Prima lo sdegno. Peggio della Enron, si disse. Poi le inchieste giudiziarie con i magistrati che venivano invitati dal ministro dell’Economia al convegno dell’Aspen per parlare della malafinanza. Quindi le richieste miliardarie di risarcimento dei danni e le revocatorie a carico delle banche a opera del commissario del governo. Infine, i banchieri alla sbarra in un Parlamento che mette all’ordine del giorno nientemeno che la riforma della Banca d’Italia e della Consob quale premessa per una miglior tutela del risparmio tradito. Lo scandalo Parmalat avrebbe dovuto offrire la spinta, se non alla palingenesi, almeno alla modernizzazione del capitalismo italiano. A partire dalla Parmalat stessa. E invece, proprio a Collecchio, si rischia di tornare al passato. La nuova Parmalat ha adottato uno statuto, un codice di condotta, uno di autodisciplina e uno di comportamento in materia di insider dealing: un complesso di norme che ha lo scopo primario di evitare, e comunque gestire in modo trasparente, i conflitti d’interesse facendo prevalere, nel pieno rispetto delle leggi, l’interesse della compagine azionaria nel suo complesso su quello dei singoli soci. Non a caso il consiglio di amministrazione e i suoi comitati vengono dotati di penetranti poteri di controllo. E affinché questi poteri possano essere esercitati con efficacia, lo statuto stabilisce che la maggioranza del consiglio (6 amministratori su 11) sia formata da indipendenti. Nella vecchia Parmalat l’azionista di maggioranza si comportava come se fosse il padrone arrogandosi perfino il diritto di violare la legge: una pretesa, va ricordato, che tanti altri imprenditori-padroni certo non coltivano. Lo statuto della nuova Parmalat, tuttora guidata dal commissario Enrico Bondi, intende scongiurare la formazione, in prima battuta, di posizioni azionarie dominanti. Per presentare una lista basterà l’1% del capitale posseduto in proprio o messo assieme tramite accordi tra soci. E non solo: la lista vincente avrà diritto al massimo a 9 consiglieri e comunque vi sarà una ripartizione proporzionale dei seggi che, alla fine, dovrà sempre esprimere una maggioranza assoluta di consiglieri indipendenti. Quando la Consob darà via libera al prospetto informativo connesso al concordato con i creditori, l’azionariato della nuova Parmalat cambierà e al posto della Fondazione, che oggi detiene l’intero capitale, subentreranno gli attuali creditori: banche, detentori di obbligazioni e fornitori. Bondi avrebbe voluto escludere, fino alla sentenza, quanti devono rispondere in sede penale ad accuse relative allo scandalo Parmalat. Ma il Tribunale civile di Parma ha ammesso gli esclusi al passivo. La decisione del giudice si fonda sulla presunzione d’innocenza. Ma anche le ragioni di Bondi erano buone. Anzi, ottime. E lo si è visto subito. La Bank of America, dalla quale Parmalat esige un risarcimento pari a 10 miliardi di euro e che è sotto processo a Milano, ha già dichiarato ai giornali che, non appena i creditori diventeranno azionisti, dovranno nominare un board che si dedichi alla gestione più che alle cause. L’altra grande banca americana, Citigroup, anch’essa oggetto di una richiesta di 10 miliardi, informalmente aggiunge che la nuova Parmalat non dovrebbe essere quotata in Borsa fino a quando avrà tutti quei contenziosi. Si tratta di mozioni di sfiducia verso il professionista scelto dal governo italiano per rimediare a un crac la cui responsabilità sembra difficile possa ricadere tutta sulle spalle di Calisto Tanzi e dei suoi più stretti collaboratori. Secondo alcune stime, Bank of America dovrebbe avere il 3,14% della nuova Parmalat e Citigroup il 2,7: sarebbero il secondo e il terzo azionista dopo Capitalia alla quale andrebbe il 5,1%. Queste banche americane, specialmente se riuscissero a collegarsi alle altre banche-azioniste in contenzioso, potrebbero esercitare una certa influenza nell’assemblea Parmalat che definirà il dopo Bondi. Ed è evidente che, al di là delle chiacchiere sulla preminenza delle operations sulle litigations, evitare risarcimenti e processi è più importante dei modesti dividendi che potranno arrivare dall’Emilia. Alle mosse delle banche americane ha reagito lo studio legale Bingham McCutchen, che rappresenta 110 investitori istituzionali ed hedge fund pieni di bond Parmalat e incoraggia indagini e azioni legali. Alcuni fondi di investimento, che vantano crediti per 1,1 miliardi, hanno scritto al ministro Marzano, che aveva nominato Bondi, di non rinviare la quotazione. La governance della nuova Parmalat è stata studiata per evitare che azionisti in conflitto d’interessi impongano la loro volontà. Ma l’assemblea resta sovrana. E l’assemblea può sempre avviare la controriforma di statuti e codici e cambiare l’atteggiamento della nuova Parmalat verso la magistratura e le controparti. Certo, la stampa terrà informata l’opinione pubblica e la Borsa giudicherà il titolo. Ma ora le banche italiane, alle quali non mancherà la moral suasion della Banca d’Italia, devono scegliere se prepararsi a sostenere, da azioniste, l’eredità di Bondi o se, invece, lasciare a un pugno di avvocati di New York la difesa delle regole a Collecchio.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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