Io non credo che la maggior parte dei politici di cui si legge sui giornali parli della realtà, e del resto non credo neppure che i giornali raccontino davvero la realtà. Se ciò fosse vero, avrebbero abbandonato molte favole, del resto prive di fascino e di umorismo, come quella che gli anni Settanta fossero solo "anni di piombo", o che Craxi andrebbe recuperato a sinistra per la sua opera di "modernizzazione". Si potrebbe riempire una pagina di quei cliché, vacuità linguistiche nate vecchie e menzognere come "azienda Italia" o "Milano da bere", come "riflusso" (gli anni ‘80) o "ritorno al privato", come "minimalismo" (in letteratura), come "riformismo" (in politica: siamo stati i primi, ormai anni fa, a decostruire questa parola, invitando a una maggiore fantasia politica). Come "flessibilità", spesso sinonimo proprio di modernizzazione, e tutto il lessico manageriale che da anni copre la sempre più estesa realtà concreta dell’alienazione umana.
Non credo che giornali e politici parlino della realtà perché allora userebbero le parole giuste per dire la verità del disorientamento delle vite dei singoli, della loro perdita di orizzonti, così come i filosofi da almeno un secolo hanno fatto fronte al nichilismo, perdita e trasmutazione dei valori di fronte alla loro inconsistenza. In altre parole, i bisogni che abbiamo dentro come esseri umani non trovano oggi nessun vero luogo di accoglienza e di ascolto nel mondo di fuori (società, istituzioni, politica), e così ci si attacca a qualcosa di già esistente, di almeno collaudato, come il naufrago che si aggrappa al primo pezzo di legno nella sua deriva. L’ossessione della famiglia, all’interno del revival delle identità, come valore giuridico da parte degli omosessuali è un esempio (scomodo da fare) di una regressione, che azzera decenni di idee e sperimentazioni alternative al modello famigliare.
Diversa la sconfessione dei valori cui si rifà il movimento no global, dalla pace come pre-condizione politica all’ecologia e all’uguaglianza, con ogni evidenza presi a calci. Ma è anche vero che i no global lavorano in piccoli territori, nel proprio, e contro il nichilismo politico hanno inventato il "nicchilismo", cioè il lavoro in "nicchie". Piccoli collettivi culturali e "politici": mondi o pezzi di mondo in cui avere la possibilità di dialogo e lavoro in comune - una rivista, un club musicale, un centro culturale, un caffé letterario - dove è possibile operare perché si è nascosti nella nicchia, e l’invisibilità garantisce l’autonomia. È questo il destino delle persone - quelle parabole che già oggi leggiamo negli autori che ci piacciono proprio perché sanno rappresentare in presa diretta, anzi con capacità profetica, il mondo in cui ci troviamo a vivere?
Penso ai romanzi, tra gli altri, di Chuck Palahniuk, i cui personaggi sono un buon repertorio degli sforzi umani di socialità e amore nonostante tutto, cioè di un motivo per vivere, a costo di trovarsi a frequentare gruppi di autocoscienza di tossicodipendenti o di malati terminali per ritrovare un abbraccio collettivo, come in Fight Club.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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