Era il 16 gennaio del 1605. Dalla tipografia di Juan de la Costa, a Madrid, uscivano le prime copie di un romanzo che cominciava così: ‟En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme...”
Miguel de Cervantes Saavedra guardava le casse di volumi con occhi speranzosi, mentre prendevano le strade di Spagna e dei territori dell'Impero più acculturati: Fiandre, Lisbona, Bruxelles, alcune città della penisola italica... La gloria e la fama? Quizás. Perché la Dea Fortuna gli aveva voltato le spalle tante volte che ormai non si illudeva più sul futuro, ma nell'immediato, Cervantes si augurava di evitare almeno altri anni di galera per debiti. Come ha scritto Eduardo Galeano, ‟nacque in prigione questa immortale avventura della libertà”: nel 1597 Cervantes era stato arrestato per colpa di un banchiere truffaldino, e l'autodidatta scrittore disavventuriero, in una cella a Siviglia, iniziò El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha più per ‟dar passatempo allo spirito malinconico e abbattuto”, secondo le sue stesse parole, che nutrendo sogni di successo. Del resto, ingegnarsi per sopportare il tedio della prigionia gli era ormai abituale... Già nel 1569, ventiduenne, fuggiva da Madrid a Roma, ricercato per aver ferito un tizio in una rissa, rimandando di qualche tempo l'appuntamento con il destino di ceppi e catene. Arruolatosi a Napoli, nel 1571 combatteva nella battaglia di Lepanto, uscendone malconcio, e quando decise di rientrare in patria, la galera Sol sulla quale si era imbarcato veniva abbordata dai pirati berberi, che lo condussero ad Algeri dove avrebbe sopportato cinque anni di penosa schiavitù. Per un curioso capriccio del caso, il pirata che lo catturò al largo delle coste di Cadaqués si chiamava Dalí: un pittore con lo stesso nome, sulle scogliere della stessa Cadaqués, più di tre secoli dopo avrebbe realizzato le memorabili illustrazioni del capolavoro di Cervantes.
Nell'anno di pubblicazione, le disavventure del cavaliere errante in groppa a Ronzinante ottennero ben sei ristampe, e alcune di quelle casse piene di volumi presero il largo sui galeoni, dirette nel Nuovo Mondo, dove Cervantes aveva cercato di espatriare prima di finire in carcere: se ci fosse riuscito, forse Don Chisciotte non sarebbe mai esistito, e laggiù, nelle sconfinate Americhe, approdò al posto del suo creatore, superando nell'arco di quattro secoli l'eterea condizione di personaggio letterario per divenire simbolo ed essenza vitale di infinite imprese, modello di ribelli votati alla ‟nobiltà della sconfitta”, quella che da Tupac Amaru a Che Guevara, passando per Pancho Villa ed Emiliano Zapata, ha trasformato tanti utopisti in eroi popolari. E oggi, nelle città grandi e piccole dell'America Latina, Don Chisciotte ha più monumenti di qualsiasi altro ‟condottiero” realmente esistito, mentre la narrativa, soprattutto dall'indipendenza ai nostri giorni, ha visto un'immane proliferazione di personaggi e trame a lui ispirati.
In Europa, l'influenza del Don Chisciotte si manifestò già nel secolo successivo, fornendo linfa a Swift per I viaggi di Gulliver come a Defoe per Moll Flanders, mentre nell'Ottocento, Dickens dava vita ai personaggi di Pickwick e Sam Weller, sorta di Don Chisciotte e Sancho Panza in versione londinese. Nel paese di lingua anglosassone al di là dell'Atlantico, Melville creava un Capitano Achab donchisciottesco nelle imprese e amletico nello spirito, e Mark Twain dimostrava quanto amasse Cervantes scrivendo Le avventure di Huckleberry Finn.
Se per due secoli l'Inghilterra - o il mondo culturale anglosassone -sembrò diventare la seconda patria per il Don Chisciotte ispiratore, l'America Latina lo adotterà definitivamente nel 900. Borges assunse l'eredità cervantina soprattutto nel gioco tra realtà e letteratura, e un esempio eclatante ne è Pierre Menard autor del Quijote, mentre García Márquez, con Cento anni di solitudine, ha dato vita a personaggi dalle vite eccessive, narrate con un liguaggio che alterna il tono leggendario all'umorismo sconfinante nell'assurdo: lo stesso Arcadio Buendía è donchisciottesco nel suo tentativo di arrivare al mare... anche se gli manca la follia visionaria, sostituita con il fatalismo. Altri due capolavori del romanzo latinoamericano che devono molto alla creatura di Cervantes, sono Terra nostra di Carlos Fuentes e Tres tristes tigres di Cabrera Infante.
Negli ultimi anni l'Hidalgo della Mancha sembra reincarnarsi continuamente in figure di cocciuti investigatori... Tra gli esempi innumerevoli, ricordiamo il Víctor Silanpa creato dal colombiano Santiago Gamboa e protagonista di Perdere è una questione di metodo, e il Belascoarán del messicano Paco Taibo II che ha all'attivo una lunga serie di avventure pubblicate e una appena scritta a quattro mani con il Subcomandante Marcos, altro estimatore del Don Chisciotte, a cui ha dedicato il personaggio di tanti suoi racconti, lo ‟scarabeo errante” Don Durito de la Lacandona. E senza dimenticare la Auxilio Lacouture di Roberto Bolaño, in Amuleto, ‟alta e magra come Don Chisciotte”, e la Claire di Carmen Boullosa in Duerme.
Fin qui, la Spagna brilla per l'assenza, come a voler confermare il vecchio proverbio sui profeti in patria... Occorre arrivare alla ‟generazione del '98” per registrare un rinnovato interesse nei confronti del Don Quijote, elevato a icona fondamentale, metafora dello scontro fra grandi ideali e miserevole ignoranza dei poteri oscurantisti. Principale interprete di ciò fu Miguel de Unamuno, in particolare con Vida de Don Quijote y Sancho. Ma anche Ramón María del Valle-Inclán fu quijotesco nel suo ricorso alla satira, alla distorsione - l'esperpento - per narrare la realtà spagnola della sua epoca. Poi, seguì la ‟neoinquisizione” del franchismo, durante la quale El Ingenioso Hidalgo finì nel limbo dell'approccio superficiale, relegato a testo per scolari sedati dall'acriticità. La generazione del risveglio culturale seguito alla fine della dittatura, lo ha visto riprendere a cavalcare nell'ispirazione di diversi autori, come per esempio Eduardo Mendoza e Antonio Muñoz Molina, ma è José Manuel Fajardo a dichiarare apertamente la sua passione: a parte il capitolo dedicato a Cervantes nel recente Vite esagerate, già nel suo primo romanzo, La epopeya de los locos, c'erano espliciti riferimenti al Don Chisciotte, dove i locos, i pazzi, sono gli spagnoli idealisti che parteciparono alla Rivoluzione Francese, mentre nel romanzo Al di là dei mari i due protagonisti, l'ebreo converso Mendieta e il pícaro Thomas Bird, rappresentano quanto di meglio la tradizione donchisciottesca sta producendo in questi anni.
E in occasione del 400° compleanno del Cavaliere dalla Triste Figura, la prestigiosa casa editrice Alfaguara ha pubblicato, in collaborazione con la Real Academia de la Lengua, un'edizione commemorativa dell'opera originale. Perché, occorre ricordarlo, le versioni che circolano per il mondo derivano quasi tutte dal testo censurato dall'Inquisizione.
Pino Cacucci

