Ormai l’ha detto in tv anche Massimo Cacciari, che se la sinistra non appare credibile e vincente è perché non parla più di valori (cioè di cultura) ma si propone in linguaggio esclusivamente tecnico-amministrativo (come dire che le sue capacità aziendali sono più efficaci di quelle dell’avversario). L’esempio resta la vittoria di Bush alle elezioni americane. Parlare di famiglia, di sessualità, di nascita e di morte, di tutto ciò che releghiamo nella vita "privata" (privata di attenzione), di tutte le "finzioni" (perché no?) in cui è necessario credere per andare avanti, sembra sia oggi patrimonio esclusivo della destra. E questo è assurdo. Paradossale è poi che dal "personale è politico" degli anni ’70 si sia passati, senza che nulla sia stato elaborato in pensiero e in politica, ad una legiferazione forsennata, che estende ad ogni angolo riposto del "privato" una strategia di interdizioni e di controlli: sulla procreazione, la sessualità, l’affido dei figli e via dicendo.
Alcuni giorni fa ascoltavo un gruppo di giovani impegnati in un’accesa discussione sul matrimonio, inimmaginabile un tempo. Credo fossero tutti più o meno di "destra", o almeno tali si supponevano. Resta che si appassionavano a dei "valori", a delle "sovrastrutture" (come diceva un certo lessico), o se preferiamo a dei "codici" che si possono o meno condividere, ma i cui rapporti di forza (cioè la loro capacità di fecondazione) sono il cuore della democrazia. Più di ciò che sostenevano era importante che cercassero di combinare insieme un’idea di felicità e un’idea di giustizia. Ma discutevano in prima persona, relazionando esperienze e non esprimendo frasi impersonali, un "si deve", o un "è giusto". L’impersonalità del linguaggio che non impegna, che non crea responsabilità, che impedisce alle parole di incarnarsi ed evita l’esposizione di sé nelle idee, è ciò che mina profondamente, rendendoli sterili, i propositi della politica. Così come di ogni relazione tra persone.
Adesso farò un esempio, e non importa che si tratti di una citazione (da Rob Brezsny, l’impareggiabile narratore di oroscopi tradotto on line da L’internazionale). "Ogni agosto, la città provvisoria di Burning Man spunta nel deserto del Nevada. Un misto tra un festival, un museo all'aperto, un punto d'incontro di performance artistiche, e una gara di sopravvivenza. È popolata da 25mila fricchettoni: esattamente il tipo di persone che mi interessa di più. Nessun altro posto in cui sono stato è più simile a un'utopia; è la mia versione personale di Disneyland. Eppure quest'anno non ci andrò. Me ne starò a casa e parteciperò alla settimana d'orientamento alla nuova scuola di mia figlia. Così, invece, di ballare ogni notte fino all'alba sotto la Via Lattea, tra orde lascive di scoppiati e bohémien mezzi nudi, me ne starò seduto su una sedia dura a riunioni interminabili a discutere con genitori zelanti sull'educazione dei nostri bambini. Non è il senso del sacrificio che mi ha fatto prendere questa decisione. Ho optato semplicemente per un altro tipo di piacere". Nessun moralismo in questa dichiarazione. Parla di felicità, e quindi di politica.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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