Gli Ias/Ifrs (International accounting standards/International financial reporting standards), che dal 2005 verranno applicati ai bilanci di società quotate, banche e assicurazioni europee al posto dei principi contabili nazionali, dividono gli addetti ai lavori tra quanti li ritengono pericolosi, perché accantonerebbero l’imperativo della prudenza in base al quale, per esempio, si registrano le perdite potenziali ma non gli utili attesi, e quanti, invece, li considerano più trasparenti, perché ancorano i rendiconti alla realtà del momento. Al di là delle dispute filosofiche, gli Ias potrebbero rendere più confrontabili i bilanci europei che oggi obbediscono a una direttiva Ue declinata diversamente in ogni Stato. Ma la maggior coerenza contabile pone problemi nuovi. In particolare nelle banche, che hanno già inviato alla Banca d’Italia la simulazione dell’effetto degli Ias sui loro conti. Gli Ias impongono che alcune voci dello stato patrimoniale, come i crediti, siano valutate con maggior severità e altre, come i derivati e i titoli di trading, siano rappresentate al fair value, il valore equo al quale un’attività può essere scambiata o una passività estinta. Secondo Merrill Lynch, gli Ias possono esaltare l’utile: applicandoli ai bilanci 2003, Capitalia passerebbe da 31 a 302 milioni, Bnl da 141 a 345, UniCredito da 1.960 a 2.328, Sanpaolo Imi da 972 a 1.135 e Intesa da 1.214 a 1.595. Ma si tratta di un effetto una tantum, causato dal cambio dei criteri. Già l’impatto degli Ias sul Tier 1, il principale parametro di solidità patrimoniale, è assai meno univoco: se Intesa, Sanpaolo Imi e UniCredito si attestano a 7,5 con modeste variazioni al rialzo o al ribasso, Capitalia scenderebbe da 6,9 a 6,3 e Bnl da 6,2 a 5,4, e cioè sotto la soglia minima del 6. Non a caso Bnl, prevedendo di dover svalutare crediti per almeno 850 milioni, ha varato un aumento di capitale di 1,2 miliardi e ha rivalutato gli immobili. E Capitalia, che stima in 1,1 miliardi l’impatto negativo degli Ias calcolando anche la svalutazione del prestito convertendo Fiat, ha già rivalutato per 320 milioni gli immobili (pagandoci le tasse) e prevede un effetto negativo finale, dopo le imposte, di 640 milioni. Più in generale, per far fronte agli Ias, circolano due ipotesi senza una chiara paternità, e tuttavia all’esame della Vigilanza. La prima consiste in un’ulteriore rivalutazione degli immobili dopo quella realizzata anni fa. Le attuali quotazioni del mattone creerebbero riserve cartacee importanti quanto incerte per il rischio speculativo che, secondo alcuni, vi sarebbe implicito. La seconda ipotesi è la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia detenute dalle banche. Un’operazione che sembra, in verità, assai arbitraria per almeno quattro ragioni: 1) dal 1936 a oggi, la banca centrale è stata valutata in modo assai diverso dai suoi soci: si va dai 160 mila euro del Monte dei Paschi ai 4.136 milioni della Bnl; 2) le quote non sono mai state negoziate e comunque, secondo lo statuto, potrebbero esserlo solo tra i soci, previo il consenso del Consiglio Superiore; 3) il loro rendimento è pari al 10% del capitale (30 milioni di vecchie lire) maggiorabile fino al 4% delle riserve, e cioè fino a 380 milioni di euro, maggiorazione concessa finora in misura assai modesta; 4) le quote formano una compagine sociale da modificare, perché lo statuto prevede che il capitale sia detenuto per la maggioranza assoluta da enti pubblici mentre oggi, dopo le privatizzazioni, lo è solo per il 5% dell’Inps. Volendo comunque proporlo, quale mai potrebbe essere il fair value di titoli che non si possono vendere e non rendono quasi nulla? Meglio sarebbe se le banche bisognose chiedessero denari ai soci. Ma i denari, quelli veri, bisogna meritarseli.
Consulenza tecnica di Miraquota
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>