Per la prima volta da tre anni, il presidente iraniano Mohammad Khatami ha rimesso piede nell'Università di Tehran, roccaforte di quegli studenti che sono stati tra i più entusiasti sostenitori delle sue riforme. E per la prima volta in assoluto è stato accolto dalla rabbia di centinaia di studenti: amaro paradosso, il presidente riformista applaudito da studenti affiliati ai basij (volontari islamici), e fischiato invece dagli altri, interrotto con urla di "traditore", "vergogna". Il burrascoso incontro è avvenuto due settimane fa e segna forse la più dura resa dei conti per il presidente che voleva fare riforme democratiche in Iran. "I ponti sono rotti già da tempo tra lui e noi", ha dichiarato quel giorno Abdullah Mo'meni, uno dei leader dell'Ufficio per Consolidare l'Unità ( Daftar Tahkim Vahdat ), la più grande organizzazione studentesca in Iran, con affiliati in tutte le città: "Sappiamo che non ha risposte da darci".

Riforme o referendum.
Confronto amaro, e rivelatore. Quando una studentessa ha chiesto al presidente perché si sia sempre inchinato alle pressioni dei conservatori contrari alle sue riforme, lui ha risposto che non è mai venuto meno ai suoi ideali: ma è vero che si è inchinato al sistema della Repubblica islamica, "il mio scopo non è mai stato di cambiare il sistema". ‟Sistema”, nel linguaggio politico iraniano, è il sistema di istituzioni create dopo la rivoluzione, con al vertice la Guida suprema investita del potere assoluto (la "supremazia del giureconsulto"). Molti avevano aderito all'esperienza riformista nella speranza di cambiare la Repubblica islamica "dall'interno dello stato": fallite le riforme "dall'interno", cresce la minoranza che chiede un referendum sulle riforme.
"Referendum", urlavano dunque gli studenti di fronte al presidente. E però: l'Iran è l'unico paese della regione dove un confronto simile può avere luogo, ha fatto notare Khatami: "Questa è la prima volta nella storia recente della nazione che voi state di fronte a un rappresentante del governo e gridate quello che volete. Se questo governo non ha avuto altri successi, almeno questo è un fatto".
Agli studenti però questo non basta. "La forza di Khatami è stata il sostegno popolare", ci aveva detto Abdullah Mo'meni, incontrato nei pressi dell'Università qualche giorno prima della clamorosa contestazione: "È come se gli iraniani gli avessero dato una carta di credito: ma lui non l'ha usata".
Mo'meni ha ormai 28 anni e fa attività politica dal primo anno d'università (prima nell'Associazione islamica degli studenti, che era l'unica, poi nell'Ufficio per Consolidare l'Unità); come i suoi compagni ha conosciuto pestaggi, interrogatori di polizia, prigione. Spiega: "All'inizio gli intellettuali riformisti pensavano che la spinta della base - studenti, giornalisti, gruppi sociali - avrebbe dato ai riformisti dentro allo stato la forza per negoziare le riforme. Al contrario: noi studenti siamo stati repressi, i giornalisti arrestati, ci sono stati i serial killing (ondata di `misteriosi' omicidi di intellettuali e giornalisti: risultò poi che i responsabili erano negli apparati di sicurezza, ndr). I settori autoritari dello stato hanno usato tutti i mezzi per reprimerci. Ma i riformisti, invece di usare il consenso che avevano per negoziare col potere, hanno contrattato all'interno dello stato per mantenere le proprie posizioni. Khatami ha subìto le pressioni senza reagire. Per questo c'è tanto scetticismo, oggi senti dire che riformisti e conservatori si equivalgono e che tutti lavorano a preservare il sistema. Aver provocato tanta disillusione, anche questo è responsabilità di Khatami".

Il presidente Khatami però ha avuto contro ostacoli fortissimi.
È vero. Appena eletto sono cominciati i serial killings , la magistratura si è accanita, e oltretutto non aveva l'appoggio del parlamento. Così, anche se avevamo delle critiche, abbiamo fatto appello a votarlo di nuovo. Quello che non perdoniamo a Khatami è il suo secondo mandato. Nel 2000 è stato eletto di nuovo con una valanga di voti, aveva finalmente la maggioranza al Majlis, il consenso popolare, l'appoggio di studenti e giornalisti: ma di nuovo, lui non ha tratto vantaggio dalla mobilitazione sociale. Appena rieletto, ha detto: "la moderazione è la mia politica". Gli apparati dello stato continuavano a lavorare contro di lui, certo. Cosa poteva fare? Dimettersi, e così salvare il capitale sociale accumulato dai riformisti con il grande consenso popolare. Avrebbe delegittimato i conservatori. Ma non lo ha fatto.

