Il termine cantautore appare francamente inadatto per uno come Fabrizio De André, i cui testi sussistono perfettamente sulla pagina senza obbligatoriamente l’appoggio della musica. Il termine perentorio di autore è più adatto. De André è un autore di un’estrema raffinatezza, erede moderno, continuatore e trasformatore di una tradizione poetica molto antica, la più nobile tradizione poetica italiana, di cui ha rivalutato, recuperato e anche trasformato metriche, schemi e spesso contenuti risolvendoli con una cifra tutta personale e inconfondibile: la poesia come puro testo scritto, che funziona in maniera autonoma, un fatto molto recente nella nostra cultura occidentale.
Perché la poesia nasce con la musica, per essere letta o cantata o salmodiata insieme alla musica, per essere accompagnata dalla musica, per essere un tutt’uno con essa. Ce lo ricorda il più antico mito greco sulla poesia, quello di Orfeo, che era insieme poeta e musico e che, grazie alla forza della sua musica, ma anche delle parole e del canto, riesce a incantare i mostri dell’Ade e a penetrare negli inferi per recuperare Euridice. Da Orfeo agli albori della poesia moderna, quella che nasce nel Medioevo in area mediterranea, la grande poesia del bacino portoghese-ispanico, dell’Occitania e della penisola italiana. Vale a dire la lirica gallego-portoghese, la lirica provenzale, la scuola siciliana, lo stilnovo, dove tutta la poesia è inseparabile dalla musica. Quando poi raramente la lirica si presenta indipendente, allora le forme metriche sono inevitabilmente condizionate dallo spartito, dalla musica che accompagna i diversi generi, dalla poesia più nobile come la chanson o la ballata, fino a quelli popolari come lo strambotto e lo stornello.
La ballata, per esempio, è così chiamata perché cantata da un coro di danzatrici, accompagnato da musica. È un genere estraneo alla scuola siciliana, direi anzi essenzialmente fiorentino, del XIII secolo, molto frequentato dallo stilnovo e poi in qualche modo codificato dal Petrarca. Significativamente dal 1961 al 1964 De André compone due poesie in musica che hanno esplicitamente nel titolo la denominazione di ballata: La ballata dell’eroe e La ballata del Michè. Un’altra ballata che invece nel titolo originale di De André si chiama "canzone" è La canzone di Marinella, anch’essa riconducibile allo schema metrico e strofico della ballata classica, di quella codificata addirittura nel Quattrocento e poi nell’umanesimo fiorentino. Prendiamola ad esempio. La canzone di Marinella è una ballata classica, in endecasillabi e settenari organizzati in un ritornello di quattro versi a rima baciata che era una sorta di introduzione per il coro danzante.
Nello schema originale seguivano una o più stanze affidate alla voce del solista, dove poi si distinguono due o più piedi a rima varia in cui la prima rima riprende quella dell’ultimo piede della stanza, mentre l’ultima rima riprende la rima finale del ritornello. Ebbene, ho trovato una ballata del Poliziano che coincide col modello classico tipico de La canzone di Marinella di De André. Le mie virtù canore non sono eccessive, vi prego di scusarmi ma proverò a canticchiarvela. (Sull’aria della Canzone di Marinella): I’mi trovai fanciulle un bel mattino/di mezzo maggio in un verde giardino/eran d’intorno violette e gigli/fra l’erba verde e vaghi fior novelli/azzurri, gialli candidi e vermigli, ond’io porsi la mano a cor di quelli…
Veniamo alla canzone provenzale, che viene ripresa dalla poesia italiana. Per la metrica questa è la forma più alta, più nobile. Dante ne fu il primo teorico e la considerò come la prima lirica dalla funzione elevata. Fu praticata molto dagli stilnovisti e di fatto ne esistono diverse varietà, ma secondo lo schema classico risulta composta da strofe in endecasillabi e settenari con lunghezza e numero diversi fra di loro. Anche la disposizione delle rime segue uno schema costante. Occorre fare, però, una classificazione dei generi per vedere come De André si fosse reimpossessato di questa nobile tradizione poetica trasformandola, con il suo genio, in una canzone e in una poesia assolutamente moderna e attuale.
Per esempio, la chanson d’aube. È la canzone d’alba, una tematica molto frequentata dai poeti provenzali ma anche dalla lirica italiana. L’alba nella quale ci sono due personaggi fondamentali, un lui e una lei, che sono due amanti, due innamorati; e l’alba è il momento della separazione, perché l’incontro è notturno. Perché è notturno? Per vari motivi. Perché è un amore vietato, i genitori di lei non accettano questo fidanzamento, oppure lei è maritata, mal maritata, spesso con un ricco, vecchio, il castellano stesso, e lei invece ama un bel giovane che va a trovarla nella notte. Poi arriva l’alba e all’alba il giovane se ne deve andare. Oppure perché è un cavaliere e deve partire per la guerra, e la partenza avviene sempre all’alba.
