Per quasi 40 giorni sono sopravvissuti mangiando cinghiali selvatici e noci di cocco persi nella giungla di Great Nicobar, la principale isola dell'arcipelago delle Nicobare, nella parte orientale del golfo del Bengala. Infine, solo ieri si sono imbattuti in una squadra di soccorritori della polizia indiana. Sono gli ultimissimi sopravvissuti dello tsunami, un gruppo di 5 uomini, una donna e tre ragazze che la mattina del 26 dicembre erano riusciti a fuggire su una collina. Poi si erano messi in marcia verso l'interno, perdendosi nella giungla. Sono Nicobaresi, uno dei sei gruppi etnici nativi che popolano le Nicobare e le vicine Andamane - isole appartenenti all'India, benché molto più vicine alla Birmania. I Nicobaresi sono il gruppo più numeroso tra gli abitanti indigeni dell'arcipelago (tra 20 e 30mila persone, prima dello tsunami), e anche il più "assimilato" ( vedi Terraterra del 13 gennaio ). E' anche il gruppo più colpito dallo tsunami - abitava grandi villaggi per lo più vicini alla costa, spazzati via dall'onda di quella domenica mattina. I nove sopravvissuti hanno raccontato ai soccorritori di essersi nutriti dei frutti spontanei della foresta e di animali selvatici, e che ad aiutarli sono stati altri nativi incontrati nella foresta. Erano gente Shompen, una tribù di poco meno di 400 persone che vive nell'interno e per questo è rimasta illesa dallo tsunami (è una tribù "più primitiva", ha detto il Comandante Salil Metha della polizia indiana nel dare la notizia, tracciando una empirica gerarchia di "civiltà" tra i vari nativi dell'arcipelago). Sono gli Shompen, per tradizione cacciatori-raccoglitori, che hanno insegnato ai fuggiaschi come accendere un fuoco usando dei bastoncini e come sopravvivere di ciò che si trova nella giungla.
Qualche barca è tornata in mare, lungo le coste dell'oceano Indiano. Poche, per la verità: nei sobborghi di pescatori di Banda Aceh (Indonesia), nei villaggi della costa del Tamil Nadu (India), lungo le coste dello Sri Lanka, le cronache locali dicono che nelle ultime due settimane qualcuno è tornato a pescare. Restano però da sormontare almeno due ordini di problemi, e non da poco. La paura: per popolazioni che vivevano di pesca, il mare era amico. Un amico che a volte si arrabbia, che può scatenare tempeste pericolose, ma la forza distruttiva dello tsunami va oltre l'esperienza comune nell'oceano Indiano. In un villaggio del Tamil Nadu, un pescatore dice che quelli come lui consideravano il mare un dio, prima dello tsunami: "Lo pensiamo ancora come un dio, ma con poteri distruttivi che non conoscevamo" (lo dice al corrispondente del Christian Science Monitor , 3 febbraio). I pescatori ora guardano il mare con sospetto. Hanno la sensazione di non conoscere più le loro coste: la forza di quell'ondata ha modificato i fondali, spostato banchi di sabbia, così chi andava a occhi chiusi tra scogli e secche ora è disorientato. Anche i banchi di pesce sembrano svaniti, e sulla costa a sud di Madras, in Tamil Nadu, i pochi che si sono spinti in mare negli ultimi tempi non hanno preso molto: pescatori che facevano alcune centinaia di rupìe al giorno ora dichiarano che se solo trovassero un altro lavoro che gli dia 100 rupie (un paio di euro) ai giorno rinuncerebbero a pescare (la fonte è ancora il Csm). D'altra parte molti, nelle zone colpite, temono che tornando a pescare perderanno il diritto ai risarcimenti governativi: così solo le barche più piccole sono tornate in mare, per necessità. Stiamo parlando delle barche che si sono salvate, si intende: perché in molti casi sono andate distrutte. E questo è il secondo problema. Le zone più colpite in questo senso sono Aceh e Sri Lanka, dove sono perse rispettivamente il 70 e l'80 percento delle imbarcazioni - piccoli pescherecchi e barchette, ossatura di un'industria locale su piccola scala. Ricostruire qui singifica ricostruire le flotte. I primi passi sono lenti - ieri la Fao ha consegnato al governo di Sri Lanka attrezzature per riparare barche che andranno ai cantieri navali della costa, un primo progetto da 380mila dollari cofinanziato con la Cooperazione tedesca.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>