L’elemento vincente delle elezioni? "Il fatto che l’astensionismo dei fondamentalisti islamici legati a Hamas sia dovuto più alla loro paura di aver perso consensi, che non a una vera preclusione ideologica diffusa tra i palestinesi". E quello perdente? "La mancanza di un autentico e vivo dibattito politico. La campagna elettorale non ha visto crescere partiti, personalità o idee nuove. Non è stata interessante. Mahmoud Abbas non ha veri rivali, insomma è mancata la competizione". È come sempre lucida e disincantata l’analisi di Ghassan Khatib. Ministro del Lavoro nel gabinetto uscente, ex direttore di uno dei più prestigiosi centri di studi sociali a Gerusalemme Est, da sempre legato alle correnti laiche dell’Olp, Khatib è un moderato per cultura e forma mentis. Ma non manca di coraggio intellettuale, soprattutto quello di criticare i dirigenti politici del suo stesso campo e quelle che definisce "le evidenti debolezze di Hamas". E non si lascia impressionare dalle condanne al voto che giungono dai portavoce dell’Islam fondamentalista. A Beirut e Damasco i falchi di Hamas e Jihad islamica invitano pubblicamente i palestinesi all’astensione. Qui, ad Amman, Saud Abu Mahfouz, uno dei massimi dirigenti del Fronte di Azione Islamico (controlla 17 seggi sui 110 complessivi al Parlamento), ci ha dichiarato che le elezioni di Cisgiordania e Gaza rappresentano "un tradimento", perché "riguardano solo 4 milioni di palestinesi ed escludono invece gli altri 6 dispersi nella diaspora". Dura la risposta di Khatib. "Negli ultimi tempi, specie dopo la morte di Arafat, tutti i sondaggi tra i palestinesi nei territori occupati hanno dimostrato che Hamas e i radicali legati al fronte del rifiuto stanno perdendo popolarità. La mia impressione è che i loro dirigenti si siano appellati all’astensione per evitare lo smacco di scoprirsi molto meno forti di quanto pensassero. Oltretutto hanno un grave problema di dirigenza politica, dopo che gli israeliani hanno assassinato negli ultimi mesi alcuni tra i loro leader principali, a partire da Ahmed Yassin", osserva per telefono da Ramallah. Ma non nasconde di essersi "annoiato" durante la campagna elettorale: "Il risultato è praticamente scontato. Non c’è eccitazione". L’unico dubbio è il tasso di partecipazione al voto: quasi il 90 per cento degli aventi diritto come nel gennaio 1996, oppure il 70 per cento, come prevede lui? Eppure si tratta di un appuntamento importante, un modello per tutto il Medio Oriente. Khatib non ha dubbi: "Questo voto dimostra che i palestinesi sono un popolo che crede nella democrazia. Votammo nel gennaio 1996. Solo un mese prima gli israeliani avevano completato la fase intermedia del loro ritiro, così come era stato convenuto dagli accordi di Oslo. E noi già ci recavamo alle urne. Adesso è la stessa cosa. Arafat è morto solo da poche settimane. E la popolazione viene subito chiamata per designare il successore". Il prossimo gabinetto però si troverà di fronte a compiti difficili: il rilancio dell’economia in regioni dove il tasso di disoccupazione tocca livelli astronomici, conservare l’unità del Fatah (la corrente maggioritaria dell’Olp) e rilanciare il processo di pace. "Ma qui entriamo in un terreno difficile. Dovremo prima di tutto vedere quanto Sharon sarà pronto a mantenere le promesse".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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