Uno dei primi a captare il sogno romantico di creare qualcosa di enorme fu Heinrich Füssli, in un disegno dove si vede un uomo affranto in mezzo ai resti di un colosso smembrato. Un dito o un piede della statua distrutta bastano a sovrastare il meschino, che piega la testa appoggiandola contro la mano, sconfortato dalla propria inadeguatezza. Titolo: "L’artista moderno disperato di fronte alla grandezza dei monumenti antichi". "Sai che cos’è un monumento? Conosci le Piramidi?": così Adoniram, protagonista di un bellissimo racconto di Gérard de Nerval, Storia della Regina del Mattino e di Solimano Principe dei Geni, e di un’opera lirica di Charles Gounod, esclama rivolto all’allievo Benoni. Auguste Bartholdi conosceva le piramidi, viste a 22 anni, durante un periplo in Oriente. Non solo, ma, assiduo frequentatore di Logge, senza dubbio era al corrente della leggenda di Adoniram, il capomastro del tempio di Gerusalemme, mitico fondatore della Massoneria. Da questa doppia influenza nacque, nel ragionevolissimo borghese che Bartholdi rimase per tutta la vita, il sogno di diventare maestro di Colossi. Aveva il genio della "location". Quando, nel 1855, aveva visitato l’Egitto, era in corso lo scavo del canale e Bartholdi immaginò una statua smisurata che avrebbe brandito un faro davanti a Suez. Titolo: "L’Egitto che illumina il mondo". Bellissima idea! Ma la realizzazione andò incontro a ogni sorta di difficoltà. Sarebbero stati necessari sedici anni perché quel sogno trovasse una nuova collocazione, questa volta definitiva. Nel 1871, entrando per la prima volta nella rada di New York, Bartholdi vide un isolotto, Bedloe, occupato da un forte, e subito capì che lì doveva essere eretto il suo "Egitto" - che naturalmente, con una graziosa metamorfosi che oggi potrebbe far sognare il presidente Bush, non sarebbe stato più l’Egitto, ma la Libertà. "Qui sorgerà la mia statua" scrisse Bartholdi; "qui, dove agli uomini appare il Nuovo mondo; qui, da dove la Libertà getta i suoi raggi a illuminare due mondi". A 100 anni dalla morte di Bartholdi si è aperta a Parigi, al Musée des Arts et Métiers, la mostra fotografica "I costruttori della Libertà"; e un’altra mostra, organizzata dal Museo Bartholdi di Colmar, è aperta a Belfort. Come nel disegno di Füssli, anche nelle fotografie della mostra parigina vediamo piccoli uomini accanto a un mano o a una testa gigantesche. Tutto l’effetto è basato sulla sproporzione. Vista nell’ambiente per cui è stata creata, la Statua della libertà acquista una sorta di naturalezza: è un soprammobile a misura non di salotto, ma di continente. Vista per frammenti e in un atelier parigino, rivela la sua natura onirica. È un sogno e, come tutti i sogni, comporta una chiave di lettura che ha a che fare con l’intimità del sognatore. Chi, visitando il Museo Bartholdi di Colmar, osserva il ritratto di Charlotte Bartholdi - Beysser, la madre di Auguste, e lo compara con un primo piano dell’icona collocata sull’isola di Bedloe, non può dubitare che si tratti dello stesso viso. La Libertà - questa "francese a New York" - ha i lineamenti severi e angolosi di un borghese alsaziana dell’800. Le sproporzioni danno luogo a un surrealismo facile ma non privo di un risvolto inquietante. Vengono in mente Cary Grant ed Eve Marie Saint che, in Intrigo internazionale di Hitchcock, si calano giù dalle ripide teste dei presidenti degli Stati Uniti scolpite da J. Gutzon Borglum nelle rocce del monte Rushmore, in Dakota. Creare colossi espone gli uomini a soffrire di vertigini e risucchi. Il progetto di erigere la "sua" statua assorbì una buona parte della vita di Bartholdi; dopo la morte, ne assorbì il nome. Tutti oggi sanno cos’è la Statua della libertà (presto riprodotta come souvenir in milioni di esemplari, attraverso un’operazione di merchandising che avrebbe spinto gli anglosassoni a coniare, dal nome dell’atelier parigino dov’era stata realizzata, il termine "gadget"); non molti ricordano chi ne fu l’autore. Eppure Bartholdi fu un grande artista popolare, il Verdi della scultura dell’Ottocento. Viaggiando in Francia si incappa continuamente nelle sue statue. Le opere da citare sarebbero molte decine, ma basti ricordare l’impetuoso "Vercingetorige" di Clermont-Ferrand, il "Rouget de l’Isle che canta la Marsigliese" a Lons-le-Saunier o un dettaglio del monumento alle Guardie nazionali del 1870 nel cimitero di Colmar: il braccio che si tende fuori da una tomba a metà scoperchiata per afferrare una spada. E soprattutto il leone in granito rosa dei Vosgi appoggiato alla collina che domina Belfort. L’animale vigila, rivolto in direzione della Germania. È l’emblema dell’antica inimicizia tra due popoli oggi amici: il francese e il tedesco. Questo deperimento simbolico non toglie nulla al più bel leone che sia mai stato scolpito, oltre che il più grande (11 metri per 22). Aggiunge anzi, in chi guarda, la sfumatura di un sorriso - quel sorriso con cui il tempo ricopre, come con una cipria, le passioni degli uomini - e anche l’ingenuo ed eroico desiderio di creare cose enormi, davanti alle quali i posteri si fermano, allibiti.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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