Il mare continua a restituire corpi umani. Un elicottero dell'esercito di Sri Lanka li ripesca e li allinea sulla spianata accanto al vecchio forte portoghese: sembrano statue contorte, corpi gonfi, neri e lisci come legno levigato dal mare. Adulti, un bambino di pochi anni, un fagottello di pochi mesi. Parrebbero quasi irreali se non fosse per quei volti fissati in smorfie di terrore. Galle, sulla costa meridionale di Sri Lanka, ha ricevuto in pieno l'onda di tsunami che domenica mattina ha spazzato l'intero oceano Indiano. Ne porta i segni ovunque. Case crollate, macerie. Il lungomare è stato sgomberato dall'esercito ma le vie interne sono invase di macerie, grovigli di legno, pezzi di lamiera, blocchi di cemento, rami di alberi, carcasse di motorette fracassate dalla forza di quell'onda. Detriti e fango invadono negozi e vicoli, dentro per cinque o seicento metri dalla costa. E l'odore: persistente, come moltiplicato dal caldo e dalla pioggerella. Marciume, penso: acque fetide ristagnano ancora nei vicoli, nelle rovine di piccoli negozi va a male la frutta, il cibo. Ma è di più, è un odore dolciastro.
Due ragazzi si fanno avanti con aria seria: volete vedere dei cadaveri? Come a dire: venite a rendervi conto. Indicano in vicolo, macerie come ovunque, una pozzanghera profonda di acqua nera e stagna. Si inerpicano sulle montagne di detriti, saltano sui mattoni che affiorano dalla pozza come si traversa un torrente, e mostrano a chi si avventura tre corpi - un uomo, due donne coperte da un panno. Sono passati tre giorni da quando l'onda di tsunami si è abbattuta su questa costa, e quei tre sono ancora là.

Dove sono i medici?
I soccorsi? Un ufficiale di polizia che sta cercando di bloccare l'accesso al vicolo sembra non capire la domanda: invece ha capito benissimo, è che esita. Poi sbotta, "Lei mi chiede dov'è il centro di coordinamento dei soccorsi? Noi facciamo il possibile, ma in tre giorni non abbiamo ancora visto arrivare un medico". Già, in parecchie ore non vedo neppure un simbolo della Croce rossa, nessun segno delle organizazioni umanitarie internazionali. Certo, c'è l'ospedale civile, 5 chilometri a est, nell'interno: i feriti più gravi sono là, il servizio è sovraccarico, l'obitorio strabocca. Ma i soccorsi d'emergenza, la "macchina degli aiuti" tanto evocata dai bollettini di queste ore, fino a ieri mattina non si era materializzata a Galle (il primo segno di assistenza internazionale qui sarà la Protezione Civile italiana, che questa mattina per chi legge sta montando il suo pronto soccorso da campo accanto all'ospedale civile di Unawtuna, nell'immediato entroterra).
Per il momento la gente di Galle si arrangia come può, da sola. Decine di persone sono al lavoro: chi può si affanna a sgomberare detriti, ripulire. Ai crocicchi e tra i vicoli gruppi di poliziotti, molti con le mascherine sul viso: il loro compito sembra soprattutto mantenere l'ordine, evitare sciacallaggi. È intatto il vecchio forte portoghese, sorta di cittadella che si protende nell'oceano: ospita gli uffici amministrativi della città (e in questi giorni un presidio d'emergenza dell'ambasciata britannica per aiutare i turisti stranieri, che per la verità ormai se ne sono andati). I militari hanno aiutato a seppellire fino a martedì sera oltre 600 corpi, dice un ufficiale, ma poi un altro dice che sono mille - mentre l'elicottero continua la sua spola.
Galle però è solo uno di parecchi centri abitati grandi e piccoli disseminati sulla costa meridionale e orientale di Sri Lanka. Le macerie, i detriti, il fetore di morte si ripetono in ogni villaggio e cittadina da qui verso est e poi verso nord, per centinaia di chilometri. In fondo, questa cittadina all'ombra del forte portoghese è solo il primo luogo raggiungibile (un centinaio di chilometri dai sobborghi merifionali di Colombo, sei, sette ore di macchina), come Matarà una quarantina di chilometri verso est: poi sembra cominciare una terra incognita da cui le notizie sono vaghe e preoccupanti.
La strada litoranea che scende da Colombo prepara al peggio. La vista di detriti e fango diviene presto normale. Anche la vista delle bandierine bianche: ieri era il primo di cinque giorni di lutto nazionale e il bianco è il colore del lutto nella cultura hindu e buddhista. Ci sono piccoli centri di raccolta di aiuti. Camion e furgoni si avviano a sud carichi di bottiglie d'acqua, sacchi di riso, biscotti. Passa qualche ambulanza - poche. Chilometro dopo chilometro la distruzione aumenta - a volte c'è una facciata di muratura in piedi ma dietro il nulla, come una scena teatrale. Gruppi di persone cercano di pescare qualcosa di intatto tra i detriti di una casa. Payagala, distretto di Beruwala, una cinquantina di chilometri da Galle.
Incongrua, la facciata della chiesa cattolica di Sant Joseph, colonnine e stucchi bianchi e rosa su tre ordini a pochi metri dalla spiaggia: dentro e attorno però è la distruzione, sui muri resta il segno del livello raggiunto dall'inondazione seguita allo tsunami: quasi due metri. Sulla litoranea si ferma ogni tanto un camion e comincia a buttare bottiglie d'acqua alla piccola folla che si raccoglie in un batter d'occhio. Da un piccolo furgone distribuiscono cartocci ben chiusi, un pasto caldo - forse l'iniziativa caritatevole di qualche organizzazione privata?
Ovunque ci sia un benzinaio si forma una coda di persone con piccole taniche o bottiglie: meglio fare riserva, potrà servire. Tutti sanno che dovranno arrangiarsi ancora per parecchio tempo.

