legame con l’Europa.
Uno, Frattini, si è comportato con decenza e senza fare danno. Ma Berlusconi ad interim - spalleggiato in Italia dalla Lega Nord e dal parito di Fini - ha dato colpi forsennati ai legami con la neonata Unione Europea, di cui pure l’Italia è uno dei quattro Paesi chiave, e continua a farlo ogni giorno, cercando di rendere impossibile la presenza dell’Italia nell’Unione Europea.
Fini è notoriamente meno teatrale di Silvio Berlusconi. Ma quanto è diversa la sua filosofia in materia di legami di integrazione e partecipazione profonda dell’Italia all’Europa?
E poi Fini deve la sua nomina a un via libera al presidente del Consiglio per tagliare le tasse, che non si possono tagliare a meno di mandare all’aria il Patto di Maastricht. Dunque va in Europa a dire che l’Italia di Berlusconi si prepara a staccarsi dall’Europa o almeno a violarne gli impegni fondamentali. Va a rappresentare un governo così anti-europeo da imporre ai telegiornali di definire le manifestazioni contro il carovita "manifestazioni contro il caroeuro" falsando i fatti. Senza l’euro - come ogni economista sa e dice - l’Italia di Berlusconi e di Fini sarebbe già in bancarotta.
L’interesse nazionale è anche legato ai rapporti dell’Italia con i Paesi del Sud dell’Europa e del Mediterraneo.
Le cose che ha detto Fini sulla guerra in Iraq e sul ‟tradimento” di Zapatero impediranno al nuovo ministro degli Esteri qualsiasi colloquio utile con il nostro naturale partner spagnolo. La partecipazione camuffata, semi segreta e per questo particolarmente dannosa per la nostra immagine, scredita l’Italia agli occhi di tutti i Paesi Arabi, specialmente i più moderati. Quanto alle alleanze, la visione di Bush segnata da un fondamentalismo assoluto le ha liquidate. Non c’è che subordinazione e obbedienza per essere ‟amici”, in quella visione. Fini è l’uomo adatto a questa visione e piacerà ai neoconservatori anche se non ha la minima inclinazione a favorire l'economia di mercato, e anzi la ignora. Ma per i ‟neo” americani questo ha poca importanza. Ciò che conta è la guerra, e da quell’orecchio Fini è un ascoltatore sensibile e un esecutore fidato. In tutto ciò, come si vede, l’interesse nazionale italiano non c’entra per niente. Ma questo sarà il viaggio, poco promettente, del nostro ministro degli Esteri. Perché, per ora, questa è l’Italia. L’interesse nazionale non coincide in alcun punto con l’interesse personale o partitico di Silvio Berlusconi e della sua gente.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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