Quattrocento anni fa Lope de Vega lamentò lo stato in cui versava la letteratura castigliana, dopo un periodo di fulgore. Dimenticò la circostanza che lui era vivo. Ne dimenticò anche un’altra: proprio in quell’anno era uscita la prima parte del Don Chisciotte (e Lope l’aveva letta). I grandi libri non sono facili da riconoscere. La loro apparizione è un fenomeno imprevedibile. Si direbbe che si divertano a sconcertare. Usano travestimenti bizzarri. A volte (come nel caso del Chisciotte, che fu un successo sin dal primo apparire) si travestono persino da bestseller. Rammaricarsi perché viviamo in un’epoca che non produce "capolavori" è imprudente. Più ragionevole è chiedersi se la nostra epoca li desideri. Io credo di no. L’idea che una certa opera, e il nome che l’accompagna, siano oggetto di amore e ammirazione quando non si parlerà più dei nostri governanti, dei campioni del pallone e delle star televisive, sembra un abuso antidemocratico. In effetti i "capolavori" sono antipatici (anche a me dà fastidio immaginare che, in una stanza di cui ignoro l’ubicazione e l’arredo, un tale stia scrivendo un "capolavoro" - e soprattutto che quel tale non sia io). Ma se non esistessero opere destinate a passare di generazione in generazione, per centinaia di anni, la letteratura non esisterebbe. Sarebbe solo un ramo del giornalismo - una sua comoda retrovia. L’idea che un libro sia longevo non affascina gli editori, che giustamente desiderano opere di pronto smercio, facili da presentare e collocare. Gli uffici stampa proclamano che tutti i libri sono "capolavori" e così alimentano un’amabile confusione. I media vi si adeguano volentieri. Il loro problema fondamentale è capire quello che la gente vuole sentirsi dire. Ma chi si lascia angustiare da problemi del genere è psicologicamente lontanissimo da "Madame la Littérature". Il vero scrittore è attento a quel che pensa lui (o meglio, a quel che la sua scrittura gli fa pensare) e non a quel che pensano o vogliono gli altri. Un gran numero di persone (specie ai livelli culturali più alti) oggi non ha più idea di cosa sia la letteratura: pensa che sia qualcosa di scritto bene, mentre è un modo di essere. A questo "modo di essere" i "professori" e i critici non sono meno estranei degli editori e dei media (fatte salve le eccezioni). La scuola invita ragazzi che non hanno letto niente a esprimere giudizi su Illuminismo e Romanticismo o altre confuse galassie. Il presupposto è che Illuminismo o Romanticismo siano i veri grandi Autori, e gli scrittori con nome e cognome i loro trascurabili eteronimi. La lettura, cioè il contatto diretto con le opere, è un sovrappiù, e comunque viene dopo. L’impegno primario è individuare certe grandi griglie storiche e filosofiche. Leggendo i giornali, si ha l’impressione che nelle nostre lettere sia attiva da tempo una scrittrice infaticabile, capace di pubblicare ogni anno migliaia di libri. Ora si firma Antonio Tabucchi e ora Edoardo Sanguineti, ora Umberto Eco e ora Gino e Michele. Ma si tratta di noms de plume. Dietro quelle maschere non ci sarebbero scrittori in carne e ossa, e neppure la moglie di Starnone, ma un unico Autore, anzi Autrice, che è la Sinistra. Sarebbe suggestivo poter rinvenire, nella sua produzione, un filo, un progetto, uno sviluppo. Purtroppo non si riesce. Ma l’esigenza di mettere un po’d’ordine nel coacervo permane. Credo che inconsapevolmente nasca da qui la distinzione, registrata da Cristina Taglietti in una sua rassegna di opinioni, tra "monocultura del bestseller" (che sarebbe uno sviamento) e letteratura vera e propria. In uno degli interventi successivi Giulio Ferroni ha cercato di chiarire in cosa quest’ultima consista. L’ha chiamata "letteratura di ricerca" (definizione che solleva il problema se cercando trovi qualcosa o no). Rispetto alla "monocultura del bestseller", la vera letteratura "mira più alto" (ma bisognerebbe capire qual è il bersaglio, per non sparare alle nuvole) e richiede "meditazione e lentezza". È dunque escluso che sgorghi in maniera impetuosa e violenta, come pure si dice che qualche volta sia accaduto. Pensosa e benintenzionata, passa il tempo in mezzo a disagi e problemi, senza un istante di spensieratezza o di grazia. Verrebbe da rincuorarla, pur nutrendo il sospetto che scriva cose mortalmente noiose. Nonostante la fama di poligrafa, la Sinistra in quanto tale è in realtà incapace di scrivere una riga. Non si può parlare di Sinistra e di Destra come se sapessero scrivere. Sono analfabete. Scrivere è un’avventura individuale, e la letteratura (grande o piccola) ha luogo quando questo carattere viene accettato e spinto al suo estremo. Oggi nessuno ha simpatia per i "capolavori", salvo per quelli imbalsamati in un canone, ma forse non è importante. Forse è già successo anche in passato e non ha mai impedito che opere destinate a durare si facessero strada, insinuandosi in qualche spiraglio o irrompendo in maniera persino sgarbata. Se davvero desideriamo dar loro un po’di spazio (cosa non indispensabile) dobbiamo rassegnarci a un’ipotesi audace: gli scrittori non sono eteronimi di chicchessia, ma esistono veramente, con i loro punti di vista e i loro problemi (che non hanno niente a che fare con quelli sia della Destra e della Sinistra, sia degli editori, dei media e dei critici), le loro particolarità irriducibili, le loro idiosincrasie.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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