Difficile scegliere, tra le ultime esperienze pubbliche e private, che cosa sia importante. Nell’Italia fatta a pezzi e sempre più povera, in guerra dentro e fuori di sé, ai già clamorosi mezzi di distrazione di massa si aggiunge il revival da caserma di ministri italiani. "Che l’Europa ci aiuti" fu uno dei refrain del forum parigino, École Normale Supérieure, 12 gennaio 2002, dove si tematizzava il resistibile declino della democrazia in Italia, e dove chiesi agli increduli: "dove comincia il fascismo?" A furia di distinguo, mi sembrava urgente tracciare una linea di demarcazione oltre la quale poter parlare di "regime" senza storcere il naso (tutto questo è leggibile nel libro, a cura di Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime). E ricordo quel giorno l’imbarazzo dei corrispondenti di fronte al pezzo in prima pagina firmato da Dario Fo che avevo passato a ‟Le Monde” (titolo: ‟Il nuovo fascismo è arrivato”. E a proposito: mandò un bel messaggio anche Mario Luzi). Cosa è accaduto da allora? Né più né meno che il realizzarsi di quanto promesso dal governo. Qualcuno non ci credeva?
Ma il mio personale sentimento degli ultimi giorni risente del lutto per la scomparsa di un filosofo che, tenendo alta la complessità del pensare e della lingua, irriducibili alla semplificazione e alla banalizzazione imperanti, assicurava con la sua statura, il suo ingegno e la sua fama una sorta di barriera difensiva, oltre ad essere, scusate la metafora, una sorta di porta-aerei del pensiero. Parlo di Jacques Derrida, che alternava a riflessioni su Sant’Agostino, la scrittura o la teologia apofatica, decostruzioni del concetto di democrazia, del divario tra diritto e giustizia, legge e forza, o del concetto di Stato-canaglia, comprendente prima di tutto gli Usa. Qualcuno, direbbe Eco citando Bobbio, "convinto che la funzione intellettuale si svolga attraverso la critica al pensiero che mette a nudo i segreti di idee e di concetti", con "idee nuove che ci aiutano a muoverci nel mondo" - anche se con una radicalità che Eco non ha mai avuto. Ero in questo stato d’animo di lutto - cioè di inermità, paura che il pensare e il dire autonomi dall’attuale svilimento del linguaggio e delle idee, stile Tremaglia-Buttiglione-scuola delle tre I, verranno presto banditi o soppressi - mentre mi trovavo con Luisa Muraro e Lea Melandri alla Biblioteca delle Donne di Milano, in un dibattito sulla "differenza sessuale" (sullo sfondo, la lettera ai vescovi di Ratzinger). Dunque, anche, sul sesso singolare-plurale di Dio, come dice la Genesi. Un dibattito libero e ricco, lussureggiante. L’unico disaccordo è con chi, a un certo punto, ha obiettato che si parlasse del "sesso degli angeli".
Il sesso degli angeli è importante non solo alla lettera (di che sesso sono le attuali e futuribili macchine, cyborg, menti artificiali, e tutto il celebrato in-organico?), ma anche in senso figurato. Perché, non ho dubbi, agli occhi di chi ci governa ogni nostro discorso, timore, speranza, politica, lusso della mente, nella migliore delle ipotesi è fatto della stessa sostanza del sesso degli angeli - inutile e improduttivo. È rumore alla comunicazione dominante, intralcio e perdita di tempo. Noi diciamo "filosofia". Loro, "roba da culattoni" (e da donne).
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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