Nubi nere si addensano sul progetto di elezioni in Iraq. Ieri numerosi tra i maggiori partiti sunniti e curdi si sono riuniti per formulare una richiesta molto specifica: rinviare l’appuntamento elettorale, che una settimana fa il governo transitorio di Iyad Allawi aveva fissato per il 30 gennaio. A tre giorni dalla fine della conferenza di Sharm el Sheikh, dove i maggiori Paesi del mondo arabo e della comunità internazionale avevano dato forza al processo democratico in Iraq, si apre una nuova fase di incertezza. Non è la prima volta che esponenti del mondo sunnita si dichiarano contrari al voto in tempi brevi. Una ventina di giorni fa, con l’intensificarsi dell’offensiva americana su Falluja, l’assemblea degli Ulema (uno dei maggiori organi religiosi sunniti) aveva pubblicamente fatto appello all’astensione. Ma la presa di posizione di ieri è apparsa ancora più forte. I rappresentanti di 17 partiti si sono riuniti a Bagdad nella residenza dell’81enne Adnan Pachachi, rispettato esponente sunnita dell’opposizione contro Saddam e candidato alla presidenza, per firmare un manifesto comune e chiedere il rinvio. La novità sta nel fatto che il documento è sostenuto da leader laici come Mohel Hardan al-Duleimi, del Movimento Arabo Socialista, da almeno tre ministri dell’attuale governo e dai due principali partiti curdi: l’Unione Patriottica del Kurdistan e il Partito Democratico del Kurdistan. Secondo alcune fonti, tra i motivi della mossa curda non vi sarebbero solo le preoccupazioni per l’instabilità nel Paese, ma anche il timore che le forti nevicate sulle montagne del Nord in gennaio possano limitare l’affluenza alle urne. Tra i firmatari anche l’Iraqi National Congress (di cui fa parte Pachachi) e, sembra, alcuni esponenti dell’Iraqi National Accord, lo stesso partito di Allawi. Il documento invita a rinviare il voto per un periodo che non dovrebbe superare i sei mesi. E specifica la necessità che si "permetta nel frattempo di migliorare le condizioni di sicurezza". "Il rinvio è necessario a causa delle tensioni che minacciano l’unità nazionale e le paure di incitamento alla violenza settaria se una parte della popolazione venisse esclusa dalle urne", ha spiegato uno dei firmatari, Mohsen Abdul Hamid, leader del Partito Islamico Iracheno. Il riferimento è alla possibilità molto reale che la minoranza sunnita (circa il 20 per cento della popolazione) non voti. Restano invece determinati a rispettare il calendario delle elezione gli esponenti della maggioranza sciita. Tra loro il massimo esponente religioso, Alì Al Sistani. Il premier Allawi sembra comunque deciso a continuare in questo senso, forte del sostegno garantito dagli americani. Già ieri sera il presidente George Bush ha ribadito la speranza che la data del voto resti fissata al 30 gennaio. A facilitare le cose potrebbero essere gli incontri che dovrebbero tenersi nei prossimi giorni ad Amman tra esponenti del governo iracheno e membri della guerriglia armata. Ne ha parlato ieri il ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, che però non ha fornito dettagli. "Vogliamo allargare la partecipazione elettorale", si è limitato a dire. Se così fosse, sarebbe la prima volta che il governo Allawi ammette pubblicamente di avere contatti con la controparte che da oltre un anno mette il Paese a ferro e fuoco. Ma larghe regioni restano fortemente destabilizzate. A Mosul, nel Nord, interi quartieri resistono con le armi agli americani. Una situazione confusa. Tanto che qui il generale Usa Carter Ham sostiene che la polizia locale non sarà in grado di riprendere il controllo della piazza per il 30 gennaio: "Circa l’80 per cento dei 5.000 poliziotti iracheni a Mossul hanno disertato".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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