Loro sono sopravvissuti allo tsunami, e ora molti in India si chiedono come hanno fatto: le popolazioni indigene delle isole Andamane e Nicobare devono avere la capacità di leggere i segnali di allarme lanciati dalla natura, dice il direttore dell'Anthropological Survey of India Raghavendra Rao. "Queste tribu vivono in vicinanza con la natura ed è noto che fanno attenzione a segnali come il mutare delle grida lanciate dagli uccelli o il comportamento degli animali terrestri e marini", dice Rao (in un'intervista all'Interpress Service). C'è una sfumatura di romanticismo in affermazioni simili - c'è anche un sospetto di paternalismo verso i "popoli primitivi a contatto con la natura". Resta però il fatto: le cinque tribu native e quasi completamente isolate che abitano le Nicobare e Andamane sono uscite illese dalla catastrofe naturale che ha spazzato l'oceano Indiano il 26 dicembre - mentre la sesta tribu, quella dei Nicobaresi, più assimilata, ha subìto gravi perdite umane. Così leggiamo in un comunicato di Survival International, organizzazione mondiale di sostegno ai popoli tribali. Andamane e Nicobare, appartenenti all'India, sono gruppi di isole nella parte più orientale del golfo del Bengala, tra Rangoon (Birmania) e l'isola di Sumatra (Indonesia), dunque molto vicine all'epicentro del terremoto. Sono zone ad accesso ristretto: dopo lo tsunami le autorità indiane hanno permesso a giornalisti e organizzazioni internazionali di andare nel capoluogo delle Andamane Port Blair e a Car Nicobar (per la prima volta da parecchi anni), ma non di muoversi sul territorio per portare aiuti alla popolazione colpita. Certo deve contare il fatto che quelle isole ospitano diverse installazioni di difesa e dal 2001 anche un centro di ascolto elettronico e un comando congiunto di esercito, marina, aviazione e guardia costiera.
Come che sia, Survival international riassume così la situazione degli abitanti originari di quelle isole. Nelle Andamane centrali e meridionali sono rimasti del tutto illesi gli Jarawa: quando l'onda ha colpito i 270 individui di questa minuscola tribu si trovavano con ogni probabilità nella foresta, verso l'interno. Salvi anche gli ultimi 100 Onge delle Piccole Andamane, che si sono rifugiati sulle collinette delle loro isole quando hanno visto l'acqua del mare ritirarsi. Prima dello tsunami gli Onge vivevano in due insediamenti governativi, in cui sono stati sedentarizzati un secolo fa ("a prezzo di un drammatico calo demografico, l'85%", fa notare Survival international). Sia Jarawa che Onge hanno avuto qualche contatto con la popolazione arrivata dall'India nel corso dell'ultimo secolo. Non così gli indigeni dell'isola di Sentinel. Notizie sul loro conto vengono dalla guardia costiera indiana: quando hanno sorvolato l'isola con elicotteri a bassa quota sono stati salutati da lanci di freccie con l'arco. Il direttore generale della guardia costiera, viceammiraglio A. K. Singh, ha dichiarato all'Interpress di interpretare il gesto di ostilità come un segno di buona salute. Survival fa notare che in realtà nessuno ha mai contato i Sentinelesi, che potrebbero essere tra 50 e 250 persone (l'istituto antropologico indiano pensa che siano forse l'ultimo grupo umano rimasto isolato dal resto del mondo dal Paleolitico). Ci sono poi i 380 Shompen, la tribu che abita l'isola Grande Nicobar: è da presumere che siano vivi perché come gli Jarawa sono una popolazione di cacciatori-raccoglitori, dunque vivono più nella foresta che sulla costa. Jarawa, Onge, Sentinelesi e Grande Andamanesi sono popolazioni probabilmente arrivate dall'Africa circa 60mila anni fa, e cono cacciatori nomadi della foresta.
I Nicobaresi, al contrario, sono coltivatori. Sono il gruppo più numeroso tra gli abitanti indigeni dei due arcipelaghi - circa 30mila persone secondo Survival; circa 20mila secondo l'Anthropological Survey of India - e anche il più assimilato, in gran parte convertiti al cristianesimo. Abitano l'isola di Car Nicobar, avevano 12 grandi villaggi: tutti sono stati travolti dalle acque, e i morti sono numerosi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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