Il signor Ahmad Tavakoli, influente deputato al parlamento nazionale, sogna di trasformare l'Iran in "un Giappone islamico", polo di tecnologia e progresso scientifico, società affluente nei valori dell'Islam. Altri suoi colleghi vagheggiano una Hong Kong sul Golfo Persico. La parola "progresso" è tra le più pronunciate nelle sedi di Abadgaran, o "Consiglio dei costruttori dell'Iran islamico", formazione politica emersa solo nell'ultimo anno e mezzo ma ormai padrona della scena politica. "I nostri sacri obiettivi sono il progresso, lo sviluppo, il servizio al popolo, e difendere i valori della repubblica islamica", ci aveva detto Gholem-Ali Hadad-adel all'indomani della vittoria elettorale di febbraio, quando i conservatori hanno conquistato la maggioranza assoluta del Majlis, il parlamento nazionale. Tra i conservatori, il "Consiglio dei costruttori" ha la maggioranza e il signor Hadad-adel, consuocero della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, oggi è il presidente del parlamento. Nel 2003, quando i "Costruttori" hanno conquistato il municipio di Tehran, erano nomi semi-sconosciuti, gente d'apparato; oggi il sindaco della capitale, Mahmoud Ahmadi Nejad, è tra i possibili candidati alla presidenza della repubblica insieme al signor Tavakoli. A volte li chiamano neo-conservatori.

I "bravi fondamentalisti".
La sede del gruppo editoriale Keyhan, nella vecchia zona amministrativa di Tehran, sembra quella di un piccolo ministero - o sarà il gran numero di usceri a dare quest'impressione. Come quotidiano, ‟Keyhan” va d'ufficio in tutte le sedi pubbliche, fondazioni rivoluzionarie, enti statali. L'edizione internazionale, in inglese, distilla ogni giorno slogan e invettive ufficiali. È la voce più ufficiale dello stato: il suo direttore, Hossein Shariat-Madari, ha scritto sul suo biglietto da visita "Rappresentante della Guida suprema". Viso segaligno, occhi vivaci, sorriso inquietante, Shariat-Madari si dice convinto: "I cittadini sceglieranno i fondamentalisti, come hanno già fatto alle municipali del 2003 e alle legislative di febbraio". Perché chiama "fondamentalisti" quelli che in Iran tutti definiscono "conservatori"? "Conservatori è la parola usata dagli avversari per dire che sono opposti al pensiero liberale e vogliono conservare il potere. Per noi fondamentalista è chi crede nei principi dell'islam e nei suoi codici, e li vuole realizzare". La gente "vuole dei bravi fondamentalisti che si occupino dei bisogni reali del popolo senza tanto chiasso politico".
Shariat Madari spende un'ora di intervista a spiegare che l'Iran avrebbe dovuto uscire dal trattato di non-proliferazione nucleare (il Tnp), invece che imbarcarsi in un negoziato politico con l'Unione europea ("lo scopo dell'occidente è privare l'Iran del suo legittimo diritto a possedere la tecnologia nucleare pacifica: ma su questo non negoziamo"). Dice che gli Stati uniti sono impantanati in Iraq e che gli sciiti iracheni "guardano a noi come un modello". Parla di preghiere del venerdì con appelli ad arruolarsi come shaheed, "martiri" disposti a dare la vita per combattere gli americani: lui stesso è stato oratore in occasioni simili ("così l'Occidente aprirà gli occhi sui crimini commessi nella Palestina occupata"). Accusa gli Stati uniti di cercare di "suscitare disordine e opposizione" in Iran - dice anche che arrestare giornalisti internet e web-loggers è stata una "misura precauzionale: sono giovani caduti sotto l'influenza di reti basate negli Stati uniti e Israele, bisognava sottrarli a questo pericolo. Dobbiamo preservare i valori familiari e i principi morali dell'Islam".
I "bravi fondamentalisti" che hanno l'esplicito sostegno del "rappresentante della Guida suprema" sono proprio loro, i "Costruttori dell'Iran islamico". I loro discorsi sono un misto di tecnologia e valori religiosi, appelli populisti e progresso. La scena internazionale resta in sordina: parlano piuttosto di affari, cantieri, occupazione... In parole loro: servono competenza, efficienza, "rispondere ai problemi concreti della gente". "I riformisti avevano bloccato il parlamento. Noi, nel rispetto dei valori islamici, vogliamo sviluppo e crescita economica" (Hadad-adel). "Vogliamo salvaguardare i nostri valori e l'indipendenza della Repubblica islamica" (Tavakoli).
Alla municipalità di Tehran, circa 13 milioni di abitanti, i neo-conservatori sono arrivati dopo anni di una gestione innovatrice che aveva compiuto gesti di apertura, ripristinato spazi pubblici e giardini, aperto centri culturali e sportivi, promosso progetti sociali appoggiando organizzazioni non governative - per i bambini, i diritti delle donne, il risanamento urbano. Luoghi come la Casa degli Artisti, nel centro di Tehran, ne sono il segno: una palazzina costruita negli anni `40 come quartiere militare, ristrutturata con gusto moderno, ospita mostre e conferenze molto seguite, e nel caffè affacciato sul giardino si mescolano diverse Tehran - l'intellettualità progressista e gli studenti di estrazione più popolare.

