M.G., 44 anni ancora da compiere, è un corpo e una mente che soffrono dietro due iniziali anonime. Ed è una biografia dolente, tra le molte biografie dolenti della sezione ‟malattie infettive” del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, a Roma. Affetto da Aids, M.G. presenta una serie di patologie croniche, legate a questa sua condizione. Di conseguenza, i sanitari di Rebibbia ne dichiarano, ripetutamente, la ‟incompatibilità con il regime carcerario”. Con altrettanta regolarità, le richieste di detenzione domiciliare per motivi di salute - secondo quanto previsto dalla legge 231/99 - vengono rigettate dalla Magistratura di Sorveglianza. In tali rigetti, naturalmente, la ‟incompatibilità” non viene messa in discussione: viene enfatizzato, piuttosto, il dato rappresentato dalla ‟stabilità” della sua condizione, che - non assumendo manifestazioni particolarmente ‟acute” rispetto ai valori abituali (e abitualmente assai elevati) - resterebbe ‟stazionaria”. E, dunque, tale da non richiedere provvedimenti particolari, come la detenzione domiciliare. Con questa logica, per capirci, anche la condizione di un decapitato rischia di venire considerata stabile. E se l'esemplificazione può risultare macabra, la responsabilità - lo giuro - non è del mio cinismo, ma della cultura di chi decide della libertà e della vita dei reclusi. Della vita, appunto, dal momento che - due settimane fa - la situazione è precipitata e M.G., dopo una forte crisi respiratoria, è stato trasportato d'urgenza al Policlinico Gemelli, nel reparto di rianimazione.
Il suo avvocato, Manuela Lupo, ha fatto richiesta di sospensione della pena per gravi motivi di salute e, a questo punto, l'istanza è stata accolta. Attualmente M.G. si trova in coma farmacologico e le sue condizioni appaiono particolarmente difficili; ed è questa solo l'ultima tappa di una vicenda umana segnata da una successione di traumi sociali, fisici, psichici. M.G. è tossicomane dall'adolescenza, ha avuto una compagna, a sua volta tossicomane e sieropositiva, morta alcuni mesi fa, senza che gli fosse consentito di incontrarla durante la fase terminale della malattia; è affetto, infine, da candidosi esofagea. Esiste una ragione al mondo per cui M.G. debba restare in carcere? Esiste un solo motivo, legato a una qualche esigenza relativa alla tutela della sicurezza collettiva? A una concezione condivisa dell'ordine sociale e del senso della pena? A una idea razionale del diritto e della sua funzione all'interno di un regime democratico? Tra tutto ciò e la sorte di M.G. sembra aprirsi un baratro incolmabile: una divaricazione insuperabile, che divide la legge dai suoi destinatari. E destinatari della legge, suoi ‟clienti”, non sono solo le vittime: sono anche gli autori dei reati. E, infatti, tra le funzioni della pena (la ‟minima necessaria”, secondo gli illuministi) c'è anche quella di sottrarre il reo a punizioni inutili, sproporzionate, illegali. Tre termini che puntualmente definiscono la ‟sanzione” cui sono stati sottoposti il corpo e la mente di M.G. E questo, nonostante che molti si siano adoperati per dargli una mano: tra essi, Laura Astarita dell'ufficio del Garante dei detenuti del comune di Roma e Angiolo Marroni, Garante regionale dei detenuti.
D'altra parte, s'intuisce facilmente che la situazione di M.G. è tutt'altro che rara. L'uso politico della paura, gli allarmi sociali veri o simulati, la mobilitazione delle angoscie collettive hanno reso il carcere - chi vi sta dentro e, ancor più, chi ne esce - l'immagine plastica e la proiezione paranoide di una fobia diffusa. Dunque, la parola d'ordine egemone (e che ottiene consensi anche nel centrosinistra) é: tenerli dentro. E il più a lungo possibile.
Tenere dentro, ad esempio, B.Z, una donna di 55 anni affetta da ‟tutti i mali del mondo”: per capirci, bronco pneumopatia cronica ostruttiva, mastopatia fibrocistica, prolasso e insufficienza mitralica.
Non solo: ‟assenza completa del setto nasale osteocartilagineo” e una ‟breccia ossea sul palato duro”, tali da richiedere - secondo i medici - ‟un intervento ricostruttivo della breccia ossea palatale e della fistola naso-palatale”. Nel luglio del 2004, B.Z. è stata sottoposta a operazione chirurgica nell'ospedale San Camillo di Roma, ma - come scrive il dirigente sanitario del carcere - ‟l'intervento non è andato a buon fine”: e si rileva ‟un notevole peggioramento” sia rispetto alla Tac eseguita nel maggio precedente sia rispetto a quella eseguita dopo l'intervento. Da qui la valutazione che ‟la struttura carceraria non è in grado di apportare le cure necessarie alla paziente”; da qui l'affermazione che, ‟pur non essendo la patologia della paziente una patologia quoad vitam” (tale, dunque, da risultare mortale), si debba esprimere ‟parere di incompatibilità con il regime carcerario”. Considerato tutto questo - direte voi, miei piccoli lettori - mettiamola fuori. Beh, non esattamente. Considerato tutto questo, il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato la domanda di differimento dell'esecuzione della pena. Sì, avete letto bene: considerato tutto questo, l'ha rigettata. Così va il mondo.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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