Il terremoto sottomarino del 26 dicembre, con l'onda di tsunami che ha devastato l'oceano Indiano e ucciso forse 300 mila persone, ha rivelato una "mappa" dell'Asia in gran parte sconosciuta alle nostre latitudini. Dall'Indonesia fino alla Somalia, almeno dodici nazioni sono state colpite. Alcune di queste sono note ai più come destinazione di vacanze esotiche di massa - le isole Maldive, o la zona della Thailandia meridionale intorno a Pukhet, o le coste meridionali dello Sri Lanka. Altre erano confuse nella generica immagine del "paese povero" - come le coste del Tamil Nadu, in India - o affondato nell'anarchia, come la Somalia. Altri nomi erano per lo più ignoti: quanti avevano sentito nominare Aceh, la provincia settentrionale di Sumatra, Indonesia? Sono comparsi nomi che evocano tutt'al più la geografia del liceo - come le isole Andamane e Nicobare. O nomi che evocano solo il silenzio: come la Birmania, grande paese affacciato sul golfo del Bengala, una volta ricco, vivace e colto ma da un paio di decenni governato da giunte militari che sono riuscite a farlo scomparire dal flusso di informazione mondiale. Al punto che perfino in occasione dello tsunami la Birmania resta il paese di cui sappiamo meno, salvo il bilancio ufficiale di 59 morti.
Lo tsunami ha fatto dunque emergere un'altra mappa. Per cominciare, ha riportato nell'informazione mondiale due conflitti taciuti o dimenticati, quelli di Sri Lanka e a Aceh, Indonesia - due casi di vecchie ingiustizie e discriminazione su base etnica sfociati in guerre sanguinose. Ha mostrato paesi presunti poveri che rifiutano i soccorsi internazionali (l'India, che anzi ha mandato soccorsi ai vicini, o la Thailandia che declina gentilmente gli aiuti giapponesi). Ha mobilitato eserciti in funzione umanitaria e scatenato una gara di solidarietà mondiale senza precedenti (almeno a stare alle promesse): ma anche qui è visibile una mappa di interessi strategici.

Tigri e tigrotti
In Sri Lanka tutti erano convinti che questo gennaio sarebbe ripreso il conflitto tra l'esercito governativo e le "Tigri per la liberazione della patria tamil", il movimento armato della minoranza etnica tamil che combatte da vent'anni contro un potere centrale che rappresenta la maggioranza cingalese: il conflitto ha fatto decine di migliaia di morti in questo paese di 20 milioni di abitanti.
Le premesse per la pace ci sono. Nel febbraio 2002 l'esercito e le Tigri avevano firmato una tregua e avviato un negoziato politico con la mediazione della Norvegia. Le Tigri hanno rinunciato a rivendicare uno stato indipendente, il governo ha accettato la condivisione del potere. I due anni di pace sul terreno avevano fatto rivivere speranze, sono riprese le comunicazioni tra le zone tamil del nord e il resto del paese, centinaia di migliaia di sfollati di guerra avevano cominciato a ripensare una vita normale, il turismo era in ripresa. Ma poi il governo ha respinto la proposta di autonomia avanzata dalle Tigri - senza sostanziali contropartite, accusano queste, che nell'aprile 2003 si sono ritirate dai negoziati.
Poi è arrivato lo tsunami, che ha travolto tre quarti delle coste di Sri Lanka, nel sud cingalese come nell'est misto e nel nord tamil. Il disastro ha costretto le due parti a cooperare sul campo per garantire i soccorsi, anche se le accuse e la sfiducia reciproca non sono mai venute meno: aggravate dalla decisione del governo di mandare l'esercito a gestire i campi di sfollati dello stunami - scuole, templi o tendopoli in cui sono raccolti i senza tetto, un milione di persone. Le Tigri rivendicano il diritto a gestire aiuti e ricostruzione, nelle zone tamil, attraverso la sua organizzazione di welfare (il Tamil Rehabilitation Office, Tro), e a ricevere direttamente aiuti internazionali. La tensione è aumentata, anche se sul campo resta una certa cooperazione di fatto. Giorni fa una missione del governo norvegese è giunta in Sri Lanka con la speranza di indurre il governo e le Tigri a riprendere il processo di pace: in fondo, nessuno ora potrebbe permettersi di riprendere la guerra.
Anche a Aceh molti sperano che lo tsunami indurrà il governo e i ribelli a riprendere il dialogo. Un tentativo ha luogo questo fine settimana nella capitale finlandese Helsinki, sponsorizzato dal Crisis Management Initiative, organizzazione presieduta dall'ex presidente Martti Ahtisaari. Sarà il primo incontro faccia a faccia tra rappresentanti del governo indonesiano e dei ribelli del Movimento Aceh Libera (Gam) dal maggio 2003, quando si era interrotto un precedente negoziato. Il tentativo sembra serio: Jakarta ha inviato una delegazione guidata dal ministro della giustizia con il ministro della sicurezza, quello dell'informazione, e un ex capo militare a Aceh. La delegazione del Gam viene dalla Svezia, dove risiedono i fondatori in esilio.
