Il mandato di Giuseppe Tesauro alla presidenza dell’Autorità Antitrust termina l’8 marzo 2005, ma non è ancora tempo di bilanci. In questa intervista il professore napoletano però risponde ai suoi critici, parla dell’indagine in corso sul settore elettrico, propone tre aggiornamenti della legge antitrust del ‘90 e lancia un grido d’allarme sul futuro del collegio ormai privo di risorse benché, dal 3 gennaio, inizi una nuova attività: il monitoraggio dei conflitti d’interesse con 15 funzionari il cui profilo sarà disegnato dal presidente del Consiglio.

Il ministro delle Comunicazioni l’accusa di fare politica. Il governo vuol vendere ai privati minoranze azionarie della Rai e lei suggerisce di fermare tutto e, prima, di dividere in due la tv di Stato.
Nessuna invasione di campo. La legge del ‘90 ci attribuisce il potere-dovere di fare le pulci al legislatore con riguardo al passato, al presente e al futuro, e cioè alle leggi vecchie, alle nuove e ai disegni di legge. L’Autorità ritiene che l’investitore abbia diritto di capire che cosa compra: titoli di una società che ha per scopo primario il servizio pubblico o invece il massimo profitto. Meglio dunque separare quanto opera con ricavi di mercato da quanto vive con il canone. I suggerimenti dell’Antitrust sono condivisi da molti, non ultimo, mi pare, lo stesso ‟Corriere”. Naturalmente, il Parlamento e il governo rimangono liberi di non tener conto delle nostre segnalazioni.

La Rai commerciale dovrebbe avere gli stessi affollamenti pubblicitari di Mediaset?
Ovviamente.

Ma così aumenterebbe la preponderanza delle tv nella raccolta della pubblicità.
L’indagine conoscitiva dell’Antitrust segnala l’anomalia di un sistema verticalmente integrato e che ha il più alto numero di reti tv nazionali concentrate nel più ristretto numero di proprietari. E avverte che questa struttura dell’offerta di spazi pubblicitari pesa non meno della bassa penetrazione della carta stampata nella ripartizione delle risorse pubblicitarie. Con questo l’Autorità pone l’esigenza di interventi strutturali nell’intero settore dei media. Proseguire indicando nuove regolazioni non è sua competenza.

Il presidente di Telecom, Marco Tronchetti Provera, ha elogiato Consob e Autorità della privacy così diverse da altre autorità che guardano al passato. Le sono fischiate le orecchie?
Ho letto, e mi chiedo se si tratta di una reazione comprensibile, a pochi giorni dalla sanzione, o invece dell’analisi del grande manager, che sarebbe però strumentale e comunque errata. Il presidente di Telecom Italia dovrebbe sapere che guardare avanti significa regolare, e che questo potere appartiene all’Autorità delle Comunicazioni. L’Antitrust, invece, opera per legge ex post: come si fa a rilevare e sanzionare gli abusi di posizione dominante se non guardando ai fatti, che, per l’appunto, sono già accaduti? Siamo anche stati accusati di rifiutare il dialogo. Non è vero. L’istruttoria prevede un costante confronto con le aziende. Semmai è stata Telecom Italia a non interrompere i comportamenti sottoposti a indagine nemmeno durante l’istruttoria.

Quali comportamenti?
Stipulare contratti di telefonia fissa escludenti, in quanto non replicabili dai concorrenti, costretti a pagare un prezzo di accesso alla rete Telecom superiore a quello che l’ex monopolista offre alla propria clientela.

La vostra rilevante sanzione, 152 milioni di euro
Se le sanzioni non sono tali da esercitare un effetto di deterrenza, violare le regole diventa troppo conveniente. La stessa entità della sanzione è relativa: si pensi agli utili, al fatturato... E poi la recidiva, soprattutto quando reiterata, non può essere senza conseguenze.

La sanzione a Telecom ripropone la separazione societaria delle reti dai servizi già realizzata nell’energia elettrica e nel gas. Nelle telecomunicazioni c’è la separazione contabile. Non basta?
A mio parere, no. Tanto più che oggi la separazione contabile è assai sintetica, non dettagliata servizio per servizio. E così la dinamica dei costi e dei margini rimane di difficile rilevazione anche per il regolatore, l’Autorità delle Comunicazioni, che è però chiamata a stabilire il prezzo di interconnessione sulla base dei costi comunicati dalla stessa società.

Tronchetti ha definito un autogol la sua proposta: non sarebbe conveniente.
Dipende da chi giudica la convenienza. Quanto più alto è il margine sull’uso della rete della quale un operatore dispone in esclusiva tanto più piccolo è il margine sui servizi lasciati alla concorrenza. Nel Regno Unito, l’Autorità delle Comunicazioni sta cominciando a lavorarci. Il sottoscritto e il suo predecessore, Giuliano Amato, hanno già posto il problema in Parlamento. Dimostrando così di guardare anche al futuro.

