In hawaiiano, Laupahoehoe significa "piede di lava". Migliaia di anni fa, la lava colò lungo un ripido vallone sul costone del possente Mauna Kea e creò un anfiteatro piatto tra le altissime scogliere della costa Hamakua sulla riva orientale dell'isola di Hawaii. Laupahoehoe Point divenne un centro cerimoniale importantissimo per i nativi hawaiiani e soprattutto il solo attracco per canoe lungo 80 km di costa. Nel primo `900 piantagioni di zucchero s'inerpicarono sui fianchi del Mauna Kea e la scuola locale fu costruita proprio là, sul Point: un angolo idilliaco sotto le palme, a solo una trentina di metri dalla spiaggia. Ma la mattina del primo aprile 1946, in seguito a un forte terremoto nelle isole Aleutine, uno colossale tsunami colpì senza preavviso la costa Hamakua. I bambini stavano giusto entrando nella scuola Laupahoehoe quando all'improvviso l'oceano si ritirò mettendo a nudo barriera corallina e fondo marino. Strabiliati, scolari e maestri corsero verso la spiaggia. Allora il mare ritornò come un muro d'acqua alto 10 metri. I bambini gridarono e corsero verso gli edifici scolastici. 24 non ce la fecero. Furono inghiottiti dal mare e persi per sempre.
Nel 50esimo anniversario della tragedia - a quell'epoca io vivevo a Laupahoehoe - mi unii a centinaia di vicini per una commemorazione proprio al Point. Furono innalzate tende perché gli anziani potessero far rivivere quel terribile giorno ai bambini del paese. Gli studenti registrarono le testimonianze. Uno dei sopravvissuti, Leonie Kawaihona Laeha, ricordò che "l'onda si abbatteva altissima sopra le palme da cocco. Tutti i bambini che erano stati alla spiaggia correvano sulla strada e nel parco". Accanto, Yasu Gusukuma - che allora aveva 16 anni - raccontava che "l'acqua veniva da tutte le parti e ribolliva al centro. I cottages roteavano impazziti sulla cresta dell'onda, la tribuna crollava e lei correva su per la collina il più veloce possibile".
Altri ricordavano come alcuni bambini fossero uccisi all'istante dal tsunami che li sbatteva contro gli scogli e li scagliava contro le palme. Ma più di una dozzina furono risucchiativi vivi nelle acque infestate dagli squali. "Qualche ragazzo, attaccato con le corde, cercò di andare a ripescare i bambini che galleggiavano, ma erano troppo lontani".
Prima del cader della notte i soccorritori riuscirono a salvare due bambini aggrappati a un tronco di luhala e un insegnante che era riuscito a raggiungere un canotto di gomma lanciato dagli aerei della Marina. Altri tre bambini furono salvati il mattino dopo, ma altri, che pure erano stati avvistati su canotti lungo la costa, non furono mai trovati.
Cinquanta anni dopo, la tragedia era ancora straziante. Dopo una mattinata di raccoglimento e testimonianze, tutto si riunirono nel centro civico per un festino di maiale luau (con crema di cocco, su foglie di taro, n.d.t.), riso e poi (radici di taro ripassate, tritate e fermentate). Un po' di vecchi curiosavano tra le rovine, ormai coperte di rampicanti, dei bagni dei bambini distrutti nel 1946: i piccoli cessetti arrugginiti facevano venire il magone.
Nel pomeriggio tutta Laupahoehoe, preceduta dalla banda scolastica, camminò in corteo verso il modesto monumento di lava con incisi i nomi dei bimbi morti e dei loro giovani maestri. Il coro cantò un commovente inno in hawaiiano, seguito da preghiere ecumeniche di cattolici, buddisti e mormoni. La preside, Jane Uyehara, ricordò che il Point, "questo luogo bello, speciale, era una grazia di dio per i morti". Molti di noi piangemmo, mentre le onde scrosciavano intorno a noi.
Ora dalla Somalia a Sumatra, vi sono centinaia, migliaia di Laupahoehoe, ognuno con il suo locale racconto di terrore, morte ed eroismo. Un arcipelago di orrore e angoscia si stende per tutto l'Oceano indiano. Tra 50 anni gli occhi si inumidiranno ancora in memoria del 26 dicembre 2004.
Quali lezioni si possono imparare da tali catastrofi? La Grande Isola di Hawaii, che subì un altro tragico tsunami nel 1960, è ora protetta da un avanzatissimo sistema di allarme preventivo. Ci sono sirene sulle spiagge, impressionanti nuovi frangiflutti e alcune aree residenziali vicino al livello del mare non sono mai state ricostruite. I vulcani e le zone di subduzione che circondano il bacino Pacifico fanno sì che tsunami letali si ripetano ogni generazione circa.
Ma anche onde gigantesche che avanzano a velocità di aerei a reazione ci mettono ore ad attraversare l'oceano. Domenica scorsa, in migliaia avrebbero potuto essere salvati da una semplice telefonata o da un messaggio radio accompagnato da un'organizzazione locale di emergenza. I paesi ricchi, e quelli poveri, devono assumersi la responsabilità di mettere in piedi un sistema realmente globale di allarme costiero preventivo e di protezione geofisica. Poiché la maggioranza dell'umanità vive ormai in regioni costiere, un tale sistema è un priorità assoluta, ovvia e ineludibile.
Nello stesso tempo, gli tsunami letali sono eventi relativamente rari nell'Oceano Indiano. Le inondazioni costiere e l'innalzamento del livello del mare costituiscono invece un pericolo mortale per decine di milioni. Nessun paese di grandi dimensioni è più a rischio del Bangladesh quanto a impatto del riscaldamento globale - specie la combinazione d'innalzamento del livello del mare e di uragani sempre più frequenti e potenti. Le inondazioni lasciano regolarmente dietro di sé decine di migliaia di morti e diffondono epidemie come il colera.
Miliardi di dollari sono spesi per salvare dall'inondazione i tesori di Venezia, ma milioni di vite sono ugualmente a rischio immediato nel Golfo del Bengala. Allo stesso modo, le onde che lo scorso fine settimana hanno spazzato le Maldive e le Andamane costituiscono un terrificante richiamo che tutte le nazioni isolane stanno affondando. I paesi industriali, le cui auto e industrie inquinanti hanno cambiato il clima del mondo, devono sopportare l'onere di aiutare a proteggere i poveri abitanti dei villaggi costieri dalle acque che incombono.
Mike Davis

Mike Davis

Mike Davis (1946) è teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Molto conosciuto per le sue prese di posizione politiche, ha al suo attivo numerosi libri. Insegna alla University of California. Tra le sue opere più apprezzate: Città di quarzo (manifestolibri, 1991); Geografie della paura (Feltrinelli, 1999); I latinos alla conquista degli Usa (Feltrinelli, 2001); Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli, 2002); Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli, 2002); Cronache dallImpero (manifestolibri, 2004); Il pianeta degli Slum (Feltrinelli, 2006).

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