A fronte dell'ennesima figuraccia internazionale dell'Italia, che non sgancia i 100 milioni di euro promessi per quest'anno al Fondo globale per la lotta all'Aids, suona perfino autoironico il titolo scelto dal ministero della salute per un convegno organizzato ieri a Genova: "Non dimentichiamo, l'Aids esiste ancora". Esiste sì, ma come ha spiegato il ministro Sirchia, in Italia ci possiamo permettere di tracciare un bilancio "più roseo che in passato grazie alle terapie antiretrovirali". Di Aids da noi non si muore più come una volta, almeno non subito. Questo fa sì, aggiunge il ministro, che il popolo sottovaluti i rischi di questa malattia: "La gente, pur conoscendo il problema, non se lo sente gravare addosso". Quando invece il rischio sarebbe addirittura in crescita perché, rende noto Sirchia, "sono aumentati i rapporti sessuali sia all'interno che all'esterno della famiglia".
A questo punto uno magari pensa che, con un'esuberanza erotica tanto incontrollata, qualche campagna di prevenzione in più non farebbe male. Invece il ministro Sirchia ci dice che è roba che non serve, magari per giustificare il fatto che il governo di cui fa parte non ha mai manifestato un interventismo sfrenato in questo settore. I giovani, per fare un esempio "vivono in un loro mondo e la comunicazione ha difficoltà a raggiungerli, non solo per quanto riguarda l'Aids ma anche l'alcool o il fumo. Il loro atteggiamento è dettato dalla trasgressione e sono impermeabili ai messaggi salutisti". Tanto vale risparmiare quattrini e non comunicare un bel niente a chi non vuole essere ben consigliato. Anche perché, puntualizza il medico-ministro, "il problema non si risolve parlando di preservativi. I giovani sanno che esistono ma non accettano di comportarsi in un certo modo, sia per indifferenza, sia perché non hanno visto le conseguenze, sia per sfidare il rischio e la società". E pensare che fior di esperti e statistiche sostengono che informazione e educazione sono fondamentali contro l'Hiv. Lo dice pure la celebratissima Barbara Ensoli, madre della via italiana al vaccino anti Aids: "In attesa di un vaccino, che non si sa quando sarà disponibile, l'unica arma contro l'Aids resta la prevenzione a tutti i livelli, anche nelle scuole". Eppure Sirchia rimane dubbioso: informare sui rischi dell'Hiv non è così facile come si crede: "C'è chi avanza l'idea di far parlare i pupazzi, non so se sia la strada giusta. Certo che se parlo io non mi ascolta nessuno". Qualche motivo magari ci sarà.
La situazione italiana, comunque, viene presentata senza toni drammatici. Niente a che vedere con i milioni di vittime previsti prossimamente dall'Onu nel resto del mondo, con la collaborazione del Wto che vieta di produrre farmaci fuori brevetto per salvare vite umane o di Berlusconi che prima promette gli aiuti e poi non li dà (con gli africani, del resto, sembra che non abbia firmato nessun contratto).
In Italia non siamo messi così male. Chiuderemo il 2004, dicono gli esperti, con 2.000 casi di Aids conclamata in più rispetto al 2003. Ben al di sotto dei circa 5.000 casi diagnosticati nel 1995. I casi di sieropositività al virus Hiv aumentano però al ritmo di 5.000 all'anno e anche di più, visto che sempre più persone evitano i controlli medici e arrivano a una diagnosi di Aids senza mai aver saputo prima di essere sieropositive. Se dieci anni fa erano circa il 20% i pazienti in questa situazione, oggi sono oltre il 60%. Queste cifre non depongono a favore di una riduzione tendenziale della malattia e spiegano in altro modo la necessità di informazione e prevenzione, neglette dal nostro governo.
Chi è italiano "purosangue", in ogni caso, sta in una botte di ferro rispetto agli immigrati stranieri, che nel nostro paese si ammalano di Aids tre volte di più della popolazione "autoctona". E' un altro dei molti dati emersi ieri al convegno genovese organizzato dal ministero. E chiarisce perfettamente che per vedere disuguaglianze che gridano vendetta al cielo non dobbiamo neppure fare la fatica di arrivare fino in Africa.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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