Ce n’è di tutti i colori. Colori linguistici, s’intende. Il napoletano, il sardo, il veneto, il pugliese, il romanesco, il piemontese, il siciliano. È un fenomeno che da qualche tempo invade la narrativa italiana più giovane. Diciamo della generazione fra i trenta e i quarant’anni e poco oltre. Non c’è romanzo o racconto che non abbia una coloritura dialettale. Il che coincide, sul piano sociale, con un’invasione delle lingue locali nell’italiano. Se prima la lingua cosiddetta standard o televisiva era, come per pudore, il più possibile ripulita dalle scorie regionali, oggi le mescolanze non sono più vietate. Anzi, a volte vengono tranquillamente esibite, nei reality come nei talk show. E i narratori lo sanno. Diretto. I nomi sono tantissimi e non serve una rassegna puntuale. Basta dire che tra i romanzi recenti più significativi in tal senso, ci sono quelli di tre esordienti: il barese Nicola Lagioia (Occidente per principianti), un altro pugliese, Francesco Dezio (Nicola Rubino è entrato in fabbrica) e il catanese Ottavio Cappellani (Chi è Lou Sciortino). Tutti più o meno imbevuti di umori linguistici locali. Non siamo, ovviamente, nello sperimentalismo anni Settanta. Qui non ci sono stravolgimenti, né intenzioni trasgressive. Dezio, di Altamura, fa parlare i suoi operai in un «impasto italiano-barese» capace, dice, «di offrire sfumature di senso che l’italiano da solo non riesce a dare». Disegnatore tecnico disoccupato, in procinto di emigrare al Nord, Dezio conosce gli strati sociali più bassi e il loro modo di esprimersi: «È un dialetto macchiato di neologismi italiani e inglesi, lo stesso con cui parlano i miei personaggi, un linguaggio diretto, immediato, certamente più incisivo dell’italiano». Mario Materia, il protagonista sgangherato di Lagioia, «parla il suo pugliese nei momenti in cui perde il controllo di sé, bestemmia, litiga o è euforico, come capita a tanti». Non deve stupire, quindi, che un intero capitolo ambientato in un’osteria milanese registri le voci dei parlanti dialettali del Nord. E che spostandosi, si passi anche al romanesco, al napoletano e al veneto. «In realtà, il mio vorrebbe essere un libro sulla stratificazione dell’Italia d’oggi e a questo deve obbedire anche il linguaggio». Una questione di realismo? Non solo. «C’è anche un gioco di forze contrarie alla globalizzazione: se l’italiano è più supino nell’accettare la colonizzazione linguistica inglese, i dialetti si rivelano talmente vitali da piegare tutti i materiali, di qualunque provenienza, trasformandoli creativamente». Chic. «La storia delle persone viene fuori attraverso il loro linguaggio, che spesso è il dialetto, almeno dalle mie parti». Lo dice Cappellani, che per mestiere raccoglie carrube dalle parti di Noto e nel suo romanzo racconta una storia di grottesca criminalità siculo-americana. «Noi abbiamo sempre avuto un complesso di inferiorità rispetto all’italiano, per cui di fronte agli altri usavamo un siciliano italianizzato, educato e rispettoso. Col passare del tempo, questo atteggiamento di plastica e di ossequio sono venuti meno anche in televisione. Oggi chi possiede una piena padronanza dell’italiano trova addirittura chic parlare dialetto». Nessun complesso di inferiorità a Napoli, dove è nato Marco Ciriello quasi trent’anni fa. Il suo primo libro di racconti è In corsa: «Il linguaggio di certi miei personaggi, sottoproletari ed emarginati, non può che essere quello: è una scelta che regala forza al racconto. Nel degrado il dialetto è cannibale, mastica tutto, un po’come nelle canzoni dei 99 Posse o di Enzo Avitabile». Il più noto dei «dialettali», oggi, è Andrea Camilleri, ma è un uso diverso. «Quello di Camilleri è un dialetto recintato, controllato, a piccole dosi, un uso intelligente e meditato, ma da tavolo». È un «semplice colore ben organizzato», secondo Gian Mario Villalta, critico, narratore e poeta (in dialetto) di Pordenone. Libero. Non parlate di nostalgia, perché il dialetto non è più veicolo di un mondo andato, ma se mastica e sputa, mastica e sputa anche la modernità. Per Villalta, «la grande stagione della poesia dialettale è finita perché è finito il suo mondo di riferimento, che è un mondo della memoria». E la prosa? «Più che di dialetti, si tratta di elementi gergali innestati nella lingua, sono effetti di