Il management del futuro? Cercatelo tra i mediatori culturali. Nelle imprese, nelle professioni, negli ospedali, nelle banche, nella pubblica amministrazione locale e internazionale, nelle scuole, nelle carceri, nei tribunali, in polizia, nelle associazioni, nei consultori familiari, nei centri di accoglienza. I giovani lo sanno e si precipitano a iscriversi ai vari corsi, universitari e no, che preparano una figura professionale nuova e dunque ancora dal profilo incerto. Pochi lo sanno, ma alla Statale di Milano, per esempio, si tiene da tre anni un corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale istituito dalla facoltà di Lettere e dalla facoltà di Scienze politiche. E ora parte il biennio di specializzazione. Si parla di "iscrizioni sconvolgenti". Nel 2001 si prevedevano 400 studenti, ne sono arrivati il triplo. L’anno dopo quasi cinquecento in più. E al terzo anno è stato imposto un numero chiuso. Ora quasi tutte le università italiane si sono dotate, in varie forme, di corsi che hanno a che fare con la mediazione. Da Palermo a Verona. Di che cosa si tratta? Ognuno dice la sua, ma è una figura professionale che già esiste in molti Paesi europei e che è ormai consolidata, per esempio, in Francia, al cui modello molti italiani si ispirano. "Il mediatore linguistico-culturale - recita un documento della Statale di Milano - intende rispondere ad esigenze ormai presenti tanto in ambiti istituzionali come in quelli delle imprese e delle professioni, ormai sempre più proiettati nella dimensione transnazionale. Lo sviluppo delle attività produttive, la cooperazione internazionale in campo sociale, la forte immigrazione, con il conseguente radicarsi di comunità straniere nelle grandi e medie città, rendono oggi indispensabile una figura che possa fungere da collegamento e tramite fra realtà linguistiche, culturali e professionali diverse, ma che si trovano ad interagire quotidianamente". La globalizzazione, le grandi migrazioni, la cosiddetta società multiculturale impongono l’esistenza di una nuova professione-ponte che non si limiti alla traduzione linguistica. Non basta conoscere le lingue. Bisogna conoscere le mentalità, i codici di comportamento e le psicologie degli stranieri per poter comunicare senza malintesi. Ecco il punto. Lo spiega bene Alessandro Portera, che a Verona dirige un master di Gestione interculturale dei conflitti: "Personalmente preferisco parlare di mediazione interculturale, in quanto le culture non sono entità statiche ma dinamiche che non si lasciano circoscrivere entro confini nazionali. Il mediatore parte da alcune conoscenze specifiche, individua i punti critici nel contatto tra culture e tenendo conto delle differenze gestisce gli eventuali conflitti e le potenzialità di crescita". Le tecniche utilizzate possono provenire dalla psicologia e dalla pedagogia. Il coaching (un termine preso in prestito dal linguaggio sportivo) offre consulenza a manager e politici a tutti i livelli. Un esempio: "Aiutare a comprendere la comunicazione non verbale degli altri popoli è importantissimo: valutare la prossimità o la distanza rispetto a un interlocutore di un’altra cultura, sapere se un asiatico va guardato negli occhi, se la mancanza di puntualità corrisponde sempre a una mancanza di rispetto o di interesse. Sono tutti elementi che variano molto da cultura a cultura e che possono produrre equivoci irreparabili". Altri esempi? "In Giappone molte persone non conoscono il concetto dell’io e per questo evitano il contatto visivo: un occidentale potrebbe interpretarlo come una mancanza di apprezzamento della persona, invece non è così. Nel Nord Europa, in una conversazione il tuo interlocutore lascerà una lunga pausa dopo che hai finito di parlare: è una questione di rispetto e non certo di disinteresse o di passività. Viceversa, uno svedese potrebbe interpretare come aggressivo un meridionale che prende subito la parola". Ci sono poi molti ambiti da tener presenti: giuridico, economico, religioso, medico-sanitario, eccetera. Ora resta da dare uno statuto certo a una professionalità sempre più richiesta e sempre più ambìta dai giovani. Cosa già ampiamente realizzata in molti altri Paesi. "Da noi - dice l’antropologo Silvio Marconi - non c’è ancora