Riaprire le scuole è un gesto di ottimismo. Il governo di Sri Lanka ha deciso di compierlo: ieri sono terminate le vacanze invernali e le scuole hanno riaperto in tutto il paese. Solo che lungo le coste meridionali, orinentali e settentrionali del paese molte scuole sono state danneggiate, altre non ci sono più, e altre ancora - quelle risparmiate dall'onda di maremoto del 26 dicembre - sono diventate il riparo per centinaia di migliaia di sfollati: il governo ha annunciato che li trasferità al più presto in veri e propri campi, tendopoli organizzate, ma il trasferimento è appena agli inizi. Anche dove le scuole sono agibili, spesso sono ancora ingombre di fango e detriti. Così ieri a Galle, una delle città più colpite sulla costa meridionale, scolari e genitori ieri scherzavano: "La lezione di oggi: come ripulire dopo uno tsunami". Poi verrà il momento dell'appello, e allora i bambini sapranno quanti dei loro compagni sono stati portati via dal mare. Anche a Banda Aceh, in Indonesia, molti abitanti sono tornati e cominciano a ripulire il possibile, mascherine sul viso e pantaloni arrotolati. La città, capoluogo della provincia di Aceh, Sumatra settentrionale, è lontana dal tornare ala normalità: qui siamo vicini all'epicentro del terremoto sottomarino del 26 dicembre, e la distruzione è doppia, quella del terremoto e quella dello tsunami. È ad Aceh che vanno contati quasi tutti i 104mila morti dichiarati dall'Indonesia. Centomila morti su una popolazione totale di 4 milioni: una catastrofe.

Un aeroporto intasato.
Per questo gran parte dell'attenzione e degli aiuti internazionali ora si dirigono a Aceh. L'aereoporto della capitale è diventato trafficatissimo. Ieri i voli di soccorso sono stati sospesi per qualche ora, dopo che un elicottero Seahawk della marina Usa si è schiantato al suolo nei pressi dell'aereoporto (non ci sono vittime, ma le 10 persone a bordo sono rimaste ferite). I voli sono poi ripresi, ma il corridoio aereo che porta a Aceh è intasato: così ieri un convoglio di aiuti è partito via terra - dalla capitale indonesiana Jakarta è un viaggio lungo, 2.500 chilometri attraverso tutta Sumatra, ma del resto anche l'emergenza durerà a lungo.
Solo ieri in effetti i soccorritori sono arrivati a valutare i danni sofferti dalla zona a sud di Meulaboh, la cittadina più vicina all'epicentro. Sembra paradossale: dalle macerie ancora affiorano corpi, villaggi remoti sono ancora isolati, e però ovunque possibile si vedono persone intente a ripulire negozi e abitazioni dove sono in piedi, e a riorganizzare qualche parvenza di normalità. Altro paradosso: attorno a Banda Aceh migliaia di persone sono riparate in campi di fortuna, ma i proprietari di case non danneggiate ora le affittano a prezzi carissimi alle centinaia di soccorritori che sono arrivati nella piccola provincia. Il ministro per il welfare Alwi Shihab, responsabile della ricostruzione a Aceh, ha ordinato che entro due settimane il capoluogo provinciale sia ripulito da corpi e macerie. I corpi: fino a sabato ne erano stati sepolti 48mila, più 2.200 domenica. Significa che circa altrettanti restano ancora da trovare.
Ieri una nave cargo in navigazione nell'oceano Indiano ha annunciato di aver tratto a bordo un naufrago, una persone sopravvissuta allo tsunami. E' il terzo caso simile. Ma ormai queste notizie assomigliano a improbabili miracoli. Più che a salvare vite tra le macerie, e oltre a seppellire i cadaveri, i soccorsi puntano ormai ad aiutare i sopravvissuti a ricostruire. Anche a Aceh, come altrove, ormai il problema non è tanto portare derrate (ne sono arrivate, con i ponti aerei di questi giorni: tonnellate di cibo, medicine, tende, acqua) quanto distribuirle, fornire acqua potabile, riorganizzare servizi sanitari.
Ieri i militari hanno rafforzato la sicurezza a Banda Aceh, dopo un episodio poco chiaro - una sparatoria nei pressi di un ufficio delle Nazioni unite. Segno di alta tensione, in una provincia che prima dello tsunami viveva sotto un regime di "emergenza civile", molto simile di fatto alla legge marziale, e dove l'esercito era intento a schiacciare una ribellione separatista armata (quella del Gam , "Movimento Aceh libera": ma in trent'anni il conflitto la represisone ha preso di mira spesso la popolazione civile, con uccisioni extragiudiziarie, tortura, villaggi rasi al suolo). A Aceh non c'è cessate-il-fuoco tra le due parti (una tregua era venuta meno all'inizio del 2004) e non ci sono mediatori internazionali sul terreno (come a Sri Lanka). E i gesti conciliatori compiuti dopo l'immane catastrofe del 26 dicembre sembrano già vanificati da accuse reciproche e episodi di scontri.

Arrivano gli islamisti.
Ieri il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono ha chiesto a sei nazioni di aiutare a trovare una soluzione pacifica nel conflitto - anche se il governo continua a dichiarare che Aceh è una questione interna e non un problema internazionale.
Intanto però si profila un altro problema. E' l'arrivo a Aceh di militanti di alcune organizzazioni islamiche oltranziste, fondamentaliste nelle loro interpretazioni religiose e ultranazionaliste nella loro azione politica: il Majlis Mojaheddin Indonesia (Mmi) che consorzia diversi partitini estremisti, il Fpi ("Difensori dell'islam") che dopo la caduta di Suharto ha suscitato scontri intercomunitari andando a bruciare rivendite di liquori e bordelli, o il Lashkar Mojaheddin che aveva mandato giovani armati a fomentare il conflitto nelle Molucche. Si capisce perché abbia protestato contro il loro arrivo il Gam, che pure è un movimento ispirato all'islam: qui in gioco non è la religione ma una guerra sporca.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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