Ad Aceh, provincia di 4 milioni di persone (in una nazione di 210 milioni), le cose sono però molto più complicate che in Sri Lanka. Naufragati i negoziati politici, nel maggio 2003, l'esercito indonesiano aveva lanciato un'operazione militare imponente nella piccola provincia ricca di importanti giacimenti di gas naturale, con 30mila uomini (si stima che il Gam conti 5.000 uomini armati). Da allora Aceh ha vissuto un anno sotto legge marziale e poi sotto "emergenza civile", che è circa la stessa cosa: le forze armate hanno poteri speciali tra cui perquisire e detenere, far rispettare il coprifuoco, controllare la stampa.
Ora l'isolamento è rotto. Dopo lo tsunami centinaia di giornalisti stranieri sono arrivati a Aceh per raccontare l'emergenza umanitaria: da oltre due anni nessuno aveva potuto mettervi piede. Sono arrivati 1,700 soldati stranieri (Usa, Singapore, Australia, Francia, ora anche Giappone) e 2.500 soccorritori internazionali di organizzazioni dell'Onu e non governative. Certo, il governo indonesiano ha fretta che le truppe straniere se ne vadano (entro il 26 marzo); sembra che a fare pressione per questo siano da un lato le forze armate indonesiane che vogliono riprendere il controllo sul campo, dall'altro settori nazionalisti. Entrano nel quadro le frange islamiche più estreme, dalla retorica antioccidentale e l'azione violenta, spesso usate per condurre "guerre sporche" nelle zone di conflitto del paese: anche loro sono calate a Aceh, sigle come Fronte dei Difensori dell'Islam e Laskar Mujahiddin.
Dopo il terremoto il Gam e l'esercito hanno concordato una tregua informale, e a Helsinki il Gam chiederà che sia formalizzata. Una tregua fragile, già rotta di fatto: ci sono notizie di operazioni antiguerriglia condotte dall'esercito nelle zone disastrate. Sul piano politico, le posizioni sono lontane: il Gam continua a rivendicare uno stato indipendente, Jakarta ha concesso l'autonomia amministrativa ma non ha mai allentato la presenza militare e la repressione. A tutto danno della fragile società civile acehnese: appelli per la pace in questi giorni sono rimbalzati dagli editoriali del Jakarta Post come dal Sira, il coordinamento civile per un referendum a Aceh.

"Una splendida opportunità"
La prima gaffe della neosegretaria di stato Usa.: lo tsunami in Asia, ha detto Condoleeza Rice parlando al Senato americano, "è stata una splendida opportunità per mostrare la generosità degli Stati uniti" e "ci ha portato grandi frutti". La signora Rice ha detto in modo arrogante e poco diplomatico ciò che devono aver pensato molte potenze grandi e piccole. Gli Stati uniti hanno visto nello tsunami l'occasione per mostrare un volto generoso e umanitario, tanto più in una regione del mondo dove la guerra in Iraq ha suscitato grande opposizione. Certo, c'è stata la miseria iniziale, quando Washington ha offerto 5 milioni di dollari, poi 15, poi 30, infine 350 milioni (poco più di un giorno di occupazione in Iraq). E' stato un passo falso anche la proposta di formare un "core group" per i soccorsi, un nucleo duro guidato da Washington con Australia, India e Giappone: solo in un secondo tempo, di fronte all'evidente malumore di molte potenze asiatiche, hanno accettato di restituire all'Onu il ruolo di coordinamento dei soccorsi.
Per l'India, la catastrofe del 26 dicembre è stata l'occasione per smarcarsi dall'immagine di paese povero proseguire la sua politica di potenza regionale: ha inviato immediati soccorsi a Sri Lanka, compresi 23 milioni di dollari e le navi da guerra (che sono arrivate prima di quelle Usa, tanto per mettere in chiaro la sua rivendicazione di influenza sull'area). L'India si pone come partner indispensabile in Asia - e il retropensiero evidente è la rivendicazione di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Anche la Cina, che ha offerto 63 milioni di dollari, vede l'occasione per riaffermare un suo ruolo di potenza asiatica (finora espresso soprattutto sul piano economico).
Anche il Giappone ha deciso di approfittare dello tsunami per affermare un suo ruolo di leader in Asia. Ha messo 500 milioni di dollari in aiuti, più di quanto offerto dagli Stati uniti e un quarto di quanto chiesto dall'Onu (anche il Giappone ha mire sul Consiglio di sicurezza). Soprattutto, ha organizzato la sua più grande mobilitazione militare all'estero dal 1945, con un migliaio di soldati, 5 elicotteri, un paio di aerei cargo e tre navi da guerra. Si prefigura così il ruolo di "aiuto e salvataggio" all'estero che dovrebbe diventare il ruolo primario dell'esercito giapponese, secondo le riforme in discussione a Tokyo. En passant, l'intervento umanitario vuole riequilibrare l'immagine di un Giappone allineato a Washington con l'intervento in Iraq, che ha suscitato forti opposizioni interne. Soprattutto, Tokyo conduce così il suo scontro di potere regionale con la Cina - le relazioni tra i due paesi non sono mai state tanto fredde, dopo la visita del premier giapponese Koizumi al santuario Yasukuni, dove sono onorati criminali di guerra: un'evocazione della peggior storia imperiale. Altroché gara di generosità...
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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