Che cosa rappresenta, in concreto, il divorzio di Fiat da General Motors? L’assegno di 1,55 miliardi di euro ricevuto a Torino costituisce per due terzi il premio pagato dagli americani per evitare di dover rilevare Fiat Auto e per un terzo il corrispettivo per la comproprietà dei brevetti del cambio M 20-32 e dei motori diesel multijet Sde e Jtd nonché per il 50% della fabbrica polacca degli Sde. Il premio equivale a un aumento di capitale, ma non ha le stesse motivazioni: i soci spendono per acquistare nuove azioni; Gm, invece, paga per non doverle comprare. E questo fatto la dice lunga. Comunque sia, un miliardo rappresenta pur sempre un’iniezione di denaro pari a 4 volte quella che la Giovanni Agnelli & C. ha effettuato nel 2003 al vertice della piramide societaria che sovrasta il primo gruppo industriale italiano. Ciò detto, bisogna chiedersi se bastano questi denari, che la Fiat deve all’abilità di Sergio Marchionne, a far uscire il gruppo dal guado. La risposta è difficile. I termini finanziari della questione sono abbastanza chiari. Oggi, grazie anche agli effetti stagionali e all’assegno americano, la Fiat ha in cassa 6-6,5 miliardi di euro. Entro la fine del 2006 deve rimborsare 4,5 miliardi di obbligazioni e fronteggiare una distruzione di cassa per circa un miliardo, stando alle previsioni di banche d’affari come Cheuvreux. Il frutto del divorzio, dunque, regala alla Fiat il tempo per arrivare al turn around operativo: a fine 2006, infatti, l’auto dovrebbe andare in pareggio e il gruppo generare, si stima, 300 milioni di cassa. Senza l’assegno Gm, sarebbe stato necessario un aumento di capitale in aggiunta a quello già in cantiere per la conversione in azioni Fiat del prestito convertendo di 3 miliardi che scade a settembre. I termini industriali del problema, invece, sono meno chiari. Il percorso indicato sarà perseguibile se i nuovi modelli - la nuova Punto in primis - manterranno le promesse della Fiat Auto. Nella primavera del 2006 i concessionari faranno capire di più. Ma dopo? Adesso la Fiat è sola: può rimanerlo a lungo? Togliere la Maserati dalla Ferrari per associarla all’Alfa Romeo, prima ancora di formare un "polo del lusso" che resta tutto da capire, costruire e finanziare, serve per spostare una fonte di perdite e poter così quotare la società di Maranello in Borsa consentendo alle banche di uscirne. Le alleanze per prodotto con le altre case, nei limiti posti dalle comproprietà con Gm, permetteranno risparmi. Ma sarà la capacità di investimento di Fiat a stabilire se questa strategia a geometria variabile metterà capo ad accordi tra pari o avvierà lo "spezzatino" dell’auto. Gli azionisti eccellenti - l’Ifil che ha il 30% del capitale ed è destinata a scendere al 22% tra sei mesi e le banche che arriveranno più o meno al 27% - sono convinti che Fiat troverà nella gestione risorse sufficienti, anche se non chiariscono a che cosa. D’altra parte, non sarebbero entusiasti di dover mettere ancora mano al portafoglio. Dal 1998 al 2004, l’Ifil ha bruciato quasi 2 miliardi di euro di ricchezza dell’azionariato, e solo ora, grazie anche alla ripresina del titolo, il valore delle sue attività senza Fiat pareggia la capitalizzazione, e se Fiat non avesse più Fiat Auto, starebbe ancora meglio: puntare sull’auto i 700 milioni rimasti dopo la cessione di Rinascente e Club Med, sarebbe una decisione ardua per una famiglia Agnelli giunta alla quinta generazione. Le banche, poi, avranno titoli Fiat in cambio (salato) di crediti inesigibili: aumentare questo impegno esalterebbe un rischio già assai più elevato rispetto ad altri interventi come quelli nelle autostrade o nei telefoni. Forse anche per questo sorge il dubbio se la fiducia di cui oggi gode Marchionne non sia anche l’altra faccia di una grande solitudine.
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Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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