Pino Cacucci

Pino Cacucci (1955) ha pubblicato Outland rock (Transeuropa, 1988, premio MystFest; Feltrinelli, 2007), Puerto Escondido (Interno Giallo, 1990, poi Mondadori e infine Feltrinelli, 2015) da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, la biografia di Tina Modotti Tina (Interno Giallo, 1991; Feltrinelli, 2005), San Isidro Futból (Granata Press, 1991; Feltrinelli, 1996) da cui Alessandro Cappelletti ha tratto il film Viva San Isidro con Diego Abatantuono, La polvere del Messico (Mondadori, 1992; Feltrinelli, 1996, 2004), Punti di fuga (Mondadori, 1992; Feltrinelli, 2000), Forfora (Granata Press, 1993), poi ampliato in Forfora e altre sventure (Feltrinelli, 1997), In ogni caso nessun rimorso (Longanesi, 1994; Feltrinelli, 2001), La giustizia siamo noi (con Otto Gabos; Rizzoli, 2010). Con Feltrinelli ha pubblicato inoltre: Camminando. Incontri di un viandante (1996, premio Terra – Città di Palermo), Demasiado corazón (1999, premio Giorgio Scerbanenco del Noir in Festival di Courmayeur), Ribelli! (2001, premio speciale della giuria Fiesole Narrativa), Gracias México (2001), Mastruzzi indaga (2002), Oltretorrente (2003, finalista premio letterario nazionale Paolo Volponi), Nahui (2005), Un po’ per amore, un po’ per rabbia (2008, uscito nell’Universale economica in due volumi dal titolo Vagabondaggi, 2012, e La memoria non m’inganna, 2013), Le balene lo sanno. Viaggio nella California messicana (2009, premio Emilio Salgari 2010), ¡Viva la vida! (2010; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2011), Nessuno può portarti un fiore (2012, premio Chiara), Mahahual (2014), Quelli del San Patricio (2015), Mujeres (2018; con Stefano Delli Veneri nella collana Feltrinelli Comics) e, nella collana digitale Zoom, Tijuanaland (2012), Colluttorius (2012) e Campeche (2013). Per Feltrinelli ha curato anche Latinoamericana di Ernesto Che Guevara e Alberto Granado (1993) e Io, Marcos. Il nuovo Zapata racconta (1995). Ha tradotto in Italia numerosi autori spagnoli e latinoamericani, tra cui Claudia Piñeiro, Enrique Vila-Matas, Ricardo Piglia, David Trueba, Gabriel Trujillo Muñoz, Manuel Rivas, Carmen Boullosa, Maruja Torres, Carlos Franz, Manuel Vicent.
 

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