Tanti auguri. Ma per che cosa? A noi, mentre scriviamo, ne viene in mente uno solo, che semplifica il discorso e spiega quel che pensiamo e diciamo e scriviamo ogni giorno su questo giornale e tutte le volte che abbiamo occasione di parlare in pubblico, con la televisione (due volte l’anno) o senza.
Tanti auguri di una Italia senza Berlusconi. Ma non è poco? Direbbero alcuni. Non è troppo? Direbbero altri.
A noi sembra la giusta misura di una speranza che basta da sola, una volta espressa in modo chiaro e giustamente ripetuto, a tantissimi italiani, prima ancora di chiedere a quale tribù appartengono.
Ma c’entra Berlusconi con le feste di fine anno o evocare il suo nome è sbagliato perché guasta la festa?
Andiamo con ordine, e proviamo a spiegare. Augurarsi l’uscita di Berlusconi dalla scena politica (con un augurio in più per la sua splendida vita privata) significa augurarsi un sereno ritorno a casa (o ad altre destinazioni indicate dalla legge) di Previti e Dell’Utri.
Significa la separazione del potere politico dal potere privato e personale di una sola persona, un evento che, per l’Italia di oggi, è altrettanto importante quanto la separazione fra Stato e Chiesa nella nascita degli Stati democratici nei due secoli scorsi.
Significa la scomparsa (pensate, per puro effetto di un voto) del conflitto di interessi che ha scardinato la vita italiana in questi tre anni, rendendola pericolosa per la libertà e inagibile in molti percorsi professionali. Esempio, nell’Italia di oggi chiunque esercita professione giornalistica deve piacere personalmente a Silvio Berlusconi, la persona, il potere e la proprietà che Berlusconi rappresenta. Altrimenti saltano teste e si bloccano carriere.
Significa il ritorno alla normalità (che non è entusiasmante e non è meravigliosa ma smette di essere drogata e febbricitante) del mondo della informazione italiana.
Vuol dire, per esempio, la fine della occupazione illegale del vertice Rai, dichiarato tale anche dal presidente della Camera.
L’uscita di Berlusconi dalla scena politica italiana (con tanti auguri per una lunga e felice vita di padrone delle sue tantissime cose ma non dell’Italia) significa anche la fine dell’incrostarsi sull’immagine del nostro Paese di una figura-cliché che tanti, anche fuori dall’Italia, avevano pensato finita e dimenticata. È la figura dell’italiano infido, ballista, che imbroglia sui conti, che dà la sua assicurazione e la sua garanzia a proposito di fatti non veri, mai avvenuti. E chiama a testimoni altri nomi e figure che prontamente si discostano.
Lo stereotipo umiliante si è riproposto in questi giorni. Il primo ministro italiano annuncia, con una scelta di parole che non va trascurata, che "dichiara guerra al patto di Maastricht". È il patto che rende possibile l’appartenenza dei Paesi europei alla moneta unica, il capolavoro dell’Italia di Prodi e di Ciampi. Il primo ministro e il ministro dell’Economia dell’Ulivo hanno messo i conti in ordine e sono entrati nel sistema della moneta unica a vele spiegate, quando in molti temevano il cliché italiano: il falso annuncio.
Ma il patto è un vincolo di trasparenza e di onestà nei conti pubblici dell’Italia. Il rispetto di un patto, che vuol dire osservare norme, accettare impegni, agire tenendo conto di certi vincoli e anteporre tutte queste legittime costrizioni alla propria personale e privata visione del momento e della scena, soprattutto della personale ‟bella figura”, non si addice alla persona di cui stiamo parlando.
Dunque un patto è un fastidio che il primo ministro italiano, per ragioni che riguardano lui e non il Paese, non può sopportare. E allora ‟dichiara guerra”.
Subito dopo, nei suoi telegiornali, lo vediamo attraversare l’Europa con aria confidente e ridente, volgersi ai microfoni italiani e dichiarare, senza la minima esitazione: "Chirac, Schroeder e Blair sono d’accordo con me. Abbiamo deciso insieme che il ‟patto di stabilità” deve essere cambiato perché così com’è, non consente sviluppo".
La dichiarazione ha due scopi. Il primo è di far sapere che il mancato sviluppo (che in Italia viene definito dal presidente della Confindustria ‟il peggior momento dell’economia italiana dal 1945”) non è colpa di un cattivo e incapace governo, e di una maggioranza parlamentare esclusivamente impegnata per leggi che interessano il primo ministro e alcune altre persone. È colpa dell’Europa. Il secondo è di mostrare l’influenza del grande statista. Lui parla. E Chirac, Schroeder e Blair seguono. Il testo letteralmente diceva: "Si sono impegnati a seguire la posizione italiana". Passano tre giorni e il Commissario europeo per l’Economia Joaquim Almunia dice, brutale e chiaro: "Le affermazioni di Berlusconi sul patto di stabilità in Europa non hanno seguito alcuno". È una clamorosa brutta figura perché implica falsità, millantato credito e uso non autorizzato dei nomi e del prestigio di altri capi di governo. Il loro silenzio, dopo la dichiarazione di Almunia, non lascia dubbi: Berlusconi ha mentito clamorosamente, e in pubblico, su una materia di estremo rilievo.
