Guardata dal punto di vista dei diritti umani, la faccenda di Bhopal si riassume in un gigantesco caso di violazione dei diritti umani. Così afferma Amnesty International a proposito del disastro chimico di cui domani cade il ventesimo anniversario. "Violazione dei diritti umani" in questo caso si riferisce sia all'incidente avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 a Bhopal, capitale dello stato del Madhya Pradesh, in India, sia a quanto è avvenuto nei vent'anni successivi. Allora fu una strage. Quella notte l'impianto di produzione di fertilizzanti della Union Carbide si surriscaldò e sfuggì al controllo del personale di guardia, finché una cisterna esplose e lasciò uscire un getto di 40 tonnellate di sostanze tossiche ad alta pressione. Quel gas conteneva isocianato di metile e altre sostanze letali: la nuvola investì i quartieri operai e gli slum addossati a nord della fabbrica, qualcosa come 6.000 persone morirono quella notte stessa. Molte di più nei mesi e anni successivi per le conseguenze: oltre ventimila vittime. Per Bhopal, l'India e il mondo intero fu uno shock. Risultò che lo stabilimento era vecchio e inaffidabile, più volte gli addetti alla sicurezza avevano avvertito del rischio. Risultò anche che i sistemi di allarme erano disinseriti. Quella notte i dirigenti rifiutavano di rivelare ai medici cosa fosse quella sostanza che stava uccidendo un intero quartiere di Bhopal. L'Europa aveva ancora la memoria fresca di un incidente simile, anche se su scala infinitamente minore, avvenuto una decina d'anni prima a Seveso, alle porte di Milano, dove una ditta della farmaceutica svizzera Hoffman La Roche aveva diffuso una nuvola di diossina: il risultato fu una legge italiana, divenuta poi direttiva europea, che impone alle aziende di informare preventivamente le autorità sanitarie di ogni sostanza pericolosa lavorata o immagazzinata nei suoi impianti. Ma simili precauzioni non sono rispettate dalle aziende che esportano vecchi stabilimenti o lavorazioni nocive in paesi lontani e più poveri. La tragedia di Bhopal addita le responsabilità delle aziende che vanno a produrre in paesi lontani.
Poi c'è il presente. In un rapporto pubblicato lunedì (Clouds of injustice. Bhopal disaster 20 years on), Amnesty riassume quello che gli attivisti di Bhopal sanno bene: vent'anni dopo, i sopravvissuti soffrono ancora le conseguenze di quella strage e molti aspettano ancora i risarcimenti dovuti. Solo di recente, dopo una lunga vicenda legale, grandi proteste popolari e ben due sentenze della Corte suprema indiana, il governo ha acconsentito a distribuire una seconda tranche di risarcimenti ai quasi 500mila "gas affected", coloro che hanno perso qualcuno o sono rimasti menomati dal gas. Circa centomila persone soffrono le conseguenze fisiche, sotto forma di malattie croniche che ormai cominciano a osservarsi anche nella generazione nata appena dopo l'incidente. Soprattutto, da vent'anni lo stabilimento Union Carbide ormai in disuso continua a uccidere, lentamente: non c'è mai stata una bonifica del sito industriale, migliaia di tonnellate di sostanze tossiche restano abbandonate tra le carcasse arrugginite e i capannoni semidiroccati. Con le piogge percolano nei terreni e vanno a contaminare le falde idriche da cui attinge un'intera popolazione: la fabbrica abbandonata è in una zona molto abitata di Bhopal.
Tutto questo è una violazione dei diritti umani, stima Amnesty. E fa notare che nessuno ha pagato per la tragedia di vent'anni fa e le sue conseguenze. Nel 1989 la Union Carbide patteggiò con il governo indiano un risarcimento di 470 milioni di dollari, pari a 43 centesimi di dollaro per ogni sua azione in borsa. Nessuno è comparso in tribunale. Gli Stati uniti non hanno mai accettato di estradare in india Warren Anderson, allora presidente della Union Carbide. Il tentativo dei sopravvissuti di ottenere giustizia nei tribunali, in India o negli Usa, è finora fallito. Dow Chemical, che nel 2001 ha assorbito la vecchia Union Carbide, rifiuta ogni responsabilità per la bonifica. A Bhopal si commemora una tragedia ancora in corso.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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