Tornerà alla carica con una nuova segnalazione?
Questo ancora non lo so.

Mancano due mesi al termine. Quali sorprese ci dobbiamo attendere?
Nessuna sorpresa. Le procedure di concorrenza e le indagini sono sempre preannunciate e si concludono in tempi prevedibili. Probabilmente riusciremo a chiudere l’indagine sul settore elettrico.

Che cosa sta emergendo?
In generale, sta emergendo che la liberalizzazione, avviata su impulso dell’Unione Europea, non sta dando i frutti attesi dai consumatori perché non è stata accompagnata da adeguate misure di politica industriale.

Ma la Borsa elettrica non funziona?
La Borsa elettrica sta esaltando le patologie del sistema che derivano non solo dall’elevata concentrazione produttiva rimasta in capo all’Enel, ma anche dalla qualità e dalla localizzazione delle centrali dell’ex monopolio.

Sarebbe?
Chi si ferma alla dimensione nazionale del mercato rischia di non capirne le dinamiche reali. In realtà, l’Italia elettrica, a causa di una struttura di rete spesso congestionata e di un parco di impianti inefficiente, è fatta di quattro o cinque macroregioni.

Dove, data la struttura dell’offerta, non si può fare il prezzo senza l’Enel. Tranne in Sardegna
Dove il prezzo lo detta un altro operatore dominante (la spagnola Endesa, ndr).

La legge Antitrust ha ormai 14 anni. Serve un po’di manutenzione?
Suggerirei solo tre aggiustamenti. Primo, dovremmo poter adottare misure cautelari.

Che vuol dire? Incarcerare i monopolisti?
In Italia non c’è la cultura anglosassone che arriva fino alla sanzione penale. In Francia si potrebbe, ma nessuno ha mai applicato simili norme. Per misure cautelari intendo misure d’urgenza, la possibilità di imporre la sospensione dei comportamenti lesivi della concorrenza già in fase di istruttoria.

E poi?
Come nel Regno Unito e in Francia, l’Antitrust dovrebbe poter applicare programmi di clemenza alle imprese che, facendo parte di cartelli ormai sempre più difficili da scoprire e provare, ne denuncino l’esistenza.

Insomma, introdurre il pentitismo antitrust.
È una definizione sua. Certo la clemenza dà ottimi risultati. E in terzo luogo, dovremmo avere il potere di sanzionare le imprese quando queste violino la concorrenza non direttamente ma attraverso l’associazione di categoria.

Le reazioni dei poteri forti dell’economia e della politica stanno mettendo a rischio l’indipendenza dell’Autorità? L’aria sta cambiando in tutta Europa. Anche la Ue non sembra più quella di Mario Monti.
Le reazioni delle imprese fanno parte delle regole del gioco. Noi siamo nominati dai presidenti di Camera e Senato. E nei 7 anni del mio mandato i governi di ogni colore hanno rispettato questo collegio. Non sono mancate critiche, e sono fiero che siano venute nel passato da esponenti del governo di centrosinistra come oggi da esponenti dell’attuale governo. Ma non ho mai avvertito una spinta a trasformare l’indipendenza in soggezione. Ora però comincio ad avere qualche preoccupazione.

Perché?
Due commissari hanno concluso il loro mandato il 16 novembre e non sono ancora stati sostituiti. L’8 marzo termina anche il mio e in due l’Antitrust non può funzionare. Più in generale sono preoccupato per la carenza di fondi. Siamo in 186, compresa la portineria. L’ultima finanziaria ci assegna poco più di 22 milioni l’anno: non bastano per sopravvivere. E pensare che avevamo messo da parte pure i quattrini per comprarci la sede e risparmiare un affitto oneroso. Ma il governo, che li aveva avuti, per così dire, in prestito, non ce li ha più restituiti e ora lesina anche sull’ordinario. Di questo passo, tra un anno si chiude. Un’Autorità che deve chiedere l’elemosina rischia l’indipendenza.

Ma ora arrivano 15 nuovi funzionari con un fondo apposito per seguire i conflitti d’interesse, a cominciare, ovviamente, da quello del premier, azionista di Mediaset.
La nuova competenza verrà espletata a partire dal 3 gennaio, con personale già dell’Autorità e, dunque, sottratto all’applicazione delle norme di concorrenza. Mi auguro che l’interim duri poco e che i mezzi promessi arrivino davvero.

Non è curioso che sia la presidenza del Consiglio a stabilire il profilo professionale dei 15 guardiani dei conflitti d’interesse?
Non sta a me fare commenti in materia.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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