Che la tensione stia via via crescendo con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale del 30 gennaio lo si nota già sulla strada che dall’aeroporto porta al centro della capitale. L’asfalto è puntellato di crateri provocati dalle bombe, quasi non passa giorno senza che se aggiungano di nuovi. Rari veicoli schizzano via veloci, come a cercare di dribblare il pericolo. Ma, se transita una pattuglia americana, il traffico civile si paralizza. Tutti cercano di restare il più lontano possibile dai mezzi militari irti di mitragliatrici con il colpo in canna. La strada è una giungla. Certi taxisti sono arrivati a chiedere sino a 5.000 dollari per i 10 chilometri dall’aeroporto agli alberghi lungo il Tigri. Nelle ultime 24 ore non sono mancati gli attentati. L’altra notte quello più grave. Un gruppo di uomini armati ha assassinato lo sceicco Mahmud Finjan, leader della comunità sciita della cittadina di Salman Pak, venti chilometri a sud di Bagdad. Con lui hanno perso la vita il figlio e quattro guardie del corpo, stavano tutti rientrando dalla moschea dopo la preghiera serale. Altre sette persone sono rimaste uccise, ed altre 13 ferite, nell’esplosione di un’autobomba davanti ad una moschea sciita nella regione di Khan Beni Saad, a nord di Baghdad. Finjan era candidato nella lista sostenuta dal massimo leader spirituale sciita del Paese, il grande ayatollah Alì al-Sistani. E di recente si era proposto come entusiasta attivista del processo politico, rilanciando nelle moschee l’appello ai fedeli di recarsi alle urne. Assieme a al-Sistani, aveva ripetuto che il voto costituisce un "dovere religioso". Al-Sistani sostiene i 228 candidati dell’"Alleanza Unita Irachena", coalizione di 16 gruppi che comprende i più importanti partiti sciiti. Il loro è un ragionamento di semplice aritmetica: dato che la popolazione sciita rappresenta oltre il 60% degli iracheni, una sua massiccia andata alle urne le garantirà finalmente il controllo del Paese. La guerriglia sunnita risponde con il ferro e il fuoco. Non cessano gli attacchi contro gli stranieri Ieri mattina un imprenditore edile turco, Abdulkadir Tanrikulu, è stato sequestrato di fronte all’Hotel Bakhan a Bagdad. I rapitori (sembra 10) hanno aperto il fuoco sul minibus con la scorta, uccidendo 6 persone. Un manager del petrolio egiziano è stato invece rapito a Kirkuk. Non stupiscono i tentativi americani di ridurre le aspettative. "Il numero dei votanti in se stesso non ha alcun significato. Si guardi ai risultati e al governo che ne nascerà", ha dichiarato al Washington Post un alto responsabile dell’amministrazione Bush. La prova? "Basti guardare le elezioni americane, dove il numero dei votanti è limitato, ma nessuno mette in dubbio la legittimità del risultato". "Non saranno elezioni perfette. Sarà la prima volta che gli iracheni possono scegliere il loro leader. E comunque ne nascerà un governo di transizione e sarà solo uno dei tre appuntamenti elettorali previsto nell’arco del 2005", ha aggiunto il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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