Per favore, un po’ di educazione. Era questo l’invito lanciato da Cesare Segre a proposito della pronuncia, in un libro pubblicato l’anno scorso dalla Fondazione «Corriere della Sera». Nùoro e non Nuòro, Friùli e non Frìuli, tanto per cominciare. Segre si soffermava sui termini e sui nomi stranieri storpiati in televisione. Quante volte abbiamo sentito pronunciare Sàlvador al posto di Salvadòr. E’vero che per l’italiano la pronuncia non è un elemento cruciale come per l’inglese, in cui basta che una vocale lunga sostituisca una breve per stravolgere il significato di una parola. Pensate ai danni che potrebbe provocare lo scambio tra beach (spiaggia) e bitch (cagna o puttana), se solo un marito distratto, al telefono con una moglie sospettosa, pronunciasse una frase del tipo: «Mi trovo sulla spiaggia, cara...». L’italiano, si sa, conosce una pronuncia modello solo nei manuali di recitazione e di doppiaggio. Un tempo anche agli annunciatori televisivi veniva imposto il fiorentino colto, ma ormai quella regola sarebbe ridicola. Perché le varietà regionali in tv, con i talk show e i reality, non sono più bandite. Anzi, fanno colore. Resta la teoria di un famoso linguista secondo cui il parlante migliore è quello che «lascia capire il più tardi possibile la propria provenienza regionale e sociale». Detto ciò, anche sulla pronuncia dei vocaboli italiani c’è poco da stare allegri. Perché il precipizio è sempre lì a due passi e non è solo questione di provenienza. Si può perdonare ampiamente il ‟para-naboledano” del molisano Biscardi in ‟collecamendo” perenne, si può soprassedere di fronte ai suoi ‟gambioni”, all’effluvio romanesco di ‟dodici” e ‟tredisci” o alla massiccia immissione vitaminica di doppie un po’ovunque: sta’bbuono. Non si fa più neppure caso alla ‟pissicologgia” meridionale né alla ‟tennica” o alla ‟gabina” padana né al vocalismo lombardo che sostituisce la e aperta con la chiusa quando fa freddo o quando tira vento. Non si sta a sottilizzare sulla o di poi (aperta). Né si grida allo scandalo sentendo un perché come fosse un ‟perchààà”. Non si distingue tra la pèsca (il frutto vuole la pronuncia aperta) e la pésca (con la canna o con altro, che vuole la chiusa). Il peggio arriva quando la fonetica rivela squarci culturali spaventosi, e non certo nei diffusi casi di persuàdere per persuadère. Il peggio arriva, di solito, con l’accento: con i vasi di Pàndora e con i dioscùri. Ma, si sa, la mitologia è tramontata nelle scuole, figurarsi nei mass media. A proposito di media: si può tranquillamente rinunciare a darsi un tono internazionale dicendo ‟midia”, perché media è latino. Latino? Che dire del latino sine die scambiato per inglese da un malaccorto radioannunciatore che si spinse a dire: «A causa del maltempo, il concerto è rinviato sain dai...».
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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