Dopo lo shock, la paura. Il conto delle vittime sale nell'isola di Sri Lanka, la nazione a forma di grande goccia nell'oceano indiano: 18mila morti, forse 20mila, ma è solo ancora una stima. Ci vorrà tempo per contare davvero gli umani travolti dall'onda di tsunami il 26 dicembre, una tranquilla domenica mattina: una doppia onda, pochi minuti che hanno portato morte e distruzione a un'intera popolazione costiera - la maggiore tragedia della storia del paese, l'ha defnita il governo. E poi, la cosa più urgente è pensare ai vivi: un milione di persone rimaste senza tetto né riparo, circa un settimo dell'intera popolazione di Sri Lanka - e anche questo sembra un conto a occhio, perché gran parte della costa orientale e nord-orientale, le zone più colpite, sono anche le più difficili da raggiungere. "La nostra priorità ora è la salute pubblica", diceva ieri sera un preoccupato signor Harim Peiris, portavoce della presidente della repubblica Chandrika Kumaratunga: salute pubblica, cioè in primo luogo fornire acqua potabile ai sopravvissuti ed evitare infezioni, dissenteria, malaria. E dunque raggiungerli, i sopravissuti: ieri l'esercito ha cominciato a sgomberare la strada tra Colombo e Galle, località sulla costa meridionale nota finora per un bel forte portoghese e per i resort turistici con belle spiagge bianche e piscine: un centinaio di chilometri lungo cui la ferrovia è divelta, la strada invasa dal fango e detriti. Forse oggi raggiungeranno Matarà, dove notizie frammentarie parlano di un'evasione dal carcere (200 detenuti) approfittando della devastazione naturale - e dove le poche immagini raccolte per ora mostrano file di cadaveri allineati lungo una strada, pile di corpi da seppellire al più presto per evitare il primo dei pericoli dopo una simile tragedia: infezioni e malattie.

Allarme epidemie.
Acqua potabile, dunque, e seppellire o cremare i morti. Ma - senza neppure riconoscerli, dargli un nome, mettere l'anima in pace ai vivi che cercano gli scomparsi? Bisogna riconoscerli, certo. Ma bisogna fare in fretta, il clima caldo e umido moltiplica ogni pericolo di infezione. E così, ha spiegato il signor Peiris alle televisioni nazionali e alla britannica Bbc , "abbiamo diffuso un decreto presidenziale che autorizza a prendere fotografie e impronte digitali dei defunti per il riconoscimento postumo".
La capitale Colombo da ieri pomeriggio è un crocevia di turisti che se ne vanno e di squadre di soccorso che arrivano. Aerei passeggeri sbarcano squadre di soccorritori argentini, bomberos (vigili del fuoco) spagnoli, medici turchi. È arrivato un piccolo gruppo di russi, sono arrivati (via mare) gli aiuti e un paio di elicotteri dall'India che pure è impegnata nella sua emergenza lungo l'intera sua costa sul golfo del Bengala. In serata è arrivato anche un volo speciale dell'Alitalia: ha scaricato il primo gruppo operativo di medici della Protezione civile con il loro ospedale da campo, e ha caricato un gruppo di vacanzieri che ha avuto buona sorte - ma anche due bare, due italiani che hanno condiviso la tragedia di tanti srilankesi.
Arrivano i soccorsi, dunque: rispondono all'appello del governo di Sri Lanka, che ha chiesto aiuto soprattutto per far fronte all'emergenza sanitaria. Un medico francese (è con l'organizzazione non governativa Secours International, ma non faccio a tempo ad annotare il suo nome mentre insegue casse di medicinali scaricate all'aereoporto di Colombo) si dice ammirato dalla buona organizzazione degli interventi: ieri sera il ministero della sanità ha "registrato" i materiali arrivati e convocato una prima riunione di coordinamento con soccorritori e medici, in modo da distribuirli da questa mattina dove necessario.
Lo sforzo di coordinamento è enorme. Il governo ha emanato ieri l'ordinanza che rinvia (sine die) la riapertura delle scuole in tutto il paese - nelle zone disastrate scuole e templi, in genere edifici di muratura, sono diventati il riparo per centinaia di migliaia di senzatetto. Ancora: camion carichi di riso e altri aiuti stanno partendo alla volta di Trincomalee, nel nord-est. Già, perché sembra proprio quella la zona iù colpita, forse più del sud, se non altro perché è d'accesso più difficile: si tratta infatti delle province a maggioranza tamil, teatro di un conflitto più che ventennale.

L'emergenza tamil.
Solo negli ultimi due anni le armi sono zittite e hanno lasciato spazio a un negoziato di pace ancora molto fragile. Gli accordi di "condivisione del potere" tra il governo centrale (che riflette la maggioranza etnica cingalese) e la minoranza tamil si riflettono in queste ore in una sorta di doppia organizzazione dell'emergenza. Così il governo di Colombo annuncia l'invio di aiuti a Trincomalee mentre i comandi del Ltte, il Movimento delle tigri tamil (protagonista dello scontro militare prima e del negoziato di pace poi) stilano i propri bollettini: ieri annunciavano un bilancio di 10mila morti solo nelle province tamil. Tamilnet, notiziario web che riflette la voce del movimento tamil, funziona da vera e propria agenzia di notizie di questo governo parallelo. Ecco uno stralcio del bollettino di ieri: "Quadri di Liberation Tigers e di organizzazioni non governative locali stanno lavorando ventiquattr'ore su ventiquattro per portare soccorso e aiuti alla popolazione di Mullaitivu, riferisce il colonelo Soosai, capo dell'ala `tigri di mare' (la marina militare, ndr ) di Liberation Tigers (l'esercito, ndr) . Il colonnello Soosai aggiunge che `nessun aiuto internazionale è giunto finora a Vanni, e stiamo facendo il possibile con le nostre risorse e con l'assistenza che comincia ad arrivare dagli espatriati tamil'". A Colombo il governo ha dichiarato lo stato d'emergenza nazionale; sulla penisola di Jaffna che si protende verso l'India all'estremo nord, e poi lungo la costa orientale giù fino a Batticaloa, il Ltte ha proclamato il proprio stato di emergenza e ha lanciato il proprio appello all'assistenza internazionale.
Nelle province del nord come in quelle orientali o del sud, l'assistenza internazionale potrà aiutare a superare la prima emergenza. Ma quei pochi minuti di domenica mattina hanno lasciato una devastazione profonda. Il bilancio umano, i villaggi cancellati, le strade e ferrovie costiere da ricostruire - e le risaie salinizzate, popme e impianti idrici scomparsi: Sri Lanka sta appena cominciando a rendersi conto delle dimensioni della tragedia che l'ha colpita.

L'altra Colombo.
A Colombo, sulla costa occidentale, la vita appare normale a chi è arrivato ieri sera: strade affollate di luci, negozi, baracchini, ristorantini, voci, profumi, centri commerciali, luminarie natalizie (in onore degli occidentali) che si confondono con le luci colorate dei tempietti buddisti - tutto ciò che è normale nel subcontinente indiano, forse solo un traffico meno caotico del solito. A sud della capitale, là dove la strada comincia ad assomigliare a una pozzanghera nel presagio di quello che seguirà più a sud, trovo da pernottare in un albergo semivuoto: salvo per una surreale festa di matrimonio con abito bianco e bouquet floreali accanto a una piscina invasa di fango.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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