Le immagini di Abu Ghraib non sbiadiscono con il passare del tempo. L’uomo incappucciato sulla scatola, la figura rannicchiata per la paura di fronte alle zanne di un cane, la donna che, sbirciando con malizia, indica i genitali di un prigioniero maschio sono diventate icone indelebili di orrore e vergogna. Per gli oppositori della guerra in Iraq, Abu Ghraib ha segnato il momento in cui l’invasione che avevano sempre considerato una follia è divenuta improvvisamente un crimine. Per i sostenitori della guerra, se Abu Ghraib ha significato qualcosa, ha avuto implicazioni ancora più dolorose. Mentre, con il passare dei mesi, le armi di distruzione di massa che si credevano in mano a Saddam Hussein non saltavano fuori, la liberazione del popolo iracheno era diventata la speranza che giustificava tutti i rischi e i pericoli dell’occupazione. Le fotografie che ritraevano degli idioti americani sogghignanti che si godevano l’umiliazione e il terrore dei loro prigionieri, nello stesso carcere dove i torturatori di Saddam per anni avevano commesso i loro crimini peggiori, si sono rivelate un colpo che ha polverizzato l’intera logica morale della guerra. Se uno dei perni della guerra al terrore è una lotta mediatica per persuadere le élite arabe a sostenere o per lo meno a non ostacolare la democratizzazione dell’Iraq, assieme a un altro tipo di lotta volta a impedire che giovani scontenti e disoccupati vadano a ingrossare le fila dei terroristi, le fotografie devastanti dei detenuti iracheni che hanno subito umiliazioni e abusi sessuali da parte dei soldati statunitensi nella prigione di Abu Ghraib hanno segnato una repentina inversione del destino. La storia ci insegna che, se mai è successo, sono poche le democrazie mature che sono state sconfitte dal terrorismo. Gli inglesi nell’Irlanda del Nord, gli spagnoli nei Paesi Baschi, i tedeschi contro la Baader Meinhof hanno prevalso contro le campagne di violenza. Ma le democrazie possono essere danneggiate se reagiscono in maniera eccessiva: questo succede, per esempio, quando la polizia uccide degli innocenti o quando una legislazione draconiana limita inutilmente le libertà civili. Abu Ghraib ha rivelato quanto è difficile vincere una guerra contro una rivolta interna sostenuta da un popolo occupato. Come i francesi hanno dovuto affrontare la sollevazione dell’Algeria coloniale o gli inglesi i Mau Mau nel Kenya coloniale, gli Stati Uniti si trovano di fronte a un’insurrezione in Iraq che è insignificante in termini militari ma devastante nella sua capacità di indebolire la volontà dell’occupante. In una guerra asimmetrica in cui una parte possiede tutti i vantaggi militari, la parte debole può vincere inducendo la parte forte ad azioni che le fanno perdere la propria superiorità morale, indebolendo la sua fiducia in se stessa. Dopo aver perso quotidianamente soldati a causa di marchingegni esplosivi tanto amatoriali quanto letali e aver visto svanire il sostegno iracheno all’occupazione, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e i suoi comandanti sapevano di dover incrementare l’affidabilità dell’intelligence e al tempo stesso incutere timore in quegli iracheni che avrebbero potuto avere la tentazione di unirsi alla rivolta. Dai vertici arrivarono ordini di incrementare il numero dei detenuti a Abu Ghraib e di "ammorbidirli" con una serie di tecniche che comprendevano esplicitamente l’uso dei cani, della privazione del sonno e dell’umiliazione. "Dai vertici" significa che il semaforo verde era stato acceso dallo stesso presidente George W. Bush, anche se non erano stati dati ordini espliciti. Già nel 2002, sappiamo ora, il presidente aveva approvato un’ordinanza segreta che stabiliva che gli Stati Uniti non sarebbero stati vincolati dalle Convenzioni di Ginevra nel trattare i prigionieri di Guantanamo. La tesi delle autorità del Pentagono secondo la quale Abu Ghraib è stato il lavoro di "qualche mela marcia" è una finzione opportunistica. Il percorso, scoperto dagli investigatori militari e da due commissioni del riesame, è sufficientemente chiaro: i fatti di Abu Ghraib, così come l’uccisione di due detenuti nella base aerea di Bagram in Afghanistan, sono scaturiti direttamente dalla decisione presidenziale di rompere con la lunga tradizione americana di osservanza delle leggi umanitarie internazionali. Ci si è anche dimenticati di una realtà che riguarda i soldati moderni: hanno tutti macchine fotografiche digitali e accesso a Internet. La guerra al terrorismo è una guerra mediatica. I terroristi che hanno decapitato il reporter del ‟Wall Street Journal” Daniel Pearl in Pakistan e quelli responsabili della decapitazione di professionisti stranieri che lavoravano in Iraq hanno mostrato di avere una visione più acuta del potere delle immagini digitali rispetto ai loro avversari americani. Semplicemente, il Pentagono non aveva mai considerato la possibilità che il suo piccolo, sgradevole segreto sarebbe stato rivelato al mondo dai suoi stessi soldati. È stato Joseph M. Darby, membro dell’unità della Guardia Nazionale che si è resa responsabile degli abusi fotografati, a decidere di far scivolare un cd contenente le fotografie sotto la porta dei suoi superiori. Da quel momento il segreto era destinato a diffondersi nel mondo intero. Per un ottimista, Abu Ghraib porta con sé un messaggio di pace. La verità viene sempre a galla. Il fatto che la storia è stata rivelata da un comune soldato fa pensare che le riserve di dignità elementare nell’esercito statunitense non siano esaurite. Per un pessimista, tuttavia, o comunque per chiunque voglia aiutare gli iracheni ad avviarsi verso la democrazia, lo scenario è tetro. Come tutte le occupazioni coloniali che l’hanno preceduta, l’occupazione americana dell’Iraq è costretta da una rivolta brutale a perseguire una politica di brutalità che tradisce l’onore dell’esercito e contraddice la logica morale che ha condotto inizialmente alla guerra. Chiunque abbia reagito con orrore alle immagini di Abu Ghraib vuole credere che sia stata tracciata una linea, che siano state prese delle misure e che il peggio sia ormai stato superato. Nel contesto sempre più oscuro della sicurezza in Iraq, possiamo solo sperare che questa non si riveli un’illusione.
Distribuito da ‟The New York Times Syndacate”
Traduzione di Nicoletta Boero
Michael Ignatieff

Michael Ignatieff

Michael Ignatieff (1947), storico e politico canadese, è Carr Professor of Human Rights Practice e direttore del Carr Center of Human Rights Policy presso l’Università di Harvard. In italiano sono stati tradotti: Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese 1750-1850 (Mondadori, 1982) e Isaiah Berlin: ironia e libertà (Carocci, 2000). Non tradotto è invece il suo libro più famoso: The Warriors Honor. Ethnic War and the Modern Conscience (1998), sulla guerra nei Balcani. Con Feltrinelli è uscito Una ragionevole apologia dei diritti umani (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>