Qual è stato per voi il momento di rottura?
È stato un processo. Verso la fine del suo primo mandato, nel 1999, quando noi studenti siamo stati attaccati nel campus universitario, lui non ha levato la sua voce per difenderci. Allora noi abbiamo deciso di sostenere la sua rielezione a una condizione politica: come prima riforma doveva ridefinire poteri e autorità del presidente nella repubblica islamica, e modificare la legge elettorale. In definitiva, ridefinire l'assetto del potere in Iran. Poteva farlo, lo stato aveva bisogno di lui per dare legittimità al sistema. Quando ha annunciato il suo governo, nel secondo mandato, abbiamo capito che non avrebbe sfidato il potere. Ha detto chiaro che si contentava di essere la seconda carica della repubblica, sotto la Guida suprema. Abbiamo capito che non avrebbe risposto ai serial killings , alla chiusura di giornali, non avrebbe preso di petto la magistratura e le Guardie della rivoluzione. Ha preferito adottare una politica accomodante con lo stato. Non ha spinto per le modifiche costituzionali. A un anno dalla rielezione, molti intellettuali e studenti avevano concluso che Khatami era un altro elemento del sistema: senza abbastanza coraggio per rappresentare il popolo che lo aveva eletto.

Quali riforme costituzionali chiedete?
Una minoranza degli intellettuali riformisti ha proposto un referendum sui cambiamenti costituzionali - Khatami era contrarissimo. In qualche modo però bisogna rimuovere degli ostacoli legali alla democrazia. Le questioni principali sono, nell'ordine: l'autorità della Guida suprema, che ha controllo assoluto sulla magistratura, gli apparati di sicurezza e il Majlis. Poi il Consiglio dei guardiani, che ha potere di veto sui candidati e controlla le elezioni, e il potere di arbitraggio del Consiglio degli esperti. Queste istituzioni, nominate e cooptate, hanno più potere delle istituzioni democraticamente elette, e questo va cambiato. La nostra costituzione dice Repubblica islamica: ma la parola repubblica conta molto meno della parola islamica, e la shari'a è uno strumento di controllo molto stretto. Vogliamo cambiare la costituzione per stabilire che i cittadini e il loro voto siano la fonte di legittimità: una democrazia pura, non una "democrazia religiosa". Certo, sapevamo che realizzare questo obiettivo richiedeva tempo. Per limitare il potere dello stato bisogna creare una cultura, istituzioni civili, sindacati, organizzazioni sociali, del lavoro, e questo si fa per passi progressivi: il diritto a eleggere ed essere eletti, il welfare, la libertà d'espressione, il diritto a una vita privata, sono tutti passi in quella direzione.

Intanto aumenta la pressione straniera sull'Iran.
Qualche pressione dall'estero può aprire opportunità di cambiamento. L'Iran ha tenuto una politica estera che lo ha isolato, abbiamo relazioni ostili con gli Stati uniti e per bilanciare stiamo dando vantaggi economici all'Unione europea. Lo stato concede a potenze straniere pernsado di rafforzarsi: ma avrebbe tanta più legittimità se cedesse alla rivendicazione popolare di una società democratica. In un mondo in cui le informazioni circolano, le potenze straniere non potranno fare accordi con uno stato privo del consenso dei suoi cittadini. Così, penso che la pressione straniera può essere usata per aprire spazi alle rivendicazioni democratiche. Lo vediamo: quando arrivano organizzazioni internazionali per i diritti umani, o l'Unione europea fa qualche pressione, lo stato risponde con piccole aperture. La battaglia per la democrazia non è persa.

State pensando a nuove forme di battaglia?
Come studenti, il nostro ruolo è avere uno sguardo critico sulla società e il potere. In passato le organizzazioni studentesche hanno supplito al ruolo di partiti, ma credo che sia sbagliato: il nostro ruolo non è immischiarci nel potere ma criticarlo. Le prossime presidenziali? I partiti riformisti al momento non hanno candidati credibili né una vera strategia di cambiamento sociale, e credo che anche non votare può essere un gesto politico: mi rifiuto di legittimare uno stato che mostra la democrazia solo alla finestra. Ma la battaglia non è finita. Quali strumenti? Il nostro spazio è l'università, che nella storia iraniana resta la scena principale di ogni grande cambiamento: è stato vero nel `79, e poi di nuovo con il movimento riformista. Considera che nella società urbana i gruppi di riferimento tradizionali - gli ulema, i leader della preghiera - ormai sbiadiscono. L'alternativa moderna, in un paese dove l'istruzione è diffusa, è l'università. Questo è lo spazio per fare emergere punti di vista critici, per scambi di idee, per far nascere magazines e giornali: i giornali universitari non hanno bisogno dell'autorizzazione dello stato perché sono a circolazione interna, e ogni università ha venti, trenta giornali: possiamo usarli per la critica e per promuovere la disobbedienza civile. Non potranno ignorare gli studenti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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