realismo: il vero mondo del dialetto, antagonistico e nutriente per la lingua, è morto. Dunque, oggi parlerei di una migrazione del dialetto nel mondo della lingua italiana. C’è un’apertura generale verso tutto ciò che fa identità: dal cibo ai dialetti, appunto». Insomma, il dialetto non è più sentito in alternativa all’italiano, com’era per Verga o per Gadda o per Pasolini. Pasolini uguale Friuli. Friuli uguale Flavio Santi, classe ‘73, che in realtà è piemontese, ma il Friuli è la regione della sua infanzia. Santi è poeta in dialetto e autore di un romanzo, Diario di bordo della rosa, in cui - ha scritto Michele Mari - «la parola esplode per saturazione o implode per straniamento». «Al McDonald’s di Udine - dice - i ragazzi comunicano in dialetto con la ragazza che serve il big-mac. Il friulano non è una riserva indiana, per me è una lingua potenzialmente molto più ricca dell’italiano e della lingua comune, consumata dalla televisione». Dunque, una possibilità alternativa? «Per me il dialetto è un mezzo per attingere al reale in maniera meno mediata, perché ha un rapporto fagocitante con il mondo; quel che io cerco di fare in poesia è raccogliere tutto ciò che viene dalla modernità e adattarlo al dialetto, come fanno tutti i giovani a Udine». Non lo parla quasi nessuno il dialetto che Gian Luca Favetto utilizza in alcuni racconti (ultimo suo libro è Se vedi il futuro digli di non venire). Lo parlano solo i quasi 800 abitanti di Rueglio, un paesino della Valchiusella, sopra Ivrea. «Colore? No, usare quel dialetto per me significa dare terra ai miei personaggi e radici. Quando hai messo radici in una terra puoi viaggiare ovunque, da Rueglio al Vietnam, alla luna. La terra per uno scrittore è la lingua e il recupero del dialetto che viene fatto dai narratori significa che siamo un po’più liberi». C’è allora un’intenzione trasgressiva nell’uso del dialetto? ‟È una specie di rapporto glocal con la lingua. L’italiano d’oggi riduce l’immaginazione, il dialetto la apre, ti dà maggiore libertà e ricchezza, è un modo di lavorare sulla materia, un po’come si fa oggi nel cinema documentario, un modo di tirar fuori la musica che stiamo perdendo nell’italiano uniformato: una specie di prodotto slow food. Se resti uniformato alla lingua televisiva, non parli più a nessuno, perché quel linguaggio è un rumore di fondo che nessuno più ascolta davvero». Non c’è il pericolo, di molta poesia dialettale o meglio vernacolare, di cadere nella nostalgia? Non c’è. «È vero che spesso il poeta in dialetto guarda il proprio ombelico. Per evitare questo rischio, bisogna andare e venire dall’italiano al dialetto, far emergere le scintille, far confliggere i registri e i codici: usare il dialetto non per chiudere o rifugiarsi, ma per aprire e aprirsi». Naturale. Nella storia personale di Giuseppe Montesano, il dialetto napoletano arriva tardi. Ma arriva. Con il secondo romanzo e con il terzo (Di questa vita menzognera). «Ma per me - precisa - non è una scelta esistenziale o ideologica o totalizzante. Ho sempre detestato tutto ciò che è dialettale, a parte il teatro popolare di De Filippo e Totò, che faceva parte della mia infanzia». E allora, cos’è successo? «Non ho cambiato idea, ancora oggi non credo che il dialetto sia più fecondo della lingua. Anzi, vale il contrario. Solo che semplicemente ho cominciato a scrivere libri abitati da queste voci, dunque mi era necessaria l’oralità e nell’oralità italiana c’è quasi sempre una cadenza dialettale. La lingua colloquiale ha un sound più spontaneo e naturale, e i personaggi che parlano con quel colore sono più simili a se stessi». Nessun intento politico. Né, tanto meno, sperimentale. Nessuna «comoda nicchia», anzi. «Io uso il napoletano come potrei usare qualsiasi cosa. Da quando ho scoperto che gran parte della narrativa italiana parla come un libro stampato e non riproduce i suoni della realtà, ho deciso di concentrarmi sulla lingua dell’espressione colloquiale. E le deformazioni espressionistiche o grottesche fanno parte della vita: registrare le diverse foné della realtà significa anche registrare i vari livelli, il colto, il medio, il basso e i mondi di idee che ci stanno dietro. Questo è ciò che mi interessa».
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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