nessuna definizione del mediatore culturale sul piano giuridico. Persino gli animatori culturali o per l’infanzia sono privi di una regolamentazione, mentre in Francia si richiedono corsi biennali di training ed esami con commissioni ministeriali. Dunque, c’è una gran confusione: spesso il mediatore viene confuso con il traduttore o l’interprete". Le cose si complicano quando hai a che fare con gruppi di immigrati di varia provenienza. In molti casi la preparazione universitaria non basta. "Il mediatore, certo, - continua Marconi - deve avere competenze nelle lingue straniere, ma soprattutto deve essere in grado, specie nel settore dell’immigrazione, di mediare tra la cultura del Paese d’accoglienza e le realtà dei Paesi di partenza. E poi c’è da distinguere: non tutti gli indiani hanno la stessa cultura, una parte è musulmana, una parte indù...". Marconi ricorda un caso specifico: "Poche sere fa in un consultorio della Magliana c’erano donne egiziane con problemi di contraccezione e di gestione dei figli. In un caso simile sarebbe assurdo affidare la mediazione a una donna colombiana che non conosce nulla di cultura araba o musulmana, né delle abitudini sanitarie in Egitto. A Roma ci sono Asl che devono gestire immigrati di sessanta o settanta nazionalità diverse e si richiedono delle figure professionali di mediatori che abbiano competenze molto complesse. Ci sono poi situazione più semplici: a Torino, nel quartiere di San Salvario, si trovano in genere comunità di quattro provenienze, ma i più sono maghrebini. All’Esquilino di Roma si trovano per lo più gruppi cinesi, del Bangladesh e del Pakistan". Quanto più c’è frammentazione sociale, tanto più è difficile il lavoro del mediatore. Difficile, ma non impossibile, secondo Marconi: "Sarebbe utile formare persone che già siano percepite come figure di riferimento per la comunità, sia per anzianità di presenza nel gruppo sia per autorevolezza. Insomma, persone su cui ci sia una fiducia condivisa: chi gestisce un negozio del posto o un ritrovo telefonico o un centro di raccolta per gli invii di denaro, eccetera. Del resto, i punti di riferimento degli italiani all’estero erano il pizzaiolo del quartiere, il parroco, il sindacalista, il medico". Si tratta di personalità formate più sul campo e sull’esperienza individuale che in università, a quanto pare. "Il rischio è che nelle università la mediazione culturale diventi un fiore all’occhiello, una dimostrazione di buona volontà e basta. Spesso le iniziative più interessanti si devono a gruppi di operatori privati, come l’Istituto San Gallicano di Roma, specializzato nel lavoro con gli immigrati". Ma non possono spaventare i costi sociali indispensabili per avviare a livello nazionale una formazione tanto complessa? Risposta: "Bisogna chiedersi piuttosto quali costi sociali dobbiamo affrontare se rinunciamo alla mediazione. Finora la gestione degli immigrati è stata vista come una questione di sicurezza con investimenti finalizzati al contenimento dell’afflusso e della microcriminalità. Tutte queste problematiche si potrebbero risolvere con meno costi attraverso la mediazione culturale: si pensi al carico di extracomunitari finiti in carcere perché non hanno saputo godere dei benefici di pene alternative; si pensi alle degenze prolungate in ospedale dovute al fatto che i medici non riescono a capire i sintomi degli stranieri. Sarebbero tutti risparmi da reinvestire nella mediazione". La sinologa Alessandra Lavagnino coordina i corsi milanesi della Statale. Parla di "saperi nuovi" e della capacità di muoversi in campi lavorativi molto estesi. Per questo, il curriculum di studi prevede anche conoscenze giuridiche, economiche e sociali. "Lo studente deve uscire sapendo leggere un bilancio aziendale cinese, un giornale giapponese, sapendo interpretare i comportamenti, sapendo gestire relazioni con imprese russe eccetera. L’afflusso straordinario di studenti è dovuto al fatto che insegniamo le lingue e le culture in maniera diversa, orientandole sull’interazione con gli altri e sulle esigenze della contemporaneità". Per questo, il mediatore culturale è il vero manager del futuro.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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