Lo stupa e i panni stesi.
Poco oltre, un viottolo tra il verde fitto di palme e banani porta a un piccolo tempio buddhista: ora è un centro di raccolta di sfollati, tra 150 e 200 persone accampate sotto il grande padiglione aperto dal tetto solido, panni stesi sullo stupa (la costruzione a forma di cupola a campana che rappresenta i gradini della conoscenza trascendente ed è il centro di ogni tempio buddhista). Si aggirano dei giovani con uno stemmino sulla maglietta, Jvp - è il partito nazionalista, molto radicato nella maggioranza cingalese, e loro sono volontari dell'organizzazione di partito per l'assistenza. La vera assistenza però è quella portata da un giovane uomo con lo stetoscopio al collo e una suora cattolica con la divisa da infermiera, che armeggiano tra due scatoloni di medicinali e una piccola folla di pazienti.

I feriti gravi.
Il dottor T.L. Siritunga è del servizio publico nazionale, con la suora forma uno dei molti team mobili di soccorso mandati sul campo dalle autorità di Sri Lanka. "Trattiamo un po' di tutto, dalle ossa rotte e i traumi provocati dall'ondata alle malattie croniche, diabete, cuore: i feriti gravi li facciamo portare al primo ospedale raggiungibile, ma qui un'intera popolazione è rimasta senza assistenza per le necessità normali. Molti hanno perso tra le macerie anche le tesserine del servizio sanitario e dobbiamo ingegnarci a capire di cos'hanno bisogno".
L'acqua c'è, anche la corrente elettrica, aggiunge il medico con un sorriso timido: "Il governo è mobilitato, facciamo il possibile. Ma, certo... non sarà un'emergenza breve".
Per chilometri e chilometri la litoranea offre lo stesso spettacolo: detriti e persone al lavoro per ripulire il possibile. La stazione ferroviaria del distretto di Beruwala, stazioncina rosa a duecento metri dal mare, sembra accartocciata come fosse fatta di cartapesta. I binari sono invasi da pali divelti: da qui in avanti la ferrovia litoranea è impraticabile, a tratti le traversine poggiano sul nulla, altrove i binari sono sollevati e arrotolati come un otto volante. Qua è là un camion scaraventato tra gli alberi o una motoretta appesa agli alberi testimoniano della forza del mare. Accanto a un canale una decina di uomini tentano di ripescare un furgone tirandolo con una fune: che caparbio ottimismo deve animarli, insieme alla convinzione che dovranno fare tutto da soli.

Il treno scomparso.
Qua e là resta in piedi un cartellone publicitario, uno dei tanti hotel turistici di questo triste tropico. Presto infatti comincia una serie di alberghi per vacanze occidentali, complessi affacciati su belle spiagge o piccole lagune interne, nomi come Venus Resort o Emerald Bay o Dream Village, villaggio di sogno. Sono a posto: strutture solide, cemento armato, tutt'al più le cucine invase dal fango. Quella mattina hanno visto brutti momenti e ora sono desolati, certo, ma se la caveranno presto. È attorno, al di là dei muri di cinta, che le piccole case locali sono fracassate - insieme ai ristorantini, i "musei delle marionette" e i negozietti di batik e oggettini per turisti, l'indotto locale della prima industria della zona.
Ormai siamo a una trentina di chilometri da Galle, ma la strada è sbarrata, occorre una lunga deviazione interna. Qualche chilometri più avanti, infatti, in località chiamata Paraliya, "c'è un treno capovolto".
No, anzi: "è stato inghiottito dal mare". È da un paio di giorni che ne sentiamo parlare: c'è chi dice che è scomparso, con i suoi quattro o cinque vagoni e millecinquecento passeggeri. Più probabilmente è stato sollevato e scagliato a terra. Ma non è chiaro perché nessuno l'ha visto, anche se bisogna supporre che l'esercito sia arrivato fin là e stia cercando di raccogliere corpi e lamiere.
All'imbrunire poche luci si accendono a Galle - qualche lampada a petrolio, candele.
Qua è là c'è illuminazione elettrica - dove c'è un generatore. Piccoli falò, circondati da ombre scure, una popolazione che si prepara alla quarta notte di emergenza.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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