"Giuliana è una persona tranquilla, calma. Quando sono arrivati i rapitori non ha gridato, non ha cercato di fuggire. Mi sembra di ricordare che rimase assolutamente zitta". Liberato dopo 17 giorni di interrogatori in carcere, l’autista di Giuliana racconta la sua versione. Sino a ora avevamo sentito solo quella di Wael al Baiati, l’interprete. Poche ore dopo il rapimento, il 4 febbraio, venne fermato per un paio di giorni dagli agenti per accertamenti. Ieri al telefono da Amman abbiamo parlato con Mohannad al Baiati, 32 anni, proprietario dell’utilitaria che per la terza volta in un anno Giuliana aveva utilizzato per il suo lavoro a Bagdad. "Mi era costata oltre 4.500 dollari. Non ero assicurato, come del resto tutti in Iraq. Un motivo in più per smettere di fare l’autista. Certo mai più con i giornalisti stranieri", dice un’ora dopo essere uscito dal carcere.

Di cosa è stato accusato?
Dicono che non ho adempiuto al mio dovere di autista. Non capisco bene cosa intendono, certo non potevo affrontare a mani nude una banda di gente armata di pistole e mitra.

E se la trovano colpevole?
Pagherò una multa. Ma non credo. Il mio avvocato sta facendo di tutto per farmi scagionare con formula piena.

Però lei e Wael siete scappati davanti ai rapitori.
Abbiamo corso una trentina di metri per raggiungere la guardie al campus universitario e dare l’allarme. Era l’unico modo per cercare di salvare Giuliana.

Perché solo lei è stato trattenuto per 17 giorni?
Forse perché come proprietario della vettura mi ritengono più responsabile nei confronti della nostra cliente.

Nessuna accusa di collusione con i banditi?
Assolutamente no. Un’ipotesi del genere non è mai stata neppure sfiorata dai giudici e mai durante gli interrogatori.

Da quanto tempo lavorava con Giuliana?
Ero stato con lei 15 giorni in agosto. Poi per quasi tutto il mese di ottobre. Quest’ultima volta mi aveva preso verso il 20 gennaio per seguire le elezioni in Iraq.

La mattina del rapimento, quando ha saputo che dovevate andare a parlare con i profughi di Falluja nel recinto universitario?
Mi è stato detto da Wael quando già eravamo in auto con Giuliana.

Lei non sapeva che era un luogo pericoloso?
No, non più di altri. Anzi, qui ero più tranquillo. Sapevo che il recinto universitario è controllato da guardie armate.

È vero che lei e Wael a un certo punto avreste detto a Giuliana che la situazione stava facendosi pericolosa e occorreva ripartire?
No, io non ho mai detto una cosa del genere. Mentre Giuliana intervistava i profughi di Falluja la situazione mi sembrava sotto controllo. Non ho notato facce sospette o movimenti particolari. Però può essere che Wael a un certo punto abbia consigliato che per prudenza sarebbe stato meglio muoversi.

Giuliana è una giornalista italiana. Non ha mai pensato potesse costituire un pericolo, anche per lei stesso?
Lavorare con un occidentale può essere sempre pericoloso. Ma Giuliana era sempre stata contro la guerra e contro l’occupazione americana. Pensavo non costituisse un obiettivo per la guerriglia.

Ora ha paura?
Sì, magari chi ha preso Giuliana potrebbe cercare di prendere anche me. Non dormirò a casa nelle prossime settimane.

Come è stato trattato dalla polizia?
Non troppo male. Ma eravamo oltre 100 prigionieri in un grande stanzone. Difficile dormire, specie avendo nel cuore la preoccupazione per Giuliana.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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