Le scuole hanno riaperto ieri, nella provincia indonesiana di Aceh: un mese esatto dopo il terremoto e la gigantesca onda di tsunami che ha seminato morte e distruzione in almeno 12 nazioni affacciate sull'oceano Indiano. È importante che i bambini tornino a qualche parvenza di vita normale, dicono operatori umanitari e direttori scolastici: li aiuterà a superare il trauma. E però le cronache di ieri a Aceh descrivono scuole ancora disastrate, banchi circondati di fango e momenti di desolazione: all'appello, in certi distretti meno di metà degli scolari hanno risposto. Gli altri non ci sono più. Riaprire le scuole è gesto di ottimismo: il fatto è che a Aceh, la zona più vicina all'epicentro del terremoto del 26 dicembre, l'esercito sta ancora raccogliendo i corpi delle vittime. Martedì le autorità indonesiane hanno rivisto il loro bilancio: finora circa 100mila corpi sono stati recuperati e sepolti ma altri130mila sono dispersi: e un mese dopo il disastro, "dispersi" significa morti i cui cadaveri non sono ancora stati trovati. Così ora si parla di 230 vittime in Indonesia, circa 40mila in Sri Lanka, 8.500 in Thailandia, 16mila in India (comprese le Andamane e Nicobare), 150 in Somalia, un centinaio nelle Maldive, 59 in Birmania (cifra ufficiale), 68 in Malaysia. In totale, lo tsunami che ha attraversato l'oceano Indiano ha ucciso tra 270 e 300mila persone, e forse una cifra più precisa non ci sarà mai.
Un mese dopo, il bilancio delle vittime è più una questione di contabilità che di recupero dei corpi. È cominciato invece un lungo lavoro di ricostruzione, da Aceh a Sri Lanka o l'India. Sgombrare macerie, ripulire, riaprire negozi e altre attività è la cosa più urgente per le comunità locali, e per governi e organizzazioni umanitarie internazionali. A Aceh, che porta il bilancio più pesante, solo due giorni fa il ministro indonesiano del welfare Alvi Shihab ha detto che si può considerare conclusa la fase della "prima emergenza". Gli ha fatto eco Bo Asplund, il coordinatore delle Nazioni unite per l'intervento umanitario a Banda Aceh: "Ormai non ci preoccupiamo tanto di trovare persone nel bisogno di cibo, acqua o medicine. Ci preoccupiamo di mettere i bambini a scuola, di ristabilire mezzi di sopravvivenza, e di impedire lo scoppio di malattie", ha dichiarato ieri alla Reuter. Mentre i reporter descrivono una città divisa: la parte non colpita vive come sempre, con negozi aperti fino a tardi e folla per le strade; poi c'è una città fantasma di macerie, in cui centinaia o migliaia di uomini lavorano con camion e bulldozer in una gigantesca operazione di ripulitura.
Il coordinatore dell'Onu a Aceh aggiunge che la sfida ora è il passaggio dalla gestione militare dei soccorsi a una gestione civile. I soccorsi qui sono in effetti arrivati per lo più in divisa, cosa che ha urtato diverse sensibilità nazionali, e il governo indonesiano ha fissato al 26 marzo il termine ultimo della presenza di militari stranieri. Asplund fa notare che con il lento ristabilire di strade e attracchi ci sarà meno bisogno di elicotteri per trasportare i soccorsi. I marines Usa hanno cominciato a ridurre la loro presenza - ma i giapponesi sono appena arrivati, sono al lavoro solo da ieri: e questo rimanda a una "geopolitica" dei soccorsi che andrà osservata con cura.
L'altra sfida politica portata dallo tsunami è la ripresa di un dialogo tra il governo indonesiano e i ribelli del Gam, "Movimento Aceh libera": colloqui si terranno questo fine settimana a Helsinki con la mediazione del governo della Finlandia: ieri è partita una delegazione del governo di Jakarta che comprende almeno tre ministri. Un precedente round di negoziati (e una tregua) era fallito nel maggio del 2003, e da allora Aceh ha vissuto in stato di guerra interna e legge marziale (o "emergenza civile"). E pochi sono disposti a scommettere che la catastrofe naturale riporti la pace.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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