I "meccanismi di mercato" possono nascondere dei bei trucchetti, quando si tratta di protezione ambientale. A Buenos Aires, dove è in corso la decima conferenza dei paesi che aderiscono alla Convenzione-quadro delle Nazioni Unite sul Clima, i delegati hanno cercato di fare un bilancio dei "meccanismi di sviluppo pulito", o clean development mechanism (Cdm). Si tratta di uno degli "incentivi di mercato" previsti dal Protocollo di Kyoto per incoraggiare i paesi industrializzati a investire in tecnologie "pulite" nei paesi in via di sviluppo. Il Protocollo di Kyoto, che entrerà in vigore nel prossimo febbraio, obbliga infatti 30 paesi industrializzati a ridurre le proprie emissioni di gas di serra globali del 5,2% rispetto alle emissioni del 1990 entro il periodo tra il 2008 e il 2012. Secondo il "meccanismo di sviluppo pulito", un paese che ha un obiettivo di riduzione obbligatorio può decidere di investire in un progetto di sviluppo da realizzare in un paese che non ha obblighi dal punto di vista di Kyoto: poi potrà detrarre dal proprio conto le emissioni di gas di serra "risparmiate" con quel progetto. È quello che nel linguaggio di Kyoto si chiama "meccanismo flessibile": aiuta i paesi industrializzati a raggiungere i propri obiettivi, e insieme "assiste i paesi in via di sviluppo nel raggiungere uno sviluppo sostenibile". Almeno, questa era la teoria. In pratica, le cose non sono andate così. Raul Estrada, sottosegretario agli esteri e capo della delegazione argentina alla conferenza di Buenos Aires, giovedì ha ammesso che finora i Cdm hanno fatto ben poco per promuovere fonti rinnovabili di energia e trasferire tecnologie. Dunque: la Convenzione sul clima (che è ormai un organismo permanente con sede a Berlino) ha formato appositi comitati in cui rappresentanti dei vari paesi hanno cominciato a discutere quale tipo di progetti vanno sotto il nome di "sviluppo pulito", e soprattutto come quantificare le emissioni evitate (ad esempio: un impianto che produce energia da una fonte rinnovabile "evita" una certa quantità di emissioni di anidride carbonica che sarebbero state prodotte se la stessa energia fosse stata prodotta in una centrale a gasolio). Inoltre: gli investimenti sono spesso condotti da aziende private, che diventano titolari dei "crediti" di emissioni e le rivendono al governo del proprio o altro paese industrializzato. Per questo bisogna anche dare un valore monetario a quei crediti. Tutto questo è stato oggetto di negoziati difficili, e non conclusi.
Un gran numero di imprese private ha già sottoposto progetti di investimenti al Cdm Executive Board, il comitato esecutivo che approva i "meccanismi di sviluppo pulito", ma pochi sono stati giudicati positivamente dai paesi riceventi. Per ora, l'unico progetto approvato riguarda il Brasile, una centrale che cattura il gas metano prodotto dalle discariche urbane per alimentare una centrale termoelettrica che fornisce elettricità a una zona povera di Rio de Janeiro: è stato calcolato che risparmierà 12 milioni di tonnellate di emissioni in 12 anni. Bene, ma in termini di nuova tecnologia la cosa è molto limitata. Il fatto è che c'è un gran numero di paesi in via di sviluppo che sarebbero contenti di accogliere investimenti in tecnologie pulite, ma l'incentivo ai paesi industrializzati non è così forte. E il motivo è che da un lato restano fuori da Kyoto gli Stati uniti - cioè il paese che produce un quarto delle emissioni del pianeta, quindi avrebbe la più alta domanda potenziale di crediti di emissioni. D'altra parte la Russia produce oggi meno emissioni che nel 1990 (causa la deindustrializzazione), quindi ha crediti da vendere sul "mercato delle emissioni" (l'altro dei meccanismi flessibili previsti da Kyoto). Questo ha in pratica fatto crollare il "prezzo" delle emissioni, fa notare Juan Carlos Villalonga, un esperto di energie consulente di Greenpeace Argentina (parlando all'agenzia Ips). "Il valore dell'emissione di carbonio determinerà la qualità del progetto. Con tanti crediti di emissioni sul mercato, il costo scende e l'incentivo a investire in tecnologie sofisticate viene meno". È il mercato...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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