Si sono fatti vivi presto i rapitori di Giuliana Sgrena. Ieri mattina alle otto e mezza (le sei e mezza in Italia), circa 19 ore dopo il sequestro dell’inviata de il manifesto all’uscita dell’Università di Bagdad, con una telefonata a Barbara Schiavulli, la compagna di camera della giornalista qui all’hotel Palestine. "Mi sono spaventata. Ho visto sul display il numero del portatile di Giuliana, lo stesso che si era acceso incidentalmente al momento del rapimento. Ma non ha parlato nessuno, ho sentito solo musica araba per qualche secondo. Poi il silenzio. Ho richiamato. Ma l’apparecchio era stato chiuso e lo è rimasto tutto il giorno", raccontava in serata la Schiavulli. Poco. Ma almeno un contatto. E forse un’indicazione. I rapitori probabilmente cercano un canale di comunicazione. Certo, sarebbe stato meglio non dire nulla. L’intelligence italiana avrebbe potuto mettere l’apparecchio sotto osservazione con la massima discrezione. Potrebbe aiutare l’appello lanciato ieri da un membro del Consiglio degli Ulema (uno dei massimi organismi religiosi sunniti), lo sceicco Ahmad Abdul Ghaffar Samarrai. "Questa giornalista non è una nemica. È venuta in Iraq per scrivere degli americani e delle sofferenze della nostra gente a Falluja sotto occupazione americana. Potrebbe essere presto in un posto sicuro", ha detto. In ogni caso, la macchina dell’operazione recupero è ben oliata. C’è l’esperienza maturata tra aprile e giugno 2004, al tempo del rapimento delle quattro guardie del corpo italiane e dell’assassinio di uno di loro, Fabrizio Quattrocchi. Poi in settembre con quello di Simona Torretta e Simona Pari. Da allora qui staziona un nutrito gruppo di agenti divisi tra la vecchia sede dell’ambasciata e quella nuova all’interno della green zone, dove sono i diplomatici americani e gli uffici del governo iracheno. E da Roma stanno arrivando rinforzi, sembra situati in una palazzina per le unità di crisi all’interno della grande base Usa a Camp Victory, presso l’aeroporto internazionale della capitale. Solo ieri verso sera, dopo un lungo interrogatorio, hanno rilasciato i due testimoni più importanti del rapimento: l’autista Mohammad e il traduttore Wael. Per gli inquirenti valgono le considerazioni ormai consuete. "Le prime ore dopo il rapimento sono le più delicate. L’ostaggio è particolarmente spaventato, stressato. Anche i rapitori potrebbero commettere sciocchezze, specie se hanno poca esperienza in merito. Ma in questa fase, se si tratta di criminali comuni, è anche più facile trattare. Basta trovare il mediatore giusto. Occorre però evitare che l’ostaggio possa venire venduto a gruppi più politici e meno interessati a liberarlo", confida una fonte diplomatica occidentale. L’intelligence italiana ha contatti diretti con le altre che operano in Iraq. Con quella francese prima tra tutte, che persegue strategie simili per cercare di ottenere informazioni su Florence Aubenas, la reporter di Libération rapita il 5 gennaio. Conoscono bene il campo. Hanno lavorato ben 4 mesi per liberare in dicembre altri due giornalisti francesi che erano stati sequestrati il 20 agosto a sud di Bagdad. Gli 007 italiani lavorano anche spalla a spalla i comandi Usa. Ma con riserva. Si teme infatti che la propensione americana a ricorrere facilmente ai blitz militari possa mettere in pericolo la vita di Giuliana. Ieri il capo delle guardie dell’università dove è avvenuto il rapimento ha ribadito che la macchina de il manifesto è stata bloccata a una quindicina di metri dalla porta di uscita. Racconta: "L’autista ha fatto marcia indietro, ma si è scontrato con un’altra vettura che lo seguiva. Lui e l’interprete sono fuggiti verso di noi gridando che era in corso un rapimento. Tre nostre guardie hanno aperto il fuoco mirando alto, sopra le teste dei rapitori. Questi hanno gridato che erano muchawam, guerriglieri della resistenza. Allora nessuno ha più sparato. L’italiana era scesa dall’auto, accucciandosi vicino alla portiera posteriore. Loro l’hanno spinta dentro e sono fuggiti". E perché le guardie hanno smesso di sparare? "Prendono 75 dollari al mese, chi è pronto a morire per una cifra del genere?".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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