Ma questo fatto gravissimo riguarda l’Italia vista da fuori. In Italia, fra salotti rosa e salotti Vespa, fra un Tg e l’altro (salvo il disperato e valoroso tentativo del TG 3 di restare con la testa fuori dall’acqua) la radicale smentita di Almunia, che sbugiarda Berlusconi, viene letta in fretta prima di mostrare la stessa figura ridente di Berlusconi che assicura di avere il sostegno di tutti. Non solo di Chirac, Schroeder e Blair, ma anche di Almunia, il commissario che lo ha appena smentito.
Subito dopo segue immediatamente, e con un certo affanno la notizia che "intanto nel centrosinistra infuriano le polemiche...." come se si trattasse della continuazione di un normale notiziario politico in cui si deve parlare delle due parti. La stampa americana protegge un po’ di più l’immagine dell’Italia: delle immagini in cui Berlusconi ride e parla italiano con il presidente Bush che lo guarda divertito, senza capire, come se fosse in visita un nuovo comico, nei media americani non c’è traccia. E così si sono risparmiati anche la imbarazzante affermazione dei nostri telegiornali secondo cui il premier italiano sarebbe stato "il primo leader del mondo a fare visita a Bush dopo la sua rielezione", quando persino chi non segue giorno per giorno la politica internazionale ricorda la visita di Tony Blair alla Casa Bianca settimane prima di Berlusconi.
Per capire il senso dell’augurio - un’Italia in cui Berlusconi torni ad essere un cittadino privilegiato, invece di essere uno che governa i suoi interessi dal vertice del Paese - immaginate per un momento un’Italia sgomberata dalla sua immagine pubblica. L’economia non migliorerebbe di colpo, ma ne sapremo il vero stato. Il cosiddetto ‟taglio delle tasse” smetterebbe il suo malefico effetto alla Harry Potter, in cui pezzettini di tasse tagliate ricompaiono in moltissimi altri balzelli, tutti più grandi del taglio. I giudici, con i loro pregi e i loro difetti, tornerebbero ad essere niente di più e niente di meno che uno dei tre poteri indipendenti su cui si fonda, fin dall’origine, la democrazia. I soldati bloccati nei bunker di Nassiriya tornerebbero a casa. Le leggi anticostituzionali sarebbero pazientemente ricostruite come in un grandioso lavoro di chirurgia plastica, affinché l’Italia torni ad assomigliare agli altri Paesi d’Europa e torni a far parte con onore di quella Unione che ha co-fondato. Uscirebbero di scena personaggi di cui si stanno occupando tutti i giornali del mondo come se fosse normale per l’Italia avere intorno al primo ministro politici di primo piano condannati per corruzione e per concorso esterno in associazione mafiosa, e come se fosse normale, per un capo di governo, pavoneggiarsi tra i grandi d’Europa dopo avere evitato per un soffio (la prescrizione) la condanna per il reato accertato di corruzione di un giudice.
Soprattutto, come in un dramma di Genet, uscirebbe di scena, tutto insieme, il cadavere del conflitto di interessi che ha spinto l’Italia in questo percorso fangoso. E si potrebbe fare finalmente una buona legge senza essere accusati di ‟espropriare” (dicono proprio così) Berlusconi. Come se tutti coloro che, per fare politica, si sono liberati del loro conflitto di interessi nel mondo democratico, fossero stati espropriati dai Soviet.
D’accordo, abbiamo citato ripetutamente in queste righe il nome che, raccomandano molti esperti, non si dovrebbe mai dire per non mostrare astio personale. Ma sarebbe come parlare di enciclopedie senza dire Treccani o parlare di moda senza dire Armani. Tutta le vita italiana, nel dramma che sta vivendo, è avviluppata nella presenza, nella vita, nelle avventure, nel passato, nelle ambizioni, nel narcisismo di una sola persona, quella che non si dovrebbe nominare per non demonizzarla. La verità è che l’augurio fatto oggi appare un po’ esagerato, data la ricchezza, la potenza, il dominio su quasi tutto della persona in questione.
Ma gli auguri, come le utopie, devono essere più grandi della realtà. Alla realtà ci si arriverà un po’ per volta, con un buon lavoro politico, se tutta l’opposizione si impegnerà intorno a Romano Prodi. Cominciare subito è l’altro augurio.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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