Il tetto di Tehran.
La nuova amministrazione ha cominciato a normalizzare: i centri culturali restano, ma la gestione diventa più controllata. Ha messo le mani sul primo affare della città, l'edilizia - per dare il segno della diversità, ora il comune parla di costruire nuove moschee negli spazi pubblici. Ha imposto la chiusura di ogni locale a mezzanotte: ma non osa limitare troppo le relative libertà di costume ormai diffuse nelle città iraniane. Basta fare un giro il giovedì sera (il week end) a Bam-e-Tehran, "tetto di Tehran", popolare passeggiata fuoriporta sulla montagna a nord della città dove, tra bancarelle e ristorantini si affollano gruppi di ragazzi e ragazze dalle sopravvesti sempre più corte, giovani donne e uomini ridacchiano e ascoltano musica o siedono nella penombra a guardare il mare di luci della capitale iraniana giù in basso. Finito il tempo in cui bisognava poter provare che l'uomo con cui siedi al caffé è il marito, fratello, parente. E però, queste piccole libertà nella vita pubblica sono un continuo braccio di ferro. L'abbigliamento femminile ne è un segnale: a Tehran nord, come nelle zone benestanti di ogni città iraniana, i foulard tendono a scivolare dai capelli, i soprabiti si accorciano e i colori vivaci sono frequenti - le impiegate pubbliche però continuano a portare rigorosi hijjab neri e in parlamento giace la proposta di rendere di nuovo obbligatorio nelle università il chador, manto nero che avvolge dalla testa ai piedi. Segno del tempo: giorni fa tre funzionari sono stati arrestati, nella città di Ahvaz, per aver organizzato un festival di teatro in cui si sono esibiti anche danzatori, donne e uomini: l'accusa è "oscenità".
Il parlamento conservatore? Una "ciurma rissosa", dice un deputato progressista che preferisce non essere nominato. "Non è la generazione che ha fatto la rivoluzione ma quella cresciuta dopo, all'ombra protettiva del potere. Non hanno esperienza politica. All'inizio dell'anno, quando il Consiglio dei Guardiani ha squalificato in massa i riformisti, l'establishment ha cercato facce nuove da candidare nei distretti periferici, le piccole città, perché sapevano che il clero non attrae più. Hanno tirato su persone di provata fedeltà al regime ma senza altre capacità. Il loro valore comune è essere contro tutto ciò che sa di riforme. Fanno chiasso, urlano slogan, interrompono le sedute: anche i conservatori più ragionevoli trovano difficile lavorare con questi neo-cons. Sono obbedienti all'autorità, però, e hanno l'appoggio degli apparati di sicurezza e della magistratura che li usano come forza d'urto".

La nuova casta politica.
Si aggiunga che parecchie decine di deputati sono ex Guardie della Rivoluzione. Anzi: quando lo scorso maggio un ex comandante delle Guardie, Ezatullah Zarghami, è stato nominato direttore generale della radio-televisione di stato, Irib, molti l'hanno interpretato come il segno dell'ingresso delle Guardie della rivoluzione sulla scena politica. Altri l'hanno visto piuttosto come il segno che i "neo conservatori" sono padroni del gioco ma a corto di personale politico. Certo è che ex Guardie della rivoluzione o uomini dei Basij, i "volontari islamici", sono entrati nelle amministrazioni, dalle cariche più alte a quelle minute. Il parlamento di recente ha aumentato il bilancio dei Basij.
Emadeddin Baghi, intellettuale di spicco nel campo riformista, fa un paragone: "È il modello del partito Baath iracheno: stanno creando una sorta di casta politica. Usano i miliziani come forza di mobilitazione ideologica e insieme lanciano il messaggio che se fai parte della casta hai accesso a opportunità e benefici personali, da un semplice posto di lavoro a cariche di potere". Distribuire posti per rafforzare il consenso è vecchia pratica, fa notare: "Il fatto è che la disciplina in questi corpi paramilitari non è paragonabile a quella instaurata nel Baath".
Un economista come Saeed Leylaz, consulente dell'industria automobilistica statale Iran Khodro e commentatore politico, fa notare che tutti - "tradizionalisti" o "neo-conservatori" - sono stati più o meno beneficiari dello stato islamico, hanno goduto di rendite economiche: "Se non hai accesso al reddito del petrolio, industria di stato, non hai benefici da distribuire e non puoi ambire a nessuna influenza sulla scena politica e nei circoli di potere. I riformisti non sono riusciti a realizzare il loro programma politico e sociale anche perché non sono riusciti ad aprirsi un accesso a queste risorse".
Altri fanno notare che il vero atout dei "neo-conservatori" è di essere una leva di apparato, priva di una legittimità autonoma: "Ali Khamenei sa che la sua legittimità di Guida suprema è in discussione: lo è sempre stata, nell'89 non aveva né il carisma né i titoli religiosi per succedere all'ayatollah Khomeini", fa notare un analista politico che vuole restare anonimo ("ma questa è cosa che potrebbe dire chiunque"): "L'esperienza del parlamento riformista ha messo apertamente in questione il suo potere. Così, lui diffida della generazione rivoluzionaria, che è divenuta critica e ha l'autorità per sfidare la sua posizione: perfino nelle Guardie della rivoluzione si fida solo delle leve d'apparato, quelli che devono tutto al regime".
Ora, questi neoconservatori governano per la prima volta le grandi città, presto anche il paese. I pessimisti prevedono che la "Hong Kong sul Golfo persico" concederà un po' di tolleranza sulla musica nei locali pubblici o il colore dei foulard femminili, incoraggerà i benestanti a costruire quartieri di lusso, ma reprimerà ogni dissenso esplicito. Per il momento, i fatti gli danno ragione.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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