Sul ‟Corriere” di martedì 1 marzo, l'ambasciatore Sergio Romano si è espresso sul rapimento di Giuliana Sgrena. Da quando, per la sua scarsa approvazione alla politica di Gorbaciov (era l'epoca della glasnost) sostenuta dal governo italiano (il presidente del Consiglio era allora De Mita) Sergio Romano preferì lasciare il suo ruolo istituzionale, egli è divenuto un editorialista del grande giornale lombardo, e opina su svariati argomenti di carattere politico. L'ultima sua riflessione degna di attenzione, anche se non originale perché proveniente dagli Stati uniti, mi pare sia che gli ebrei avrebbero tratto vantaggi politici dalla shoah (sintetizzo in maniera rustica e me ne scuso, ma il concetto è questo) perché avrebbero come dire enfatizzato ciò che capitò loro durante il nazismo offuscando altri genocidi che pure nel mondo e nella storia ci sono e ci sono stati e di cui si parla al confronto troppo poco. Più che sul rapimento di Giuliana Sgrena Romano opina sulle reazioni che esso ha suscitato in Italia. Cito "credo che occorrerebbe fare il contrario di ciò che è stato fatto in Italia dopo il rapimento di Giuliana Sgrena. Le manifestazioni, le veglie, il coro delle dichiarazioni politiche, degli interventi personali del Presidente della Repubblica e il commovente incontro del Capo dello Stato con i genitori della giornalista hanno dimostrato ai rapitori che avevano scelto bene la loro vittima".
Allorché un opinionista della categoria di Romano emette questi pensieri è ovvio che non si rivolge solo all'ignaro lettore. Il suo messaggio è indirizzato in alto, a chi sa leggerlo. Cioè alla classe politica, alle istituzioni, allo Stato (il Presidente della Repubblica è peraltro citato con il suo commovente incontro). Ma Sergio Romano non è un giornalista qualsiasi. Cioè non è un giornalista "di strada", come Giuliana Sgrena e Florence Aubenas che a proprio rischio e pericolo andavano tra la gente di Baghad per informarci di quello che realmente succede in quel paese in cui gli americani avrebbero portato la democrazia. È un giornalista che, ne sono certo, se andasse in quell'Iraq di cui ci parla spesso dal suo ufficio, non dovrebbe correre rischi e pericoli. Scenderebbe probabilmente da un aereo ufficiale, sarebbe scortato dalle nostre "forze di pace", otterrebbe colloqui sicuri e protetti col governo Allawi e probabilmente con lo stesso Allawi che forse sarebbe ben felice di affidare le sue parole sull'Iraq democratico non alle fonte ufficiali del governo italiano ma a un giornalista libero e indipendente come Romano.
E qui interviene la prima immaginazione dello scrittore: Sergio Romano si reca in Iraq. Che poi così immaginativa come si può pensare non è, perché opinionisti di suo pari (e magari anche più noti) americani e inglesi sono difatti andati in Iraq a raccogliere sul posto le opinioni, i progetti e le intenzioni dell'attuale governo iracheno in carica. L'immaginazione dello scrittore interviene quando Sergio Romano si trova già in Iraq. Perché? Perché la forza dell'immaginazione, il punto è questo, mi dispiace, nessuno può farci niente, nemmeno le leggi del governo. E l'immaginazione dello scrittore immagina che Sergio Romano nonostante il suo prestigio, nonostante l'eventuale limousine blindata su cui viaggia, nonostante la protezione militare di cui gode, viene rapito. Eh sì, purtroppo viene rapito. Perché, dice allo scrittore l'immaginazione dello scrittore, in Iraq questo può succedere.
Ora siamo in Italia. La televisione informa il paese che Sergio Romano è stato rapito. Atroce dilemma: che fare? Il ‟Corriere della Sera” ne sono certo tenta di organizzare a suo favore una manifestazione di solidarietà così come ha fatto ‟il manifesto” per la sua giornalista con la speranza di ottenere l'adesione di 500 mila cittadini. Ma, e qui il problema si complica, l'ambasciatore sarà d'accordo? No, forse non è d'accordo. I cittadini, anche se l'ambasciatore non è d'accordo, scenderanno ugualmente in piazza rispondendo al moto di sdegno e dimostrando l'affetto che provano nei confronti di un giornalista a cui vogliono un bene dell'anima? E che dire poi delle dichiarazioni politiche, dell'interessamento personale del Presidente della Repubblica, delle veglie, dei digiuni che l'Italia ha come sappiamo messo in atto per manifestare la sua stima e il suo affetto e anche il suo debito verso Giuliana Sgrena? Per volere dell'ambasciatore sul paese scende il silenzio. Le persone fanno finta di niente. Tutti sanno che in Iraq è stato rapito un noto giornalista che fu anche ambasciatore, ma è meglio non dircelo, è meglio fare gli indifferenti: è una tattica politica magnifica. In questo modo, come aveva detto l'ambasciatore, l'Italia fa capire ai rapitori che avevano scelto male la loro vittima. Che farne?
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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