Fare informazione "presuppone assumersi dei rischi", ci dice Ignacio Gil, vicedirettore del quotidiano spagnolo ‟El Mundo”. L'abbiamo raggiunto al telefono a Madrid per ragionare proprio di questi rischi - in particolare, i rischi dell'informazione in zone di guerra. ‟El Mundo”, fondato nel 1989 da Pedro J. Ramirez (che continua a dirigerlo), si è fatto un nome con le inchieste sugli scandali degli ultimi anni del governo di Felipe Gonzales negli anni `80, e tiene molto alla sua immagine di giornalismo investigativo e di denuncia. "Anche scontrarsi con il potere politico o economico è uno dei rischi del fare informazione: ne sappiamo qualcosa", ci dice Gil. È un giornale schierato, ‟El Mundo”, certo non vicino alla sinistra. Ma ora ragioniamo di un altro genere di rischio. Stiamo parlando del fare informazione in situazioni di conflitto, dove giornali anche tanto diversi affrontano le medesime scelte: andare, e fin dove? "Mandare reporters in zone di conflitto, o di catastrofi, è un rischio che abbiamo sempre corso", ci dice Gil. "Il nostro è un giornale che vuole raccontare i fatti di prima mano. Abbiamo sempre avuto inviati nelle guerre. E abbiamo perso due colleghi e amici". Già: Julio Fuentes, ucciso in Afghanistan nell'agguato in cui perse la vita Maria Rosaria Cutuli nel dicembre 2001, e Julio Anguita, l'inviato al seguito delle truppe americane ucciso alle porte di Baghdad nell'aprile 2003, colpito da un razzo forse iracheno. "Senza contare un commentatore ucciso nel Paese Basco dall'Eta", aggiunge.
Il punto è: come mettere sulla bilancia il rischio e la necessità di raccontare di prima mano? "Quando si tratta di una missione pericolosa, come è l'Iraq oggi, la prima domanda che poniamo ai nostri giornalisti è se sono disposti a farlo: questa è la prima cosa, e devo dire che il nostro inviato a Baghdad, Javier Espinosa, era convintissimo di partire - anzi lo chiedeva. L'altra cosa è avere persone attrezzate alla situazione, che conoscono il terreno e le precauzioni da adottare. Espinoza è persona di grande esperienza, è stato sequestrato dai ribelli in Sierra Leone e se l'è cavata, vive a Gerusalemme, conosce bene l'Iraq: sappiamo che è preparato e sa come muoversi con serenità. Confidiamo nella sua esperienza".
Con tutte le precauzioni però, a Baghdad nessuno è mai al sicuro... "Certo, al momento della verità anche il reporter più esperto è una persona sola contro il rischio. Le uniche protezioni sono la prodenza e il saper fare - ma poi c'è la malasorte, quella che è toccata a Anguita... Spero che la vostra Giuliana torni presto".
La nostra compagna Giuliana conosceva bene i rischi: e però ha scritto di recente, in un pezzo che abbiamo voluto ripubblicare ieri, che "il rischio va corso, per far conoscere una realtà che altrimenti finirebbe solo nei bollettini di guerra o nei pamphlet di propaganda. sempre di guerra". Ignacio Gil sottoscrive: "Mi identifico totalmente nelle parole di Giuliana - anzi, mi mandi quell'articolo? E voglio esprimervi la completa solidarietà del direttore, mia, e di tutti noi. Sappiamo il valore della solidarietà, stiamo affrontando gli stessi rischi".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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