Qualcosa di immenso è accaduto nel mondo e il mondo non sembra essersene accorto. È stato veloce ad afferrare l’evento con le braccia automatiche delle notizie. Come notizia, il maremoto che ha distrutto tutte le coste dell’Asia e ha fatto, ormai si dice quasi ufficialmente, centomila morti, è una straordinaria notizia che ha tutto per essere trasmessa e ritrasmessa, stampata e ristampata: la quantità immane di distruzione, la corsa della morte in sequenza da un punto all’altro del mondo, con il brivido della differenza di tempo, che rende possibile immaginare, con orrore, ma anche con il senso della grande avventura, il prima e il dopo. È una sorta di straordinaria sequenza narrativa capace di creare - come ha detto un sopravvissuto italiano al Tg 3 la sera di martedì - ‟una sorta di euforia di cui poi ti vergogni”. Il momento è straordinario per il tsunami perché le migliaia e migliaia di chilometri quadrati distrutte dal mare, la distesa di cadaveri che si vede in ogni inquadratura, in ogni fotografia, irrompono su schermi e giornali mentre finisce l’anno e c’è un vuoto di notizie. Inutile fingere: questa è la notizia dell’anno, forse dei prossimi dieci anni. È la notizia, non la coscienza di ciò che è veramente accaduto, a imporre tanto spazio e tanta attenzione. Infatti, dietro la notizia niente. Niente governi, niente organizzazioni internazionali, niente di grande, non dico grande come l’evento, che è impossibile da fronteggiare in dimensioni proporzionate, ma almeno grande come sforzo organizzativo, come impegno annunciato, come dimensione del danaro e dei mezzi disponibili, come mobilitazione di Parlamenti, di assemblee generali, di eserciti.
Dal mondo ciascuno - tra i Paesi che possono - provvede a far tornare i suoi cittadini. È urgente, è giusto. Ma il grido di un gruppo di missionari che ieri dalla Thailandia ha detto: "Vi prego non pensate solo ai turisti" è andato perduto. Ci dicono che la protezione civile italiana ha avuto dall’Europa l’incarico di coordinare tutta l’attività dell’Unione Europea. Sappiamo che la protezione civile italiana lavora bene. Ma l’incarico - se esiste - ci dice il limite posto alla missione: aiutare gli europei (non solo gli italiani) a tornare a casa. Ci fa onore, vuol dire che i voli speciali funzionano bene. Ma ci dice il vuoto. Per l’Indonesia e la Thailandia, per India, per Bangladesh e Sri Lanka, per migliaia di isole sbattute dal maremoto e semidistrutte dal sisma, non c’è niente, non c’è nessuno.
Per capire quello che dico pensate a un libro, pensate a un film. Centomila morti sono un disastro immenso. Autore e regista troverebbero necessario immaginare una seduta straordinaria del Congresso americano, un soprassalto di tutta l’Europa, politica, istituzioni, imprese. Ci farebbero vedere le sedute di un comitato mondiale di coordinamento mentre dai quattro angoli del pianeta i rappresentanti di tutti gli Stati membri vanno al Palazzo di vetro per una assemblea generale straordinaria. Centomila morti in un giorno sono molto più di una guerra, e il Consiglio di sicurezza si convocherebbe in seduta permanente. Banche ed enti finanziari internazionali diventerebbero collettori delle risorse congiunte dei grandi Paesi e dei piccoli Paesi in modo da creare una catena di interventi, di aiuti, di coordinamenti regionali, di missioni speciali, soldati e scienziati, costruttori e infermieri, esperti di ogni tipo capaci di coordinare eserciti di volontari. I volontari ci sono. Ma isolati e con mezzi propri.
Il mondo non subiva da decenni una prova così dura con un esito tanto tragico. Mai prima d’ora, nel mondo moderno, egoismo, indifferenza, distruzione, disattenzione, incapacità di capire (pensate che formidabile guerra al terrorismo sarebbe essere presenti e capaci di aiutare - sia pure a un costo enorme - in tutte le coste distrutte) hanno dato uno spettacolo così grande e così desolante. Arriveranno, al massimo, tanti sms di solidarietà. E un giorno sembrerà impossibile che tutto ciò sia successo. 100mila morti, una grande notizia e nient’altro. Come ha detto il turista italiano salvato: "Prima provi euforia. Poi vergogna".
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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