Su questa tematica abbiamo un fiorire di liriche che descrivono il momento drammatico e intenso, toccato da una profonda e dolente malinconia. Guardate allora con quale estro e con quale talento De André coglie questo tema e ne fa una ballata, La ballata del Michè, che è tale e quale una ‟chanson d’aube”: "…Quando hanno aperto la cella era già tardi perché/con una corda sul collo freddo, pendeva Michè/Tutte le volte che un gallo sento cantar, penserò/a quella notte in prigione quando Michè s’impiccò/Stanotte Michè si è impiccato ad un chiodo perchè/non poteva restare vent’anni in prigione lontano da te…"
La separazione fisicamente è già avvenuta. Michè, Michele è in prigione perché qualcuno voleva rubargli la sua amata. Ma la separazione vera, esistenziale non c’è ancora stata perché lui la porta nel cuore. Anche se è in prigione, lontano, sono insieme perché sono uniti da questo legame d’amore. Però a un certo punto lui si suicida e questo è il momento della grande disperazione, eterna separazione. E quando si suicida? All’alba. Ecco perché è una ‟chanson d’aube”. La scrisse nel 1961.
Un altro dei filoni tipici della grande poesia provenzale e italiana è quella che viene chiamata ‟chanson de toile”, canzone della tela, perché la maggior parte di queste poesie hanno come protagonista una donna che canta mentre fila o mentre fa la tappezzeria, una delle arti più rappresentative di quell’epoca in cui si disegnano scene cavalleresche e via dicendo.
La scena presuppone un’estrema solitudine femminile - sembra un ritratto sociologico della situazione sociale dell’epoca - della dama che è rimasta sola nelle stanze perché l’uomo se n’è andato, normalmente per la guerra. E filando la donna canta la sua vita, la sua disgrazia, ma nello stesso tempo tesse anche una trama, un intreccio di quella che è la società dell’epoca.
C’è una ‟chanson de toile” bellissima di De Andrè di cui vi leggo alcune strofe. "…Nella guerra di Valois il signor di Devly è morto/se sia stato un prode eroe non si sa non è ancor certo/ma la dama abbandonata lamentando la sua morte/per mill’anni e forse ancora piangerà la triste sorte/Fila la lana fila i tuoi giorni/illuditi ancora che lui ritorni/libro di dolci sogni d’amore/apri le pagine al suo dolore…". Fila la lana.
Per quanto riguarda la chanson de geste abbiamo un bellissimo esempio fatto in maniera burlesca: il Carlo Martello che torna dalla battaglia di Poitiers. Finora vi ho parlato di una tradizione colta della nostra poesia, la poesia occidentale. Ma c’è anche una tradizione popolare.
Infine la ‟chanson d’histoire”. Che cos’era? Una canzone in musica, una poesia che parlava della storia. Quale? La grande e la piccola, quella collettiva che prendeva in esame gli eventi che la storia porta con sé (guerre, carestie) ma anche i piccoli eventi personali che accadono a ciascuno di noi e che, messi insieme, formano comunque la grande storia. Così sarà per l’Antologia di Spoon River e per l’album Non al denaro, non all’amore né al cielo. De André ne compone una che si chiama Delitto di paese: "…Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male/qualche assassinio senza pretese abbiamo anche noi in paese/ Aveva il capo tutto bianco ma il cuore non ancor stanco/gli ritornò a battere in fretta per una giovinetta/Ma la sua voglia troppo viva subito si esauriva/ in un sol bacio e una carezza l’ultima giovinezza/Quando la mano lei gli tese e triste lui le rispose/ d’essere povero in bolletta lei si rivestì in fretta/E andò a cercare il suo compagno partecipe del guadagno/e ritornò col protettore dal vecchio truffatore/Mentre lui fermo lo teneva sei volte lo accoltellava/ dicon che quando lui spirò la lingua lei gli mostrò/dicon che quando lui spirò la lingua lei gli mostrò/Misero tutto sottosopra senza trovare un soldo/ma solo un mucchio di cambiali e di atti giudiziali". È la poesia che diventa narrativa, un elemento fondamentale di tutta la poesia del tardo novecento.
Un cenno anche alle laudi, seppure De André si sia ispirato meno a questo genere. "E te ne vai, Maria, tra l’altra gente che si raccoglie intorno al tuo passare/siepe di sguardi che non fanno male/nella stagione di essere madre/Sai che fra un’ora forse piangerai/poi la tua mano nasconderà un sorriso/gioia e dolore hanno il confine incerto/nella stagione che illumina il viso/Ave Maria, adesso che sei donna/ave alle donne come te, Maria/femmine un giorno per un nuovo amore/povero o ricco, umile o Messia/Femmine un giorno e poi madri per sempre/nella stagione che stagioni non sente". Ave Maria, bellissima come il suo commento. Disse allora De André: "La buona novella pubblicata in piena contestazione studentesca non fu capita perché fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti nostrani c’era una bella differenza.
Lui combatteva per una realtà integrale piena di perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere". Quanto era preveggente! Non v’è dubbio, in presenza di Fabrizio De André ci troviamo di fronte ad un grande autore moderno, un trovatore nel senso più nobile della parola. Colui che componeva e cantava. Questo era De André.

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