L’hanno scelto perché è un religioso, ma anche un moderato. Un leader che può soddisfare le aspettative delle masse sciite, ma anche placare le inquietudini dell’Iraq laico. E soprattutto perché comunque tra dieci mesi si dovrebbe tornare a votare, questa volta per un governo di lunga durata. Ibrahim Jaafari sarà dunque un premier di transizione, ma pur sempre il premier del primo governo democraticamente eletto nella storia dell’Iraq moderno. Il suo nome è stato ieri finalmente approvato dall’alleanza sciita vincitrice delle elezioni del 30 gennaio. Una scelta che equivale a un’investitura. La lista unitaria sciita controlla infatti 140 dei 275 seggi nel prossimo parlamento. Ma, secondo le regole decise un anno fa, la nomina del premier potrà essere formalizzata solo dopo che almeno due terzi dei parlamentari (pari a 182) avranno eletto il presidente assieme a due vicepresidenti. La trojka presidenziale avrà quindi due settimane di tempo per approvare all’unanimità la nomina del premier. L’intero processo dovrebbe essere completato entro metà marzo. Jaafari, intanto, si gode il suo trionfo personale. Nato a Najaf 58 anni fa, medico di professione, sin dalla fine degli anni ‘60 fu alla testa del partito islamico Dawa, poi messo fuori legge e perseguitato da Saddam Hussein nel 1979. Fu allora che fuggì in esilio, prima a Teheran, poi a Londra. Si dice sia anche stato tra gli organizzatori di alcuni attentati suicidi contro il regime baathista negli anni ‘80, ma lui ha sempre negato. Tornato in Iraq subito dopo l’invasione americana nella primavera 2003, è stato vicepresidente del governo ad interim ed ha lavorato spalla a spalla con il governatore americano Paul Bremer sino al giugno 2004. Ora appare calmo, rassicurante, guarda al futuro. "La prima sfida da vincere sarà quella della sicurezza. Dobbiamo porre fine alla violenza", ha detto ieri sera alle tv locali. Il suo avversario più diretto negli ultimi giorni, Ahmed Chalabi, ha già assicurato la sua cooperazione per "l’unità del nostro partito e il bene nazionale". Ma le sfide che lo attendono sono gigantesche. Oltre alla lotta al terrorismo, sa bene di dover trovare un modus vivendi con i partner di governo della lista unitaria curda. Dovrà, soprattutto, circoscrivere le loro aspirazioni autonomistiche. E allo stesso tempo sarà spinto ad aprire al più presto il dialogo diretto con i sunniti, che pure si sono astenuti alle elezioni.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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